Visualizzazione post con etichetta esperienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta esperienza. Mostra tutti i post

domenica 15 maggio 2016

Fordini Unchained: ci sono io, ci siamo noi



Qualche sera fa eravamo a tavola, con AleLeo accanto a me pronto a commentare e tempestarci di domande a proposito della serie televisiva del momento - per la precisione, House of cards - e Rebecca nella sua sdraietta con vibrazione e musica di accompagnamento, quando, pronta a chiedere anche lei di mangiare, la più piccola di casa Ford ha fatto sentire la sua voce.
Neppure il tempo per Julez di prepararsi a prenderla che il Fordino, sceso dalla sedia, si è avvicinato accarezzandola e sussurandole a voce bassa: "Non piangere, Rebecca: ci sono io".
Se non fosse che parliamo di un bimbo di poco più di tre anni con una spiccata passione per gli animali, avrei quasi potuto dire che il mio piccoletto potrebbe essere già pronto per fare il genitore.
Ad ogni modo, quello che posso dire è che il primo mese e mezzo con due figli, nonostante il raddoppio degli impegni e della stanchezza, non ha fatto che alimentare la voglia, un giorno, di considerare l'idea di un terzo, resa ancora più forte dalle dimostrazioni d'affetto per la sorella e di "maturità" che il Fordino sta regalando ai suoi vecchi quasi ogni giorno, un pò come quando, con la varicella, ha resistito diligentemente dall'avvicinarsi a lei e toccarla per una settimana, fino alle domande rispetto a quando verrà finalmente il momento in cui potrà giocare con Rebecca - è curiosa la percezione del tempo per i bambini, considerato che un anno, ai loro occhi, appare quasi come dieci ai nostri, a quell'età -.
Dal canto suo la Fordina, che come il fratello è bravissima e dorme il giusto risparmiandoci le notti in bianco di molti genitori, comincia a spalancare occhioni che sembrano tra l'azzurro ed il grigio, e che al momento paiono decisamente più chiari di quelli di AleLeo, a guardare il mondo, a tentare di lanciarsi neanche fosse una base jumper all'indietro quando la si tiene appoggiata alla spalla in posizione quasi eretta: adora le attenzioni e godersela tra le braccia di qualcuno, e vederla stretta alla mamma illumina entrambe anche più di quanto ricordassi rispetto ai primi mesi del Fordino.
Senza dubbio verranno tempi più difficili di questi, e a volte corro con il pensiero a quando entrambi attraverseranno l'adolescenza, e toccherà fare i conti da esterni con quello che ad ognuno di noi pare come un travaglio unico che nessuno è in grado di comprendere, eppure quello che respiro e sento quando sono accanto a loro da una dimensione a tutto, me compreso, e mi fa sperare che il legame profondo che stiamo costruendo ora, anche se non ricorderanno quasi nulla in termini di memoria, possa formare una sorta di imprinting quasi animale che, per tutta la vita, sussurri a bassa voce ad entrambi che, in ogni momento, e fino a quando avremo la forza di goderci questa vita, "ci saremo noi".
Proprio come Ale ha sussurrato a Rebecca.
Proprio quello che voglio che sappiano, e sentano, ogni giorno rispetto a me.
Ora, che si aggrappano alle mie braccia come se non ci fosse nessun posto più sicuro al mondo così come quando penseranno di non averne bisogno.
Noi ci saremo.




MrFord

lunedì 11 gennaio 2016

Carol

Regia: Todd Haynes
Origine: UK, USA
Anno:
2015
Durata:
118'







La trama (con parole mie): Therese, un'introversa aspirante fotografa che si barcamena tra un lavoro in un grande magazzino come commessa e la storia con un fidanzato che non ama nella New York degli anni cinquanta incontra proprio sul luogo di lavoro Carol, una donna più vecchia di lei, madre ed in procinto di divorziare, ricca ed affascinante.
Tra le due ha inizio un gioco di seduzione ed avvicinamento progressivo che le condurrà ad una vera e propria fuga alla scoperta di se stesse attraverso la provincia americana, verso Ovest, fino a quando Harge, marito di Carol, non metterà i bastoni tra le ruote alle due donne in modo da avere gli strumenti per ricattare la futura ex moglie rispetto alla custodia della figlia.
Cosa accadrà quando Carol e Therese dovranno scegliere quale strada prendere, e cosa sarà davvero meglio per il loro futuro?












Il Tempo, l'età e l'esperienza hanno un potere davvero enorme.
E' curioso quando si pensa a quanto si girava intorno alle cose quando si era ragazzini, e piuttosto che ammettere che una ragazza ci piaceva si negava all'inverosimile: ed è altrettanto curioso come una manciata di anni e di cicatrici possano cambiare radicalmente un approccio, un avvicinamento, un modo di intendersi.
Questione di prospettive, sempre e comunque.
Del resto, nessuno potrà mai percepire l'amore - o il sesso, ovviamente - a vent'anni come a quaranta, vivere una storia e raccontarla a se stesso e con il partner con un trasporto ed un modo di vedere le cose simile: noi stessi combattiamo una battaglia non solo contro il Tempo che inevitabilmente scorre, ma anche contro l'immagine che abbiamo avuto, abbiamo e speriamo di avere di noi.
Todd Haynes è nel pieno di un testa a testa di questo genere dai tempi di Velvet Goldmine, ed ha proseguito nella sua lotta anche con lo splendido Lontano dal Paradiso e l'ottimo I'm not here, giocando e non poco sull'estetica senza dimenticare una profondità decisamente passionale per prodotti sulla carta estremamente autoriali: non è da meno quest'ultimo Carol, accolto decisamente bene oltreoceano ma con molte riserve qui al Saloon, considerati i rischi concreti di polpettone d'essai buono giusto per Cannibal Kid.
Fortunatamente la vicenda di Therese e Carol ha finito per smentire ogni timore della vigilia, ed appoggiandosi a due splendide interpretazioni di due protagoniste impeccabili - Cate Blanchett e Rooney Mara, nonostante la prima mi stia sempre e comunque sul cazzo e la seconda abbia perso tutto il fascino della decisamente più fordiana Lisbeth Salander -, un comparto tecnico senza alcuna sbavatura - forse solo Steve McQueen riesce ad avvicinarsi alla classe delle pellicole di Haynes nel panorama mainstream mondiale - ma soprattutto ad un crescendo d'intensità che non solo inchioda alla poltrona a dispetto dell'apparente lentezza e delle quasi due ore di durata, ma smuove nel profondo proprio perchè in grado di raccontare con una passione smisurata una storia d'amore come ricordo quelle de I ponti di Madison County o I segreti di Brokeback Mountain, giusto per citare due tra i film romantici che ho più amato nella vita.
Ed il bello di questo magnifico affresco dipinto da Haynes sta proprio nelle differenze tra Therese e Carol, nella gioventù della timidezza, dello struggimento e dei sensi di colpa e nella maturità che pare sminuire l'amore ma che, di fatto, lo traduce in compromesso, rischio, dedizione verso i figli, che ad un certo punto della vita diventano la vera incarnazione del sentimento più forte che noi che calpestiamo questa terra possiamo provare - da questo punto di vista, il confronto legato all'affidamento della piccola Rindy di Carol e Harge è da brividi -: due realtà che possono sfiorarsi, ma forse non avranno mai la possibilità di vivere una accanto all'altra davvero, come tradotto in immagini dal perfetto ribaltamento della stessa sequenza girata da diverse angolazioni in apertura e chiusura della pellicola.
Così come il finale, volutamente sospeso, che quasi riporta alla mente l'altrettanto efficace Two lovers, pronto a lasciare nelle mani dell'audience una risposta che, a conti fatti, non sarà mai definitiva: Therese e Carol si guardano l'un l'altra come in uno specchio che porta la prima vent'anni nel futuro e la seconda altrettanti nel passato.
Se questo sguardo significherà qualcosa, non è dato saperlo, a meno di non immaginare un lieto fine.
Nel frattempo, resta la sensazione di un ricordo, una nostalgia, un momento che ha segnato il viaggio di due persone, che si è amato e odiato, e che, quando verrà l'istante in cui dovremo tirare le somme, senza dubbio tornerà, come un brivido, dalla pelle al cuore.





MrFord





"Oh, Carol
don't let him steal your heart away
I'm gonna learn to dance
if it takes me all night and day."
The Rolling Stones - "Carol" - 






venerdì 15 maggio 2015

La vera storia del pirata Long John Silver

Autore: Bjorn Larsson
Origine:
Svezia
Anno:
1995
Edizione: Iperborea





La trama (con parole mie): il pirata John Silver, detto Long, detto Barbecue, tra i protagonisti de L'isola del tesoro, raccontato attraverso la "sua" penna per quelle che sono state le gesta dell'intera esistenza di uno dei fuorilegge del mare più noti della Letteratura, dalla giovinezza ed i primi incarichi sulle coste britanniche alla schiavitù, dal cervello affilato come un rasoio alle battaglie più cruente, dai viaggi per mare accanto al feroce capitano Flint alla famigerata Isola del tesoro, fino alla vecchiaia passata a ricordare i tempi che furono, e celebrare l'inno alla vita che ha caratterizzato l'intera sua esistenza.
Crimini contro l'umanità ed un'umanità fin troppo pronunciata per una delle epopee più ribollenti e vitali raccontate su pagina, dalle Indie ai Caraibi, passando per il Madagascar e l'Africa, in bilico tra Storia e Fiction.








Chiunque mi abbia conosciuto una volta alle spalle la sbornia adolescenziale legata al mantra "meglio bruciare subito che spegnersi lentamente" sa bene che, quando si parla di esperienza e di esistenza, mi mostro più deciso che mai: non ho alcuna intenzione di morire prima dei centotre anni - almeno - e da qui dovranno venire a strapparmi mentre mi aggrapperò con le unghie e con i denti a qualsiasi cosa avrò davanti in quel momento.
Ho sempre amato vivere, più di ogni altra cosa e da prima ancora di saperlo.
E quanto incontro opere come La vera storia del pirata Long John Silver, non posso che tributare omaggio e rendermi conto di quanto nel profondo siano in grado di toccarmi.
Era dai tempi di Barry Lyndon, infatti, che non provavo una tale empatia per un personaggio di fiction.
Questo perchè, a prescindere dall'ambientazione piratesca - che comunque mi si conface -, dai crimini, dai luoghi geografici e qualunque cosa ci si possa mettere di mezzo - non ultimo il fatto che, senza ombra di dubbio, John Silver sia l'incredibile, straripante parto della fantasia di Robert Louis Stevenson riportato alla grandezza da Bjorn Larsson, autore di un romanzo che andrebbe assegnato nelle scuole come fratello di sangue del suo Classico predecessore, di cui parlerò domani - ho sentito questo romanzo d'avventura ed il suo spirito sotto la pelle, quanto e più che se l'avessi scritto, e ancora oltre, vissuto per essere raccontato su pagina.
In fondo, a prescindere dagli aneddoti e dalle cronache delle vicissitudini di quello che, forse, è il miglior pirata letterario di sempre, dalla gamba amputata e l'origine del soprannome Barbecue ai guanti indossati per evitare di essere riconosciuto come marinaio, la questione è che ho sentito Long John Silver così vicino da essere felice di leggere le "sue" righe come se fossi stato io a metterle su pagina, come se fosse quella la mia vita.
Ed è proprio la vita, il cardine dell'intesa che, fin dai primi capitoli, ha reso questa lettura la più straordinaria degli ultimi anni, a dispetto di Nesbo, Lansdale, McCarthy, Winslow e tutti gli autori che ho più amato: se dovessi pensare a qualcosa in grado di toccarmi allo stesso modo, dovrei tornare indietro al Capolavoro Il potere del cane, o a Meridiano di sangue, e non renderei ad ogni modo l'idea.
Questo è inequivocabilmente il mio romanzo.
John Silver, con la sua strenua volontà di rimanere in vita, sempre e comunque, e vivere il più possibile, è il ritratto dell'umanità che io stesso apprezzo di più, e cerco di applicare alla mia esistenza un giorno dopo l'altro: dagli uomini di saldi principi agli approfittatori, passando per tutti quelli che, purtroppo per loro, non si rendono neppure conto della fortuna occorsa capitando da queste parti per avere l'occasione di intraprendere un viaggio straordinario come quello che tutti noi abbiamo la possibilità di intraprendere, nessuno ha il potere di godersi ogni giorno come gli individui della risma di questo viaggiatore perenne.
John Silver è passione, energia, voglia incontrollata di non arrendersi neppure di fronte all'evidenza o alla sconfitta: una voce ed un approccio da inferi ed un sorriso sardonico ed irresistibile pronti ad essere sfoggiati all'occorrenza, una resistenza senza pari, la voglia di compiere sempre un passo oltre, come se ogni giorno fosse una preda da azzannare alla gola, e sfruttare dal primo all'ultimo secondo.
Ed io adoro John Silver.
Io sono John Silver, se non fosse che, se non all'occorrenza o all'ordine di qualche capitano, lui cerchi sempre di evitare l'alcool, e rimanere lucido abbastanza per cavarsi da qualsiasi impiccio.
Come lui, trovo che considerare la vita un peso sia un peccato mortale, così come annoiarsi o ritrovarsi imprigionati dal non fare nulla.
Sono un ingordo, un peccatore, uno che non ne ha mai abbastanza.
E John Silver è l'emblema di tutto questo.
John Silver che preferisce un cappio al collo ma le spalle libere, sempre.
Che non si farà mai eleggere capitano, perchè l'unica persona che potrà e dovrà avere il potere di destituirlo deve essere John Silver stesso, e non un consiglio, o un gruppo di possibili avversari assetati di potere e ricchezze, o anche di amici e compagni.
John Silver che, come il sottoscritto, si attaccherebbe alla vita con le unghie e con i denti, vendendo cara la pelle come spero un giorno di fare di fronte a me stesso, a chi amo e a chiunque possa o non possa esserci dall'altra parte.
Quello che è certo, è che vorrei davvero trovarmi in quello che molti sperano possa essere il paradiso per prendermi gioco di chi pensava che non ci sarei mai arrivato, e di esserci arrivato con tutta la fatica che quelli come questo vecchio cowboy ed il più vecchio e scaltro Long John possono aver compiuto in questo senso.
E salutare i beati con una risata beffarda, perchè si troverebbero tra le mani una bomba pronta ad esplodere, il catalizzatore degli istinti più bassi e non dichiarati di ognuno di loro.
Quando ho chiuso questo libro ho pensato immediatamente a quanto avrei assaporato ogni parola del post e della recensione, quanto sentita sarebbe stata, quanto incredibilmente importante avrei dichiarato fosse stato questo viaggio: eppure mi rendo conto che non ci sono possibilità di trasmettere quello che La vera storia del pirata Long John Silver mi ha regalato.
Perchè questo straordinario romanzo si può soltanto vivere sulla pelle.
E condividere e godere a fondo soltanto se, nello spirito, si nutre una sorta di comunione d'intenti con il vecchio Barbecue: che, a ben guardare, è la più semplice del mondo.
Vivere.
Sempre e comunque.
A qualsiasi prezzo.
Tranne la libertà.
Tranne l'essere se stessi.
Tranne godere della vita stessa.
Essere i capitani della propria anima, come diceva qualcuno.
E non c'è essere al mondo che possa esserlo della mia, se non me stesso.
Come di quella di Long John Silver.
E per questo, alzando il calice, propongo un urrà.
Anzi due.
Uno per lui, ed uno per me.




MrFord




"Long John Silver, ring in his ear,
he's the hero, make that clear.
Does the same thing his father did,
sailing around the Caribbean,
robbing kings with his talking parrot,
this time I think he's on the high side."
Jefferson Airplane - "Long John Silver" - 




domenica 19 aprile 2015

Compagno di sbronze

Autore: Charles Bukowski
Origine: USA
Anno: 1972
Editore: Feltrinelli




La trama (con parole mie): per le strade di Los Angeles e della California, negli angoli più remoti delle periferie o nelle campagne dei lavori più umili dati ad immigrati clandestini e reietti della società, affogati nel sesso e nell'alcool vivono i personaggi protagonisti della raccolta di racconti firmata dal mito della Letteratura di strada Charles Bukowski, che porta tutto se stesso - in senso etico e letterale - nei personaggi che abitano queste favole nere, spensierate e malinconiche costruite attorno a losers e ultimi della classe.
Socialmente parlando.
Dal lirismo struggente alle volgarità gratuite, assistiamo ad una vera e propria carrellata di miserie umane e scommesse perdute con la vita cariche, come sempre, di tutta la grinta e la passione che il vecchio Hank riusciva a mettere nei suoi racconti.






Si può dire che, ai tempi, io abbia approcciato Charles Bukowski in netto anticipo.
Non ricordo esattamente quando lessi per la prima volta un prodotto della penna del mitico Hank, ma in una certa misura - e anche se non potevo saperlo, all'epoca - fu profetico rispetto a quello che sarebbe stato il mio futuro: perchè, come chi frequenta il Saloon da tempo già saprà, nel corso dell'adolescenza il mio pensiero era più quello di scrivere, per l'appunto, che non bere, girare per le strade, esplorare situazioni e persone come fossero viaggi.
Eppure, da un certo punto della mia vita in poi, è stato proprio così.
E, nonostante abbia un lavoro, una famiglia, una vita tutto sommato equilibrata posso fieramente definirmi parte di quel tipo di caotici viaggiatori che subiranno sempre e comunque il fascino irresistibile delle loro passioni, dell'idea che sentire sulla pelle qualcosa sarà sempre e comunque meglio di quanto sarebbe non sentirlo: gentaglia piratesca e non sempre raccomandabile come lo stesso Bukowski.
Personalmente, penso che la sua opera fondamentale sia Pulp, che, lo ricordo ancora, lessi a cavallo di un viaggio a Madrid nell'estate del duemilacinque - una delle più fondamentali della mia vita - poco prima di Delitto e castigo - ed è stato curioso scoprire in questa raccolta di racconti che il vecchio Charles considerasse Dostoevskij "un duro" -: Compagno di sbronze, come tutte le compilation di scritti, finisce per essere in qualche modo incostante ed alternare fasi di stanca con altre al limite del geniale, proprio come l'opera stessa del vecchio Hank.
Umana, di pancia, decisa, bastarda, senza controllo, anche quando il controllo esiste.
I protagonisti dei racconti, tutti figli della stessa esistenza di Bukowski, tutti profondamente Bukowski, anche nella distanza da lui, mostrano l'irriverenza e l'irruenza dell'adolescenza e quella malinconia struggente da fine delle vacanze che accompagna la crescita, la maturità, la vecchiaia, fino alla fine: ed è quasi incredibile pensare di trovare nelle stesse pagine momenti clamorosamente grotteschi e divertenti come i giri in macchina per trovare il posto migliore per scaricare la merda raccolta dal cesso intasato e la parabola legata all'impossibilità nel riuscire a succhiarsi il cazzo da soli - "perchè due centimetri o un universo intero, in quel caso, paiono alla stessa distanza" - ed altri legati a doppio filo alla solitudine, alla consapevolezza di essere animali in balia delle passioni, al non temere la morte, eppure essere ben consci che quando calerà il sipario, sarà un respiro spezzato, e poi nulla.
Ed il bello è proprio questo: nessuno è perfetto, la vita stessa non è perfetta, le giornate non sono perfette, il sesso non è perfetto, una qualsiasi sbronza non è perfetta.
Ma è proprio in tutto questo non essere perfetti, che sta la perfezione.
Hank doveva essere un individuo poco raccomandabile, un vero stronzo, un ubriacone, ma dalla sua prima all'ultima parola si sente come un pugno in faccia tutta la voglia indescrivibile di vivere e sentire la vita sulla pelle di questo animale (a)sociale dedito a tutti i piaceri che è possibile infliggere al proprio corpo ed al proprio spirito fino a vederli allo stremo, ed un passo oltre.
Compagno di sbronze è così: irascibile ed affascinante, disgustoso e godurioso, una rissa da bar con il migliore e più tosto avversario possibile che, chissà, con un bicchiere alla fine della lotta potrebbe perfino diventare il nostro migliore amico.
Ammesso che il caos interiore ci permetta di averne uno.
Compagno di sbronze è una lettura con due palle enormi, che non si preoccupa di piacere, o di farci sconti, e favori: non so se avete presente cosa possa significare uscire a bere con qualcuno che con il bere ha un certo feeling. E non parlo di studenti dall'aperitivo facile, o da drink la sera.
Parlo di chi vive sempre sul filo. Walk the line, cantava Cash.
Non è facile. C'è il rischio di vivere momenti decisamente dimenticabili.
Ma anche quello di provare sulla pelle l'emozione sincera che si esprime soltanto nel momento in cui si è senza freni.
E in questo, il vecchio Hank era davvero un professionista con i fiocchi.



MrFord



"That amazing grace
sort of passed you by
you wake up every day
and you start to cry
yeah, you want to die
but you just can't quit
let me break it on down:
it's the fucked up shit."
Warren Zevon - "My shit's fucked up" - 




giovedì 26 marzo 2015

Five times Saloon

La trama (con parole mie): e quasi senza che me ne accorgessi - palle, dato che ormai è praticamente un secondo lavoro pagato dalla passione - il Saloon giunge alla sua prima quasi cifra tonda. Il 26 marzo di cinque anni fa, infatti, nasceva WhiteRussian, partito come uno sfogo da post sbronza cinefila e divenuto una realtà sempre più grande anche per il sottoscritto.
Come di consueto, dunque, dedico una giornata ai brindisi ed ai festeggiamenti lasciando da parte la normale programmazione, e godendo dell'attimo, senza pensare troppo se riuscirò mai a tagliare il traguardo dei dieci.




Ormai mi sento quasi come uno di quei vecchi bevitori - o vecchi e basta - pronto a raccontare allo sfinimento la solita, altrettanto vecchia - ma non per questo meno affascinante - storia della notte del neonato ventisei marzo duemiladieci, quando, Jagermeister alla mano, al termine di una serata passata con un paio di vecchi amici, decisi di avventurarmi in quello che, ancora non lo sapevo, sarebbe diventato praticamente un diario di viaggio, film e vita: ai tempi ricordo di come si trattasse solo ed esclusivamente di uno sfogo, un angolo mio senza neppure immagini o dati rispetto ai film recensiti, senza valutazioni o etichette, e di quei primi tre mesi in cui non avevo neppure idea del fatto che sarebbe stato utile esplorare il resto della blogosfera per conoscere e farsi conoscere.
Ora le cose sono molto diverse, visite, lettori e commentatori fissi non mancano, contatti per iniziative anche, e con il tempo e grazie ad altri bloggers dediti alla settima arte ho avuto modo ed occasione di confrontarmi con film e serie tv che, chissà, se non fossi passato da queste parti non sarebbero mai arrivati sui miei schermi: in questi cinque anni ho avuto anche la fortuna di incontrare di persona alcuni degli altri viaggiatori della rete, di bere e mangiare insieme, e come nel caso del mio fratellino Dembo, anche stringere amicizie che spero mi accompagneranno fino alla vecchiaia - quella vera -.
Come di consueto, dunque, e dato che dovrei ringraziare ognuno di voi peccatori che passate quotidianamente o quasi al bancone per brindare con il sottoscritto, prendo ad esempio il mio sempre sgradito rivale Cannibal Kid, che con i suoi assurdi giudizi fornisce, di fatto, uno stimolo a continuare a percorrere questa strada, se non altro per regalarvi un parere critico più sensato, e Lazyfish, attuale top commentatrice.
Ma più di ogni altro non posso che ringraziare Julez - che oltre ad aver cominciato a scrivere qualche post, continua a sopportarmi giorno dopo giorno - ed il Fordino, che presto tornerò a raccontare in qualche post della serie "Unchained", pronto a crescere, imparare, stupire e soprattutto insegnare a me e alla signora Ford quanto meraviglioso possa essere vivere.
Soprattutto con lui.
E se ci penso, il desiderio di essere ancora qui tra una quindicina d'anni, alternando i miei post e le recensioni ai suoi, è così forte da farmi quasi esplodere il cuore nel petto: e se quella notte di cinque anni fa pensavo che tutto sarebbe finito senza particolare clamore, ora sono felice che la vita vissuta e la settima arte continuano a contraddirmi e a rincorrersi giorno dopo giorno, e film dopo film.



MrFord




mercoledì 21 maggio 2014

Solo gli amanti sopravvivono

Regia: Jim Jarmusch
Origine: USA, UK, Germania
Anno: 2013
Durata: 123'





La trama (con parole mie): Eve e Adam sono due vampiri immortali, legati da un amore che non accenna a diminuire, e che li rende sempre più vicini secolo dopo secolo. I due, però, vivono ad un oceano di distanza, la prima a Tangeri, quasi lasciandosi massaggiare dal tempo che passa, ed il secondo a Detroit, perennemente in lotta con se stesso ed il futuro. 
Quando il rischio di un suicidio di Adam porta Eve negli States, l'equilibrio della routine si spezza, tornando a congiungere le loro anime complementari ma anche a solleticare la curiosità della caotica sorella di lei, pronta a rompere ogni regola e condurre la coppia alla fuga.
Riusciranno due esseri senza tempo come loro a non soccombere alla noia, al sentimento senza più freni e all'incertezza ancora più acuita del futuro a sopravvivere?









Ho sempre amato Jim Jarmusch, ed il suo modo quasi jazz, solo apparentemente scombinato e senza criterio di fare Cinema.
Quelli che, a mio parere, sono i suoi due migliori film - parlo di Dead man e Ghost dog - sono tra i preferiti del sottoscritto degli anni novanta, ed un pezzo di cuore della mia Storia di spettatore.
Ma il Tempo passa, inesorabilmente e senza pietà, e non è possibile rimanere immobili sperando quasi che possa non accorgersi di noi: non sarebbe possibile neppure se fossimo immortali, con il potere e la possibilità di attraversare secoli e secoli senza neppure essere scalfiti dallo stesso.
Personalmente - escludendo l'impossibilità di mangiare e bere, o di starsene in totale relax in spiaggia al mare - adorerei essere un vampiro: nessun limite per poter imparare sempre di più, fare esperienze, viaggiare, conoscere, non darsi alcun limite in termini di programmi e desideri.
Non mi fa paura l'eternità, al pensiero di passarla godendo di quelle che sono le mie passioni, e non avrei certo il timore di annoiarmi sfruttandola: al contrario di Julez, che spesso e volentieri mi ricorda quanto poco sarebbe tagliata per un'esistenza di questo genere.
I film sui vampiri che abbiano davvero toccato questo tema - che, a ben guardare, è molto più umano ed attuale di quanto non si possa pensare - si contano sulle dita di una mano, dal Dracula di Coppola - almeno in parte - a Intervista col vampiro, passando per Addiction di Abel Ferrara, altro titolo fondamentale per i nineties: ed è proprio a quest'ultimo che pare riferire gran parte delle sue influenze Only lovers left alive, tentativo crepuscolare di Jarmusch di riproporre nel Nuovo Millennio una sorta di cocktail tra quello che i succhiasangue furono in opere di rottura come Il buio si avvicina e la rappresentazione comune rispetto allo spettatore dei Figli di Caino, da Nosferatu in avanti.
Peccato che, nonostante le idee interessanti, le intuizioni, la volontà e l'indubbia abilità questo film risulti in gran parte posticcio come i suoi protagonisti, perso in una cornice dal sapore proprio anni novanta che, oltre a risultare fuori tempo massimo, finisce per non mostrare abbastanza carattere da imporsi se confrontato al passato e, in una certa misura, al futuro.
A partire dalla struttura, fin troppo giocata su dialoghi di fatto inconcludenti ed atti a stupire senza successo l'audience - dalle rivelazioni a proposito delle opere di Shakespeare alle numerose citazioni colte -, per giungere ai due protagonisti - Hiddlestone funziona certo meglio come Loki che da versione autoriale del moscissimo Edward Cullen, la Swinton è odiosa nei suoi usuali standard - Solo gli amanti sopravvivono pare essere giunto in colpevole ritardo rispetto agli anni del grunge e della depressione a tutti i costi, poetico fino a diventare stucchevole, statico e pesante, noioso e certo lontano dallo standard di road movie autoriale cui in passato aveva abituato il suo regista.
Allo stesso modo, è difficile definire questo un brutto film, o qualcosa di veramente meritevole delle bottigliate delle grandi occasioni: l'intenzione del buon Jim, probabilmente, era quella di sfruttare la parabola del Tempo che scorre - o almeno questo è quello che crediamo - per raccontare una storia d'amore, con tutte le sue zone d'ombra e gli entusiasmi, gli elementi esterni in disturbo della stessa - davvero ben resi da Mia Wasikowska - e le domande che ogni amante ed innamorato che si rispetti finisce per porsi almeno una volta nella vita.
Peccato che, in questo senso, il regista lo faccia quasi per dovere, come se le lancette che inesorabilmente scorrono abbiano segnato il passo principalmente per lui: e chiunque abbia provato almeno una volta un sentimento così forte, sa bene che le elucubrazioni e la ricerca di risposte hanno ben poco senso.
Perchè sono distanti anni luce da quello che significa davvero l'amore.
O la sopravvivenza.



MrFord



"Never said thank you 
never said please 
never gave reason to believe 
so as it stands I remain on my knees 
good lovers make great enemie."
Ben Harper - "Please bleed" - 





Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...