Quando al Saloon si pronuncia la parola magica - Western, per inciso -, è ovvio e doveroso che scatti l'immediato giro di bevute a carico della casa.
Nel caso particolare, inoltre, de I magnifici sette, all'ambientazione si unisce l'ispirazione data da uno dei più grandi registi di tutti i tempi e favoriti del sottoscritto, Akira Kurosawa: il supercult con Yul Brinner, Steve McQueen e Charles Bronson, infatti, altro non fu se non un remake in salsa USA dell'immortale Capolavoro I sette samurai, uno dei film più importanti della Storia del Cinema.
Quando, mesi fa, scoprii che era in cantiere un ulteriore remake, lo ammetto, ebbi il timore di andare incontro ad una delle scelleratezze più terrificanti che si potessero immaginare rispetto alla settima arte tutta: fortunatamente per me e per gli appassionati, Fuqua - regista tamarro e sempre apprezzato da queste parti, dai tempi di Training Day al recente e spassosissimo The Equalizer, uno degli action più centrati degli ultimi anni e, forse, dalla fine degli anni ottanta in avanti - non solo riesce a non svilire i cult che l'hanno ispirato, ma anche e soprattutto a confezionare un solido intrattenimento d'autore supportato da splendide riprese, un ottimo cast ed un ritmo niente male, che perde inevitabilmente qualcosa rispetto all'originale ma che consegna alle nuove generazioni un gran bell'esempio di solidità e spettacolo in salsa Western, in barba a tutti quelli che ancora credono che la buona e vecchia Frontiera sia un argomento che potrebbe catturare l'attenzione solo dei nostri nonni.
Del resto, quando hai il Denzellone a fare la parte del leone che fu di Yul Brinner vai senza dubbio sul sicuro, e vedere il suddetto far fuori cattivoni a mazzi senza quasi sudare o farsi davvero, davvero minaccioso in quell'ultimo faccia a faccia con il numero uno dei sacchi di merda Peter Sarsgaard - poveraccio, io con il signor Washington in giro non farei cambio con lui per niente al mondo - è una soddisfazione grossa almeno quanto le riprese della battaglia tra i sette ed il villaggio e l'esercito personale del suddetto Sarsgaard, senza contare - SPOILER - il finale in gloria di Chris Pratt - una delle morti più belle del passato recente per quanto riguarda il Cinema d'avventura -, la coppia quasi da cartone animato formata da Ethan Hawke e Byung Hun Lee, il personaggio sopra le righe di D'Onofrio e l'elemento nativo americano pittato come il lottatore WWE Finn Balor nel corso della resa dei conti che esaltano e non poco lo spettatore, specie se si tratta del sottoscritto.
Peccato per il bandito Vasquez, dei sette forse il meno affascinante e - SPOILER - nonostante questo destinato a sopravvivere allo scontro che vede i nostri protagonisti, ed il fatto che, inevitabilmente, un'operazione di questo tipo avrà sempre il sapore dell'operazione nostalgia - anche se Fuqua aveva manifestato indirettamente il suo apprezzamento per la pellicola originale in King Arthur, che aveva una struttura in qualche modo simile -, ma sono peccati veniali a fronte di un prodotto che, a mio parere, funziona alla perfezione per quello che è il suo scopo, intrattenere ed esaltare il pubblico come se si fosse tornati ai tempi in cui entrare in una sala significava solleticare i sogni, quelli che da bambini, soprattutto se appena usciti da certe visioni, paiono anche realizzabili.
Quelli dei buoni contro i cattivi, in cui è davvero figo essere dalla parte dei buoni.
Anche quando si rischia grosso.
Anche quando si muore.
Perchè, in fondo, non capita tutti i giorni di poter essere magnifici.
MrFord