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lunedì 10 ottobre 2016

I magnifici sette (Antoine Fuqua, USA, 2016, 133')




Quando al Saloon si pronuncia la parola magica - Western, per inciso -, è ovvio e doveroso che scatti l'immediato giro di bevute a carico della casa.
Nel caso particolare, inoltre, de I magnifici sette, all'ambientazione si unisce l'ispirazione data da uno dei più grandi registi di tutti i tempi e favoriti del sottoscritto, Akira Kurosawa: il supercult con Yul Brinner, Steve McQueen e Charles Bronson, infatti, altro non fu se non un remake in salsa USA dell'immortale Capolavoro I sette samurai, uno dei film più importanti della Storia del Cinema.
Quando, mesi fa, scoprii che era in cantiere un ulteriore remake, lo ammetto, ebbi il timore di andare incontro ad una delle scelleratezze più terrificanti che si potessero immaginare rispetto alla settima arte tutta: fortunatamente per me e per gli appassionati, Fuqua - regista tamarro e sempre apprezzato da queste parti, dai tempi di Training Day al recente e spassosissimo The Equalizer, uno degli action più centrati degli ultimi anni e, forse, dalla fine degli anni ottanta in avanti - non solo riesce a non svilire i cult che l'hanno ispirato, ma anche e soprattutto a confezionare un solido intrattenimento d'autore supportato da splendide riprese, un ottimo cast ed un ritmo niente male, che perde inevitabilmente qualcosa rispetto all'originale ma che consegna alle nuove generazioni un gran bell'esempio di solidità e spettacolo in salsa Western, in barba a tutti quelli che ancora credono che la buona e vecchia Frontiera sia un argomento che potrebbe catturare l'attenzione solo dei nostri nonni.
Del resto, quando hai il Denzellone a fare la parte del leone che fu di Yul Brinner vai senza dubbio sul sicuro, e vedere il suddetto far fuori cattivoni a mazzi senza quasi sudare o farsi davvero, davvero minaccioso in quell'ultimo faccia a faccia con il numero uno dei sacchi di merda Peter Sarsgaard - poveraccio, io con il signor Washington in giro non farei cambio con lui per niente al mondo - è una soddisfazione grossa almeno quanto le riprese della battaglia tra i sette ed il villaggio e l'esercito personale del suddetto Sarsgaard, senza contare - SPOILER - il finale in gloria di Chris Pratt - una delle morti più belle del passato recente per quanto riguarda il Cinema d'avventura -, la coppia quasi da cartone animato formata da Ethan Hawke e Byung Hun Lee, il personaggio sopra le righe di D'Onofrio e l'elemento nativo americano pittato come il lottatore WWE Finn Balor nel corso della resa dei conti che esaltano e non poco lo spettatore, specie se si tratta del sottoscritto.
Peccato per il bandito Vasquez, dei sette forse il meno affascinante e - SPOILER - nonostante questo destinato a sopravvivere allo scontro che vede i nostri protagonisti, ed il fatto che, inevitabilmente, un'operazione di questo tipo avrà sempre il sapore dell'operazione nostalgia - anche se Fuqua aveva manifestato indirettamente il suo apprezzamento per la pellicola originale in King Arthur, che aveva una struttura in qualche modo simile -, ma sono peccati veniali a fronte di un prodotto che, a mio parere, funziona alla perfezione per quello che è il suo scopo, intrattenere ed esaltare il pubblico come se si fosse tornati ai tempi in cui entrare in una sala significava solleticare i sogni, quelli che da bambini, soprattutto se appena usciti da certe visioni, paiono anche realizzabili.
Quelli dei buoni contro i cattivi, in cui è davvero figo essere dalla parte dei buoni.
Anche quando si rischia grosso.
Anche quando si muore.
Perchè, in fondo, non capita tutti i giorni di poter essere magnifici.




MrFord




venerdì 13 dicembre 2013

Red 2

Regia: Dean Parisot
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
116'




La trama (con parole mie): Frank Moses, ormai definitivamente in pensione e pronto a concentrarsi sul rapporto con la fidanzata Sarah, viene coinvolto suo malgrado in un losco ed esplosivo - in tutti i sensi - affare di spionaggio. A seguito di una rivelazione giunta dalla rete, infatti, un intrigo vecchio di decine d'anni rappresentato dal folle scienziato Bailey mette lo stesso Frank ed il suo inseparabile compare Marvin nel mirino di tutte le maggiori agenzie del mondo, nonchè di un pericoloso sicario ingaggiato dalla CIA per liberarsi dei suoi due troppo sopra le righe ex agenti.
Dunque, seppur controvoglia, Moses si troverà costretto a scendere in campo per fare quello che gli riesce meglio - spaccare culi - cercando nel contempo di preservare la salute fisica e mentale della sua metà: sempre che la stessa non sia più felice - molto più felice - di lui di ritrovarsi nel pieno dell'azione.





La vecchia regola degli "old guys rule" - che mi ricorda la recente lettura de I re del mondo - è praticamente sacra, qui al Saloon, e da ben prima che arrivassero a confermarla Capolavori come Gran Torino o perle come i due Expendables: la vecchia scuola ed il suo approccio ruvido ma efficace era stata il leit motiv principale anche di Red, action movie ispirato ad un albo a fumetti passato su questi schermi intrattenendo gli occupanti di casa Ford a dovere un paio d'anni or sono e tornato alla ribalta con un sequel che, nonostante le scarse aspettative, è riuscito a raggiungere ampiamente il livello del primo film, puntando con una decisione ancora maggiore sulla componente ironica legata alle gesta dell'agente speciale in pensione Frank Moses, felicemente - almeno in apparenza - consacratosi alla vita civile tutta fidanzata e centri commerciali nel weekend.
Bruce Willis, praticamente nato per parti come questa, torna dunque a vestire i panni di un charachter che pare l'emblema assoluto del genere, supportato da una schiera di comprimari da urlo, a partire dal Marvin di John Malkovich per finire in bellezza con la Victoria di Helen Mirren, che per la seconda volta torna a sfoderare un look ed un approccio da dark lady - seppur attempata - letale sotto tutti i punti di vista.
Il tocco vincente, comunque, del secondo capitolo - e a questo punto c'è da sperare che ne venga proposto anche un terzo - delle avventure di questo "wild bunch" di spaccaculi solo apparentemente in pensione è dato dall'ironia, giocata a più riprese ed in qualsiasi situazione - sia essa da campo di battaglia o da "momento di riflessione" - per così dire -, ed utilizza come catalizzatore della stessa la fidanzata del protagonista, al centro di momenti già cult come il confronto con l'ex del solido Brus - l'agente del KGB interpretata da Catherine Zeta Jones - o il tormentone del bacio, senza dubbio il personaggio rivelazione della pellicola.
Pellicola che non perde un colpo in termini di ritmo e alla quale pare sia giovato il cambio di mano dietro la macchina da presa, così come l'inserimento di Byung - splendida la sua sequenza d'esordio, divertenti i siparietti ed i faccia a faccia con Willis - e l'utilizzo di Anthony Hopkins, che seppur ormai un pò troppo uguale a se stesso riesce in ogni caso a fare la sua porca figura, che sia in veste di scombinato scienziato o di villain numero uno della cricca di arzilli vecchietti.
Considerato che, almeno sulla carta, il rischio di incorrere in robaccia inutile portata sullo schermo soltanto nella speranza di raschiare il fondo del barile degli incassi era molto alto, Red 2 sorprende almeno quanto il primo capitolo, e diviene uno dei riferimenti dei film tutti sparatorie ed esplosioni - e battute da macho tipiche del "settore" - della seconda parte di questo duemilatredici, supportato alla grandissima da un gruppo di attori che, ci sarebbe da scommetterci, ha scoperto di divertirsi oltre misura mostrando quante palle si possono avere anche una volta superati i famigerati "anta" - e metteteci voi la cifra che volete davanti -.
Un sano intrattenimento action come se ne facevano ai bei tempi, dunque, che non inventerà certo nulla di nuovo ma che senza dubbio porta a casa la pagnotta mostrando agli pseudo registi ed interpreti di oggi - Statham escluso - cosa significa avere a che fare con gli alfieri dell'old school.


MrFord


"The older guys tell us what it's all about
the older guys really got it all worked out
since we've got the older guys to show us how,
I don't see why we can't stop right now."
Teenage Fanclub - "Older guys" - 


venerdì 5 luglio 2013

I saw the devil

Regia: Jee Won Kim
Origine: Corea del Sud
Anno: 2010
Durata: 141'




La trama (con parole mie):  Kim Soo Yeon è un agente dei Servizi segreti coreani in procinto di sposarsi con la figlia di un poliziotto in pensione che ancora deve comunicare al futuro marito di essere rimasta incinta.
Quando una sera la macchina della ragazza ha un guasto in aperta campagna, la stessa finisce preda dello spietato serial killer Kyung Chul, che le toglie la vita incurante delle sue preghiere di risparmiarla proprio per il bambino che porta in grembo: Kim Soo Yeon, deciso a scoprire il colpevole, si mette sulle tracce dell'assassino indagando da solo ed anticipando la polizia.
Quando Kyung Chul finisce tra le sue mani, l'agente giura allo psicopatico di essere soltanto all'inizio della sua vendetta: comincia così una persecuzione destinata a diventare una lotta tra i due uomini che segnerà non soltanto l'esistenza di Kim Soo Yeon, ma anche quella della famiglia della sua defunta donna.




Che il Cinema coreano fosse un punto di riferimento in fatto di materia tosta come la vendetta è un dato di fatto ormai universalmente noto - che si sia cinefili oppure no - fin dai tempi dell'esplosione del fenomeno Park Chan Wook, che con Old boy sdoganò, di fatto, una corrente che ha vissuto negli ultimi anni una fortuna decisamente invidiabile, in grado di regalare al pubblico perle di qualità altissima come Memories of murder - cui questo I saw the devil è molto legato - e The mother firmate da Bong Ho Joon, divertissement d'autore e stile come Bittersweet life - sempre ad opera di Jee Woon Kim o La samaritana di Kim Ki Duk.
In realtà l'argomento è sempre stato uno dei cardini di quello che ora è considerato uno dei Paesi più importanti dal punto di vista dell'influenza sul mondo della settima arte - in particolare nell'ambito dei grandi Festival - fin dai tempi in cui cineasti ora celebrati ad ogni latitudine speravano di riuscire a portarsi a casa qualche premio secondario che potesse aprire loro le porte della grande distribuzione internazionale: I saw the devil, nerissimo titolo ormai non più recente e, purtroppo, mai arrivato nelle nostre sale, si inserisce alla perfezione in questa tradizione violenta e spietata, e afferrando lo spettatore fin dal terrificante incipit lo guida in un viaggio attraverso i lati oscuri della mente e del cuore così profondo e d'impatto da far apparire cult come Se7en fondamentalmente versioni da parental guidance di vere pellicole "da grandi" come questa.
Partito sfiorando addirittura l'horror per avviarsi su binari che ricordano l'hard boiled prima di esplodere in un crescendo finale che danza sulla tensione del thriller per scoperchiare vasi di Pandora ancestrali e decisamente scomodi che ogni uomo porta ben nascosti nel cuore, il lavoro di Jee Woon Kim è costruito sulle spalle dei due straordinari protagonisti, l'algido Byung Hun Lee - che prestò il volto principale anche nel già citato Bittersweet life - nel ruolo di Kim Soo Yeon e l'incredibile Min Sic Choi - che il pubblico occidentale conobbe per la prima volta proprio con Old Boy -, entrambi autori di una prestazione da antologia e brividi: il rapporto che si costruisce tra lo spietato serial killer Kyung Chul e l'agente Kim Soo Yeon rappresenta senza dubbio uno dei più complessi e stratificati delle ultime stagioni cinematografiche, pronto a stupire e sconvolgere l'audience ad ogni suo passaggio ed evoluzione, dalla terrificante uccisione della fidanzata di Kim che apre la vicenda - che ha riportato alla mente del sottoscritto la forza di cult di genere come Il silenzio degli innocenti - fino ai ripetuti incontri dei due uomini, atti a ridefinire i loro ruoli ed esplorare lati delle rispettive personalità fino a quel momento sconosciuti.
La progressiva evoluzione di Kim da tutore dell'ordine a predatore accecato dalla furia e quella di Kyung da spietato assassino a vittima designata, come se non bastasse, si evolve attraverso sfumature sempre più complesse, e benchè non si rischi neppure per un secondo - drammatico finale compreso - ad empatizzare con una bestia della risma di Kyung - clamoroso come lo stesso, rimesso in libertà una prima volta da Kim, non ci pensi due volte a ricominciare ad uccidere, o tentare di farlo -, la portata delle azioni dell'agente muove a riflessioni sempre più profonde, legate al fatto che il contatto con l'oscurità liberata per dare la caccia all'uomo che ha ucciso la sua compagna, finiscono per condurlo su sentieri pericolosi e soprattutto destinati a generare altro dolore, altra morte e disperazione, neanche ci trovassimo all'interno di una tragedia greca dell'antichità, di quelle che non risparmiano nulla e nessuno, e più ci si avvicina al cuore e più profonde saranno le ferite.
Lasciandomi trascinare da questa terrificante meraviglia ho avuto anche modo di riflettere a proposito della figura del serial killer, da sempre tra le più affascinanti che la cronaca e la storia potessero presentare al sottoscritto: ai tempi della mia adolescenza, le vite di personaggi come potrebbe essere Kyung riuscivano ad alimentare una curiosità oscura che, in alcuni casi, finiva per creare una sorta di empatia, eppure con il passare del tempo - e, probabilmente, l'età e la formazione di una Famiglia - ogni legame di questo tipo pare essere scomparso, e per quanto drammatiche siano le ripercussioni delle azioni di Kim - di cui lo stesso agente è assolutamente responsabile - non c'è nulla che l'assassino subisce per mano del suo cacciatore che non meriti, perfino - e di nuovo lo cito indirettamente, per quanto stia cercando di non rivelare nulla - il trattamento riservatogli alla fine della storia.
Certo, il protagonista dovrà accettare il fatto che, una volta aperto il proprio cuore ai compromessi della violenza e della vendetta, la vita non sarà mai più la stessa: un pò come per noi, da questa parte dello schermo, ogni volta che decideremo di affrontare una visione come quella di I saw the devil.
Perchè quel diavolo, quel mostro, quell'abisso, ricambieranno sempre il nostro sguardo.
E la cosa più terribile è che potremmo scoprire di somigliargli perfino troppo.


MrFord


"And she says,
I swear I'm not the devil
though you think I am.
I swear I'm not the devil.
And she says,
I swear I'm not the devil
Though you think I am.
I swear I'm not the devil."
Staind - "Devil" -


domenica 28 aprile 2013

G. I. Joe - La vendetta

Regia: John M. Chu
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Duke, protagonista della sconfitta del neonato gruppo terroristico Cobra, guida ormai saldamente i G. I. Joe supportato dal suo braccio destro Roadblock, continuando a compiere missioni segrete e quasi impossibili per conto della NATO e del Presidente degli Stati Uniti. Quest'ultimo, in realtà sostituito dal trasformista Zartan, ordisce un piano affinchè i Joe cadano in disgrazia e vengano progressivamente eliminati, liberando al contempo dalla prigionia Cobra Commander: nel corso di uno degli attacchi proprio Duke perde la vita, e tocca a Roadblock, affiancato da Jaye, Flint, Jinx e Snake Eyes togliere le castagne dal fuoco scoprendo una nuova alleanza con l'ex nemico Storm Shadow e chiedendo aiuto al Generale Joe Colton, fondatore dei G. I. Joe.




Neanche il tempo di godermi la piacevole sorpresa della divertentissima tamarrata che è stata G. I. Joe - La nascita dei Cobra, e subito il Cinema, probabilmente offeso per il valore attribuito dal sottoscritto al lavoro di Stephen Sommers, si vendica consegnando agli occupanti di casa Ford una parziale delusione con quella che avrebbe dovuto essere al contrario la conferma di un brand fracassone e godurioso come quello legato ai mitici pupazzetti targati Hasbro: perchè nonostante la presenza di un The Rock in forma strepitosa - neanche a Wrestlemania l'ho visto così pompato - e del sempre mitico Brus Willis, questo sequel giunto probabilmente a troppi anni di distanza dal primo capitolo perde moltissimo rispetto allo stesso sia in termini di regia - pur parlando, di fatto, di semplici mestieranti, Sommers è decisamente più abile di Chu nella costruzione delle scene - che di resa complessiva del cast - quasi completamente rivoluzionato anche a scapito del buonsenso della sceneggiatura e, tolti i due grossi nomi già citati e le conferme dell'accoppiata ninja Snake Eyes/Storm Shadow, decisamente deludente e sotto la media -, cercando di sopperire a limiti fin troppo evidenti con una carica di ironia che - almeno quella -  non manca ma che poco può rispetto alla scarsa sostanza dell'intera produzione.
Un vero peccato, ed un esempio di quella che, senza se e senza ma, è la differenza fondamentale che passa tra gli action che imperavano negli anni ottanta ed i pochi che attualmente riescono a coglierne lo spirito ed i prodotti costruiti sulle esigenze di mercato della generazione dei Transformers: da un lato la coscienza di una Natura da baracconata che possa divertire senza ritegno e dall'altra un tentativo di replicare lo stesso effetto reso - volontariamente o no - più pesante da una sorta di presunzione di fondo, quasi ci si prendesse sempre troppo sul serio.
In qualche modo, una visione di questo genere finisce per avere lo stesso effetto di uno di quei discorsi chilometrici che, nel mondo del fumetto, dell'animazione e dei film action è legato alla figura dei "cattivi" e che, alla fine dei giochi, costituisce la causa principale della loro stessa sconfitta.
Certo, non voglio comunque soltanto denigrare il lavoro di Chu, che dal punto di vista degli effetti è sicuramente superiore al primo capitolo della saga e tiene aperte le porte per un eventuale terzo episodio - "Io e lei saremmo proprio una bella squadra", afferma The Rock stuzzicando Bruce Willis in chiusura -, ha un'affinità maggiore de La nascita dei Cobra rispetto a quelli che erano i giocattoli cui questi due film sono ispirati - meno armi in stile fantascienza, più sparatorie e scazzottate old school, un look soldatesco più che supereroistico - e regala almeno una perla catastrofica in pieno stile 2012 con la distruzione di Londra per mano dei Cobra, pur relegando il Commander ad un ruolo di fatto marginale rispetto a Zartan ed il nuovo volto Firefly - interpretato da Ray Stevenson, già visto in Thor e nell'ultima stagione di Dexter nel ruolo di Isaak Sirko -.
L'approfondimento dei personaggi, inoltre, segue l'esempio tracciato dal lavoro di Sommers, e con tutti i limiti del caso si preoccupa di fornire un background ai charachters che possa evitare l'appiattimento tipico delle proposte meno riuscite di questo genere - la famiglia di Roadblock, le nuove rivelazioni sul passato di Snake Eyes e Storm Shadow -: il difetto maggiore, dunque - limiti del regista e degli attori a parte, ovviamente - resta il fatto di aver perso l'ingenuità mostrata nel primo film pur guadagnando smalto ed una patina che possa ricordare più le vere produzioni da grande schermo rispetto ai b-movies nati per finire senza passare dal via al mercato per l'home video - quando va bene -.
La speranza è che per l'eventuale numero tre della serie l'attesa non sia lunga come quella intercorsa tra i due precedenti - anche perchè sono più che sicuro che defezioni come quella di Joseph Gordon Levitt, nel frattempo giunto alla consacrazione o, seppur parziale, di Channing Tatum, siano legate agli impegni e ad altri tipi di scelte artistiche - e che si punti più sull'aspetto sguaiato che non sulle pretese di diventare un riferimento del genere, che contribuirebbero ad accrescere le aspettative degli autori di portare sullo schermo qualcosa di unico o mai visto prima finendo inesorabilmente per fallire neanche fossero un Cobra Commander qualsiasi.
Il pane e salame deve rimanere pane e salame, per soddisfare come si deve palati voraci ma senza grosse pretese come quelli che passano al Saloon: e un brand come quello dei G. I. Joe ne dovrebbe sempre essere il portabandiera.


MrFord


"Here we go; we gonna send this one out to the old school
all these motherfuckers in the Bronx, and Brooklyn, and Staten Island
Queens, and all the motherfuckers that laid it down, the foundation
yaknowhatI'msayin? Nuttin but love for the old school
That's who we gonna do this one for, ya feel me?"
2Pac - "Old school" -


sabato 27 aprile 2013

G. I. Joe - La nascita dei Cobra

Regia: Stephen Sommers
Origine: USA
Anno: 2009
Durata:
118'




La trama (con parole mie): Duke, un soldato di quelli nati per servire il proprio Paese e spaccare culi a profusione, è incaricato di recuperare dal noto mercante d'armi McCullen quattro testate alimentate da nanomacchine in grado di distruggere tutto quello che incontrano e consegnarle alla NATO. Quando il suo convoglio viene attaccato da una squadra d'assalto ignota provvista di armi all'avanguardia, lui ed il suo inseparabile compare Ripcord vengono tratti in salvo dai G. I. Joe, un'elite supersegreta di soldati provenienti da tutto il mondo che ha il compito di togliere le castagne dal fuoco ogni volta che ce n'è bisogno guidata dal Generale Hawk.
Scoperto che tra le fila dei misteriosi nemici milita Ana, sua ex fidanzata e promessa sposa, Duke decide di farsi reclutare dai Joe, risolvere la questione delle testate, salvare il mondo e cercare di venire a patti con il passato in modo da costruirsi un futuro.
E spaccare altri culi, ovviamente.




Nella seconda metà degli anni ottanta in casa Ford esisteva un piacevole rituale che legava me e mio fratello, e che prevedeva che ogni venerdì, al termine della settimana lavorativa, nostro padre facesse ritorno dall'ufficio sempre con due pupazzetti della serie dei G. I. Joe, storica produzione Hasbro ai tempi sulla cresta dell'onda: una volta visti i due personaggi scelti da papà Ford, decidevamo quale sarebbe andato all'uno e all'altro arrivando a volte addirittura a litigare.
Ogni G. I. Joe aveva il suo equipaggiamento incluso, ed una scheda che ne raccontava storia ed origini, definendone il grado all'interno dell'organigramma dei Joe stessi o dei loro acerrimi nemici Cobra - in originale Spitfire -, e nonostante nascessero come versioni più mobili ed accessoriate dei vecchi soldatini, spesso e volentieri finivano protagonisti di incontri di wrestling che facevo combattere replicando le mosse viste alla tv su un ring costruito da mio nonno usando un sistema di regole legato ai dadi in modo da inserire la variabile del caso nel determinare chi avrebbe vinto o perso gli incontri.
Capirete dunque che, quando venne annunciato un progetto che avrebbe visto la realizzazione di un film proprio sui mitici G. I. Joe l'hype che mi travolse fu simile a quello che il giovane Elias in Clerks 2 prova rispetto all'imminente uscita della pellicola dedicata ai Transformers: ai tempi, però, le recensioni distrussero il lavoro di Stephen Sommers in maniera così netta da convincermi ad abbandonare l'idea di recuperarlo, tanto che il tutto cadde di nuovo nel dimenticatoio fino a quando, complice l'uscita del sequel con The Rock tra i protagonisti - domani qui al Saloon -, la curiosità è tornata a fare capolino nel sottoscritto, sostenuta da quella sana voglia di tamarrate senza ritegno che ogni tanto permettono di staccare il cervello dai fatti della vita.
Dunque, stravaccati sul divano, io e Julez ci siamo tuffati in quella che è stata una delle visioni più trash, sguaiate e clamorosamente sopra le righe degli ultimi anni, una sorta di cocktail ancora più fracassone di Independence Day, il recente - e divertentissimo - Battleship e le peggiori tamarrate figlie degli eighties che ci ha intrattenuti, divertiti e goduriosamente soddisfatti come poche altre pellicole in questo periodo: effettacci al limite del decente, esplosioni a profusione, una sceneggiatura che avanza a colpi d'accetta, testosterone a mille, botte anche tra le signorine, duelli tra ninja e armi al limite della fantascienza hanno accompagnato casa Ford accanto ai ricordi che ancora conservo di quei pupazzetti e della loro storia - sono riuscito addirittura a registrare un appunto da nerd: ai tempi era il ninja muto Snake eyes ad esordire dalla parte dei Cobra perchè condizionato mentalmente prima di passare alla scuderia dei buoni, e non Storm Shadow -, per due ore volate in un lampo ridendo come matti perdendoci tra basi segrete sotto il deserto o le acque dell'Antartide o per le strade di Parigi per quella che è la sequenza più puramente spettacolare della pellicola, resa involontariamente ancora più trash non tanto dal destino della Tour Eiffel, quanto dalle decine di morti e feriti probabilmente lasciati sull'asfalto vittime nella lotta tra Joe e Cobra, per una sorta di versione ipervitaminizzata della filosofia figlia delle missioni in stile Jack Bauer.
Per quanto, comunque, di livello decisamente basso, va inoltre riconosciuto al lavoro di Sommers quantomeno il tentativo di rendere interessanti i suoi protagonisti approfondendo le loro vicende, le scelte ed il passato, dal futuro Cobra Commander al protagonista Duke, passando per il dualismo tra i già citati Snake eyes e Storm shadow o il rapporto sentimentale che si costruisce battuta su battuta tra Scarlett e Ripcord, ovviamente senza mai prendersi sul serio rischiando di far perdere davvero la faccia ad una proposta che merita - e si fa voler bene - proprio così com'è.
Certo, la passione che nel corso della mia infanzia furono le avventure con la linea della Hasbro ha giocato un ruolo importante - sono riuscito perfino ad emozionarmi alla comparsa del trasformista Zartan, che fu il primo pupazzetto in assoluto che mi fu comprato insieme alla ai tempi ribattezzata "guardia rossa" che rappresentava il soldato Cobra standard -, ma credo che l'onestà di titoli come questo sia in grado di conquistare a prescindere dall'obiettivamente bassissimo valore artistico, e che poco importa se Dennis Quaid recita con il culo e tute ed armi paiono plasticoni da battaglie in cortile il giorno di Carnevale, o che dalla prima all'ultima inquadratura tutto sappia di baracconata senza ritorno: in fondo, per questo tipo di prodotti è giusto che sia così, come è giusto intendere giocattoloni di questa specie il modo migliore per il Cinema di intrattenere noi bambini grandi.


MrFord


"Il cobra non è un serpente 
ma un pensiero frequente che diventa indecente
quando vedo te, quando vedo te, quando vedo te.
Il cobra non è una biscia ma un vapore che striscia con la traccia che lascia
dove passi tu, dove passi tu, dove passi tu."
Donatella Rettore - "Kobra" -



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