Visualizzazione post con etichetta Adewale Akinnuoye-Agbaye. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Adewale Akinnuoye-Agbaye. Mostra tutti i post

mercoledì 17 febbraio 2016

L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo

Regia: Jay Roach
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 124'








La trama (con parole mie): siamo sul finire degli anni quaranta, a Hollywood, e Dalton Trumbo è uno degli sceneggiatori più importanti e quotati della settima arte, reduce dal successo come scrittore e sempre pronto a tirare fuori una qualche idea ottima sia qualitativamente che a livello commerciale. Quando, però, l'ombra della Guerra Fredda si allunga sugli States, le simpatie mai celate di Trumbo per il partito comunista finiscono per includerlo in una lista nera insieme ad alcuni colleghi, costretti a testimoniare al Congresso e a lottare non solo per poter trovare di nuovo un lavoro e per mantenere le loro famiglie, ma anche per evitare il carcere.
Perso il confronto con il Governo e finito dietro le sbarre, Trumbo dovrà allargare le spalle, ed una volta tornato in libertà cercare di sbarcare il lunario scrivendo dietro pseudonimi, finendo addirittura per vincere due Oscar senza poter dichiarare la paternità dei lavori premiati.












Dalton Trumbo è senza dubbio uno degli eroi di tutti i tempi del Saloon, una delle personalità più importanti cui possa pensare rispetto alla scrittura quantomeno nel panorama americano dell'ultimo secolo, che si parli di sceneggiature o romanzi, uno dei più grandi della macchina da scrivere della Storia di Hollywood, ed avrà sempre un posto nel mio cuore grazie al Capolavoro che è E Johnny prese il fucile, opera fondamentale legata all'assurdità della guerra.
L'approdo in sala, dunque, di un biopic dedicato a questo grandissimo artista che dovette lottare con le unghie e con i denti per occupare un posto che avrebbe dovuto avere di diritto considerate le sue qualità, è stato per me un'ottima notizia, nonostante la presenza dietro la macchina da presa del mestierante Jay Roach, di norma abituato a lavorare su commediole di grana grossa come Ti presento i miei.
Fortunatamente per me, per tutti gli amanti del buon Cinema classico e dell'opera di Trumbo, più che un lavoro di regia questo è un film profondamente attoriale, giocato su una serie di ottime interpretazioni in grado di condurre per mano lo spettatore attraverso due ore scorrevolissime e serrate, importanti anche per denunciare quello che è stato, senza ombra di dubbio, il periodo più oscuro di Hollywood, accecata dalla caccia alle streghe alimentata dal terrore del comunismo e dall'incombente Guerra Fredda - bellissimo, in questo caso, il dialogo tra Dalton e Niky, sua figlia maggiore, a proposito dell'essere comunisti -: il cast al completo, dagli ottimi comprimari Louis C. K. a John Goodman, passando per un'odiosa Helen Mirren ed una tosta Diane Lane, per giungere ad un Bryan Cranston in stato di grazia - credo sia la prima volta, negli ultimi anni, in cui credo non tiferò per il buon Di Caprio, alla notte degli Oscar -, perfetto nel rendere non solo nella mimica e nella fisicità, ma anche nell'inflessione vocale, il vecchio Dalton, riesce a far compiere all'opera un salto di qualità, di fatto sfruttando al meglio un impianto molto vecchio stile e perfetto per questo tipo di produzione che pare nata proprio per il periodo degli Academy Awards.
Altro merito della pellicola - come al solito adattata terribilmente nell'edizione italiana, quando si sarebbe potuto lasciare tranquillamente l'originale Trumbo - è quello di mostrare al grande pubblico una delle figure di riferimento della Storia del Cinema USA, autore non solo di romanzi immortali come il già citato E Johnny prese il fucile, ma anche vincitore di due premi Oscar - riconosciutigli solo a distanza di anni, uno addirittura postumo - per gli script di Vacanze romane e La più grande corrida nonchè firma dei copioni di classici immortali come l'Exodus di Otto Preminger e soprattutto lo Spartacus di Stanley Kubrick, che sancì in una certa misura il ritorno di Trumbo nel giro che conta e l'ufficialità della fine di un'epoca di oscurantismo culturale che non fa onore agli States patria della Libertà così come ad alcuni interpreti dei tempi che si schierarono palesemente a favore, per comodo o per indole, delle idee del maccartismo - e qui, purtroppo, oltre a Reagan e Hedda Hopper, ritroviamo anche uno dei simboli del Western e del Saloon, John Wayne, che in quanto a politica non era proprio vicino a quelle che sono le idee del sottoscritto -.
Un film, dunque, che non brillerà per inventiva o colpi di genio, ma che racconta con ottimo piglio la vicenda umana e personale di quello che, senza dubbio, è stato un genio nel proprio campo, e prima ancora un uomo sempre pronto a lottare per i propri diritti e per una libertà di pensiero che dovrebbe essere uno dei pilastri di qualsiasi società civile: in un'epoca come quella che vide il terrore del comunismo - ma potrebbe essere qualsiasi cosa, teniamolo bene a mente - diventare uno strumento di persecuzione culturale e non solo di intellettuali, artisti e gente comune, sarebbe stato un onore avere accanto un uomo come Trumbo, che con una delle armi più potenti mai esistite, la penna, lottò senza arrendersi fino a sconfiggere il Sistema che l'aveva rifiutato.
Neanche ci trovassimo in un film di Hollywood.






MrFord






"Come senators, congressmen
please heed the call
don't stand in the doorway
don't block up the hall
for he that gets hurt
will be he who has stalled
there's a battle outside
and it is ragin'
it'll soon shake your windows
and rattle your walls
for the times they are a-changin'."
Bob Dylan - "The times they are a-changin'" -






martedì 25 marzo 2014

Pompei

Regia: Paul W. S. Anderson
Origine: Canada, Germania, USA
Anno: 2014
Durata: 105'





La trama (con parole mie): Milo, scampato ad un massacro operato dai romani in territori celti e finito in schiavitù come gladiatore, spinto dalle sue vittorie nell'arena, è acquistato per rendere ancora più interessanti i giochi che dovrebbero rilanciare Pompei agli occhi di Roma, da poco tempo governata dal nuovo imperatore Tito.
Il senatore Corvus, inviato dallo stesso, ha il compito di trattare proprio affinchè vengano stanziati fondi per la costruzione di nuove terme e di un'area dedicata ai combattimenti che dovrebbero rendere la città alle pendici del Vesuvio uno dei centri più importanti dopo la Capitale.
Cassia, figlia di uno dei cittadini più influenti di Pompei, fa ritorno a casa dopo un anno di vita a Roma per evitare le attenzione di politici e squali come Corvus, sperando di ritrovare la gioia della terra natìa.
Atticus, gladiatore giunto alla vigilia del suo ultimo combattimento prima della libertà guadagnata scontro dopo scontro e fedele alla legge romana, attende soltanto di mietere l'ultima vittima prima di smettere i panni dello schiavo.
Le loro vite si incroceranno a seguito dei drammatici eventi legati all'eruzione del 79 D. C.








Quasi mi dispiace, massacrare un film come Pompei.
In fondo, potrebbe sembrare che nutra una sorta di curioso rancore verso Paul W. S. Anderson, che di norma è considerato da queste parti come una sorta di garanzia quasi assoluta di schifezza atomica.
Come se il pregiudizio ed il partire prevenuto possa, in qualche modo, minare l'effettiva efficacia dei lavori del suddetto.
Eppure, credetemi, io al buon Paul W. S. voglio proprio bene: perchè senza di lui, questi anni trascorsi dall'apertura del Saloon non sarebbero stati gli stessi, ed i Ford Awards dedicati al peggio si sarebbero visti privare di uno dei loro protagonisti indiscussi, un vero Maestro quando si tratta di proporre al pubblico qualcosa di assolutamente pacchiano ed inguardabile, eppure sempre in una certa misura divertente.
Pompei, ultima fatica del regista di cose "memorabili" come I tre moschettieri, mantiene alta la sua bandiera sotto tutti gli aspetti: prendendo spunto dall'eruzione che nel 79 D. C. distrusse completamente Pompei ed i comuni limitrofi e che ancora oggi è ricordata come una delle più spaventose avvenute in Europa, l'Anderson dei poveri cerca da par suo di creare un cocktail pescando a piene mani e senza ritegno da Il gladiatore, la serie di Spartacus, Titanic, The impossible - a quale degli spettatori di Pompei non è tornato in mente, grazie alla sequenza del porto distrutto dal maremoto, lo tsunami che colpì pochi anni or sono il Sud Est asiatico? - regalando di conseguenza una delle pellicole fin da ora candidate al "contropodio" di fine anno, concentrato di melassa hollywoodiana, effettoni da incontrollato 3D, script da fiction televisiva e chi più ne ha, più ne metta.
Eppure, e sempre per non apparire come il professore pronto ad accanirsi sempre e comunque sull'ultimo della classe, ammetto di non essere riuscito a considerare davvero nociva questa schifezza clamorosa: così come per il recente Hercules, Pompei mantiene in qualche modo un'aura naif capace di evitargli quantomeno le bottigliate più dolorose, ed il risentimento o l'incazzatura del sottoscritto.
Non so se questo sia stato possibile grazie ad un cast pescato in gran parte da serie tv che ho amato ed amo ancora alla follia - dal Kit Harington/Jon Snow di Game of thrones al Kiefer Sutherland/Jack Bauer di 24, passando dalle parti di Oz e Lost grazie a Adewale Akinnuoye-Agbaye e di Mad men e Fringe con Jared Harris - o al fascino che eventi naturali catastrofici riescono comunque ad esercitare sul pubblico ed il sottoscritto, ma il risultato ha consentito, malgrado il livello infimo, a questa robetta di passare più che altro per il puro e semplice intrattenimento a neuroni zero tipico delle serate in cui la stanchezza finisce per farla da padrona.
Forse ho finito per rammollirmi, negli ultimi tempi, eppure quando guardo z-movies di questa risma prodotti con tutti i limiti riconosciuti di chi ci lavora non ho neppure lontanamente la stessa voglia di menare fendenti con i vuoti delle bevute che avrei rispetto ad un lavoro più autoriale ma, di contro, spocchioso e deludente rispetto alle aspettative della vigilia: Pompei è quello che è, un film da poco.
Non c'è da aspettarsi altro, ed in questo senso le aspettative non sono per nulla tradite.
Ed in qualche modo è confortante.
Un pò come sapere che, fin dall'inizio del film, nessuno dei personaggi - dai più zuccherosi ai più irritanti - troverà scampo da quello che è stato uno dei disastri naturali più clamorosi della Storia antica.
E, per parafrasare Julez, anche essere sicuri che di questa pellicola non potranno mai - almeno si spera - produrre un sequel.




MrFord



"Don't hold yourself like that
cause You'll hurt your knees
well I kissed your mouth, and back
but that's all I need
don't build your world around
volcanoes melt you down."
Damien Rice - "Volcano" - 


         


sabato 27 aprile 2013

G. I. Joe - La nascita dei Cobra

Regia: Stephen Sommers
Origine: USA
Anno: 2009
Durata:
118'




La trama (con parole mie): Duke, un soldato di quelli nati per servire il proprio Paese e spaccare culi a profusione, è incaricato di recuperare dal noto mercante d'armi McCullen quattro testate alimentate da nanomacchine in grado di distruggere tutto quello che incontrano e consegnarle alla NATO. Quando il suo convoglio viene attaccato da una squadra d'assalto ignota provvista di armi all'avanguardia, lui ed il suo inseparabile compare Ripcord vengono tratti in salvo dai G. I. Joe, un'elite supersegreta di soldati provenienti da tutto il mondo che ha il compito di togliere le castagne dal fuoco ogni volta che ce n'è bisogno guidata dal Generale Hawk.
Scoperto che tra le fila dei misteriosi nemici milita Ana, sua ex fidanzata e promessa sposa, Duke decide di farsi reclutare dai Joe, risolvere la questione delle testate, salvare il mondo e cercare di venire a patti con il passato in modo da costruirsi un futuro.
E spaccare altri culi, ovviamente.




Nella seconda metà degli anni ottanta in casa Ford esisteva un piacevole rituale che legava me e mio fratello, e che prevedeva che ogni venerdì, al termine della settimana lavorativa, nostro padre facesse ritorno dall'ufficio sempre con due pupazzetti della serie dei G. I. Joe, storica produzione Hasbro ai tempi sulla cresta dell'onda: una volta visti i due personaggi scelti da papà Ford, decidevamo quale sarebbe andato all'uno e all'altro arrivando a volte addirittura a litigare.
Ogni G. I. Joe aveva il suo equipaggiamento incluso, ed una scheda che ne raccontava storia ed origini, definendone il grado all'interno dell'organigramma dei Joe stessi o dei loro acerrimi nemici Cobra - in originale Spitfire -, e nonostante nascessero come versioni più mobili ed accessoriate dei vecchi soldatini, spesso e volentieri finivano protagonisti di incontri di wrestling che facevo combattere replicando le mosse viste alla tv su un ring costruito da mio nonno usando un sistema di regole legato ai dadi in modo da inserire la variabile del caso nel determinare chi avrebbe vinto o perso gli incontri.
Capirete dunque che, quando venne annunciato un progetto che avrebbe visto la realizzazione di un film proprio sui mitici G. I. Joe l'hype che mi travolse fu simile a quello che il giovane Elias in Clerks 2 prova rispetto all'imminente uscita della pellicola dedicata ai Transformers: ai tempi, però, le recensioni distrussero il lavoro di Stephen Sommers in maniera così netta da convincermi ad abbandonare l'idea di recuperarlo, tanto che il tutto cadde di nuovo nel dimenticatoio fino a quando, complice l'uscita del sequel con The Rock tra i protagonisti - domani qui al Saloon -, la curiosità è tornata a fare capolino nel sottoscritto, sostenuta da quella sana voglia di tamarrate senza ritegno che ogni tanto permettono di staccare il cervello dai fatti della vita.
Dunque, stravaccati sul divano, io e Julez ci siamo tuffati in quella che è stata una delle visioni più trash, sguaiate e clamorosamente sopra le righe degli ultimi anni, una sorta di cocktail ancora più fracassone di Independence Day, il recente - e divertentissimo - Battleship e le peggiori tamarrate figlie degli eighties che ci ha intrattenuti, divertiti e goduriosamente soddisfatti come poche altre pellicole in questo periodo: effettacci al limite del decente, esplosioni a profusione, una sceneggiatura che avanza a colpi d'accetta, testosterone a mille, botte anche tra le signorine, duelli tra ninja e armi al limite della fantascienza hanno accompagnato casa Ford accanto ai ricordi che ancora conservo di quei pupazzetti e della loro storia - sono riuscito addirittura a registrare un appunto da nerd: ai tempi era il ninja muto Snake eyes ad esordire dalla parte dei Cobra perchè condizionato mentalmente prima di passare alla scuderia dei buoni, e non Storm Shadow -, per due ore volate in un lampo ridendo come matti perdendoci tra basi segrete sotto il deserto o le acque dell'Antartide o per le strade di Parigi per quella che è la sequenza più puramente spettacolare della pellicola, resa involontariamente ancora più trash non tanto dal destino della Tour Eiffel, quanto dalle decine di morti e feriti probabilmente lasciati sull'asfalto vittime nella lotta tra Joe e Cobra, per una sorta di versione ipervitaminizzata della filosofia figlia delle missioni in stile Jack Bauer.
Per quanto, comunque, di livello decisamente basso, va inoltre riconosciuto al lavoro di Sommers quantomeno il tentativo di rendere interessanti i suoi protagonisti approfondendo le loro vicende, le scelte ed il passato, dal futuro Cobra Commander al protagonista Duke, passando per il dualismo tra i già citati Snake eyes e Storm shadow o il rapporto sentimentale che si costruisce battuta su battuta tra Scarlett e Ripcord, ovviamente senza mai prendersi sul serio rischiando di far perdere davvero la faccia ad una proposta che merita - e si fa voler bene - proprio così com'è.
Certo, la passione che nel corso della mia infanzia furono le avventure con la linea della Hasbro ha giocato un ruolo importante - sono riuscito perfino ad emozionarmi alla comparsa del trasformista Zartan, che fu il primo pupazzetto in assoluto che mi fu comprato insieme alla ai tempi ribattezzata "guardia rossa" che rappresentava il soldato Cobra standard -, ma credo che l'onestà di titoli come questo sia in grado di conquistare a prescindere dall'obiettivamente bassissimo valore artistico, e che poco importa se Dennis Quaid recita con il culo e tute ed armi paiono plasticoni da battaglie in cortile il giorno di Carnevale, o che dalla prima all'ultima inquadratura tutto sappia di baracconata senza ritorno: in fondo, per questo tipo di prodotti è giusto che sia così, come è giusto intendere giocattoloni di questa specie il modo migliore per il Cinema di intrattenere noi bambini grandi.


MrFord


"Il cobra non è un serpente 
ma un pensiero frequente che diventa indecente
quando vedo te, quando vedo te, quando vedo te.
Il cobra non è una biscia ma un vapore che striscia con la traccia che lascia
dove passi tu, dove passi tu, dove passi tu."
Donatella Rettore - "Kobra" -



sabato 20 aprile 2013

Jimmy Bobo - Bullet to the head

Regia: Walter Hill
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
92'




La trama (con parole mie): Jimmy Bobo, un sicario di New Orleans professionista del settore da quasi tutta la vita, risparmia una prostituta che gli ricorda la figlia trovata accanto al suo bersaglio scatenando le ire del datore di lavoro che aveva commissionato l'omicidio, un avvocato dell'alta società che nasconde traffici illeciti gestiti con il beneplacito di un signore della guerra - e non solo - di origini africane.
Quando un altro letale assassino a pagamento, Keegan, viene dunque sguinzagliato ed uccide quello che era stato il suo socio per anni, Jimmy sarà costretto, suo malgrado, ad allearsi con un detective di Washington giunto in Louisiana per condurre un'indagine proprio sulla vittima del Nostro che ha dato il via alle danze.
Riusciranno i due uomini, così diversi per etica, a coesistere, consegnare alla Giustizia - in un modo o nell'altro - i cattivi e sopravvivere ad un calderone di corruzione e morte scoperchiato anche all'interno delle forze dell'ordine?




Se a qualche scellerato era rimasto qualche dubbio, dopo due perle assolute come Expendables ed Expendables 2, a proposito del grandissimo ritorno sugli schermi che contano - ed anche su quelli più tamarri - del vecchio Sly Stallone, colonna degli action movies - e non solo - figli degli anni ottanta, Walter Hill e questa sua ultima fatica - giunta a quasi undici anni di distanza da Undisputed, senza considerare la manciata di episodi di Deadwood e la miniserie Broken trail diretti per il piccolo schermo - sono giunti apposta per spazzarne via qualsiasi eventuale residuo.
Perchè Bullet to the head - adattato qui nella Terra dei cachi come Jimmy Bobo, vai a sapere perchè - è una vera e propria tamarrata come se ne giravano ai bei tempi, tagliata con l'accetta - e non potrebbe essere altrimenti, visto il confronto finale che attende il sempre grande Stallone Italiano ed il suo rivale per l'occasione Jason Momoa, mastodontico nuovo Conan, ed ogni riferimento al suo amico e rivale al botteghino di allora Schwarzy è puramente casuale, salito agli onori delle cronache per il suo ruolo di Khal Drogo nella splendida prima stagione di Game of thrones - e divertentissima, ricca di riferimenti alla cultura di pellicole improntate sull'amicizia virile e sulle scazzottate che hanno fatto la fortuna di un'intera generazione di spettatori, ironica ed assolutamente scorrevole, thrashissima eppure funzionale e portata sullo schermo da una mano chiaramente esperta ed autoriale, almeno rispetto alla media di titoli di questo genere.
Perchè il buon Walter Hill, anagraficamente più dinosauro di Sly, non è certo equiparabile ai mestieranti normalmente prestati al Cinema di botte: abbiamo di fronte, infatti, un signore che nel corso della sua carriera è stato in grado di regalare agli appassionati cult inarrivabili come I guerrieri della notte e I guerrieri della palude silenziosa, Danko - citato con grande stile nella sequenza legata al caffè rovesciato sui pantaloni del detective -, 48 ore e Driver - L'imprendibile, un Maestro del Cinema di genere arrabbiato e tosto come pochi ne ha regalati il made in USA.
Per quanto riguarda il film, soprattutto in merito allo script, resta poco da dire: tutto funziona così come dovrebbe, non ci si fanno troppe domande - se non dove andare a recuperare una cassa del bourbon preferito di Jimmy Bobo, introvabile in qualsiasi locale - e tutto è giocato sull'equilibrio tra gli scambi di battute tra i due protagonisti e le sequenze action, dalla prima all'ultima ben gestite, tamarre il giusto e non troppo eccessive, tanto da conservare quasi un'aura di realismo - se di realismo si può parlare, in questi casi -. Unico appunto il twist finale legato al personaggio di Keegan, insolito per il ruolo di gorilla spaccaculi normalmente asservito al boss di turno, perfetto a fare da anticamera allo scontro decisivo con il nostro amico Bobo.
Interessante anche il rapporto con la figlia dell'antieroe interpretato da Sly, il suo labbro ed il suo botulino, che ricalca gli standard ma riesce a regalare un pò di spessore a charachters ovviamente ben poco approfonditi come è giusto che sia in questi casi: un modo onesto di non trasformare l'intera operazione in una serie di sequenze slegate tra loro all'interno delle quali Stallone si diverte - e si diverte, non crediate il contrario - come un matto a darle di santa ragione a chiunque si metta sulla sua strada.
In questo senso risultano ovviamente spassosi anche gli scambi con il detective Kwon, giocati tutti a partire dalla vecchia storia del "poliziotto buono e poliziotto cattivo" per finire in una sorta di potenziale curioso rapporto tra genero e suocero.
Nel complesso, dunque, un'operazione riuscita sia per Hill - bentornato! - che per Sly, che già dai titoli di coda aumenta l'hype per un ipotetico secondo capitolo: in tal caso, noi del Saloon ci saremo senza ombra di dubbio.


MrFord


"This time the bullet cold rocked you
a yellow ribbon instead of a swastika
nothin' profitable about your propaganda
fools follow rules when the set commands you
said it was blue
when the blood was red
that's how you got a bullet blasted through your head."
Rage against the machine - "Bullet in the head" -


sabato 28 luglio 2012

La cosa

Regia: Matthijs Van Heijningen Jr.
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 103'




La trama (con parole mie): nel cuore dell'Antartide un gruppo di ricercatori norvegesi scopre per caso cadendo in un crepaccio l'esistenza di quella che pare proprio essere un'astronave aliena abbandonata da migliaia di anni.
Come se questo non bastasse a rendere la scoperta sensazionale, il gruppo recupera anche il presunto occupante del mezzo, rimasto intrappolato nei ghiacci e conservato perfettamente: Sander Halvorson, uno dei capi del progetto, vola così negli States insieme al suo assistente Adam per reclutare una specialista di fossili e ritrovamenti di resti in condizioni estreme, la giovane Kate Lloyd.
Giunti sul posto ed iniziati i rilevamenti sulla creatura, gli sfortunati scienziati scopriranno che la "cosa" imprigionata dai ghiacci è tutt'altro che passata a miglior vita, ed è pronta, al contrario, a fare polpette di ognuno di loro.




Chiariamolo subito: nonostante le mie aspettative bassissime, l'impietoso confronto con due Classici di genere come quelli firmati da Howard Hawks&Christian Nyby e John Carpenter, il setting assolutamente lontano dallo spirito estivo di questi giorni ed effetti speciali di una bruttezza rara, La cosa di Van Heijninger Jr non è un film pessimo quanto avrei potuto pensare.
Anzi, devo ammettere che rispetto ad alcuni prodotti davvero agghiaccianti dello stesso genere che continuano impunemente ad essere distribuiti riesce anche ad essere quasi guardabile, nel complesso, e passare senza infamia e senza lode attraverso la visione risultando tutto sommato anche scorrevole.
Dunque, cosa esattamente non funziona in una pellicola che parrebbe perfetta per un periodo dell'anno in cui, volenti o nolenti, ci si ritrova ad affrontare tutto - Cinema compreso - senza impegno alcuno?
Principalmente la sua inutilità, una mancanza di carattere di fondo che rende questo La cosa insipido e scialbo, privo del fascino e dell'attrattiva che i suoi due illustri precedenti hanno esercitato su generazioni intere di spettatori: non è un vero e proprio remake, quanto più un prequel, eppure ricorda un reboot, non riesce ad osare e perde anche gran parte della componente thrilling che rendeva soprattutto la versione carpenteriana - insieme al gusto un pò kitsch da fumettone - un must per tutti gli appassionati di sci-fi - e non solo -.
Se l'operazione, insomma, voleva essere una sorta di adattamento versione nuovo millennio dello script originale, non possiamo certo dirci soddisfatti di un risultato che non fa altro che scimmiottare quelli dei suoi predecessori senza nulla che lo renda almeno in un aspetto più accattivante: a difesa del lavoro finito posso soltanto dire che agli occupanti di casa Ford ha ricordato due dei videogiochi più tesi e strabilianti degli ultimi anni, quei Dead space e Dead space 2 che ad inizio 2011 fecero la fortuna di molti pomeriggi passati in compagnia della PS3.
Troppo poco, però, per una produzione che sceglie di risparmiare sugli effetti speciali - davvero poco accattivanti, e per nulla in grado di tenere l'audience sul filo del terrore - in favore di un cast discretamente noto eppure per nulla in parte, che vede spiccare - e non in senso buono - il Joel Edgerton di Warrior - ma anche de Il respiro del diavolo, non dimentichiamolo -, l'ex Adebisi/Mr. Eko Adewale Akinnuoye-Agbaye ed Ulrich Thomsen, attore che ben ricorderanno i fan di Von Trier e Vinterberg, ma che io associo a quella perla che è Le mele di Adamo.
Il resto sarà storia per tutti i fan delle incarnazioni precedenti de La cosa, mentre si rivelerà un onesto fanta-horror buono giusto per il periodo per i neofiti, che forse riusciranno ad apprezzarlo in misura anche maggiore data la loro "innocenza" in merito: per gli appassionati hardcore - soprattutto della versione che vedeva protagonista il sempre mitico Kurt Russell - il consiglio è di approcciare la visione come la meno impegnativa e più "estiva" possibile, per evitare incazzature e confronti inutili e godersi l'opera prima di Van Heijningen Jr nello spirito vacanziero che merita.
In fondo, una volta "tornati a casa" potrete sempre riprendere in mano il vecchio dvd targato John Carpenter, e tornare a fare sul serio.


MrFord


"Come a little bit closer
and hear what I've got to say
burning words of anger
of hate and desperation
what if I break the silence?
what if I do forgive the past?"
Lacrimosa - "Copycat" -


 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...