lunedì 24 giugno 2013

Searching for Sugar Man

Regia: Malik Bendjelloul
Origine: Svezia, UK
Anno: 2012
Durata: 86'




La trama (con parole mie): Sixto Rodriguez, cantautore di culto di origini messicane nato e cresciuto nella periferia dei lavoratori di Detroit, incise all'inizio degli anni settanta due album che, per i suoi produttori, lo portarono ben oltre il livello perfino di mostri sacri della canzone popolare americana come Bob Dylan. Peccato che, a seguito dell'insuccesso commerciale totale degli stessi, l'uomo scomparve letteralmente senza lasciare traccia del suo passaggio.
A cavallo degli anni ottanta, però, in Sudafrica, Rodriguez divenne una sorta di leggenda ispirando perfino i primi gruppi rock bianchi pronti a contestare duramente l'apartheid: il proprietario di un negozio di dischi, Stephen "Sugar" Segerman, ed un giornalista musicale, fan della prima ora di Rodriguez, si incaricano di indagare quale possa essere stato il destino del loro idolo.
Quello che scopriranno attraversando l'oceano sarà un'incredibile storia di musica e di vita.




A volte non c'è davvero bisogno di troppi giri di parole: Searching for Sugar Man è un grande film, nonchè uno dei migliori documentari che mi sia capitato di vedere nel corso delle ultime stagioni cinematografiche.
Ma prima dei premi, dei riconoscimenti al Sundance e alla notte degli Oscar, prima della ribalta e della distribuzione addirittura in Italia, prima della musica stessa e di una vicenda che pare talmente incredibile da essere stata scritta proprio per un film, il lavoro di Malik Bendjelloul - bravissimo davvero, questo ragazzo svedese di chiare origini extraeuropee, che ha finito per curare praticamente ogni aspetto del suo lavoro, dalla regia, al montaggio, fino alle bellissime sequenze arricchite dai disegni animati, anch'essi opera della sua mano - è un inno alla vita come raramente se ne incontrano nel corso del cammino che intraprendiamo giorno dopo giorno, un esempio di quello che fa la differenza tra chi non riesce a gestire la fama ed il successo e chi, al contrario, decide di vivere quello che il destino gli ha riservato, prendendo quello che ha come parte della sua storia - e, come scrivevo poco sopra, che storia -.
Sixto Rodriguez, cantautore di origini messicane nato e cresciuto nella Detroit dei lavoratori e dei losers della grande tradizione del folk - e non solo - made in USA, all'inizio degli anni settanta compone ed incide due dischi in grado di strabiliare gli addetti ai lavori, album brevi ed intensi che raccontano le vite consumate lungo una Frontiera che di mitico non ha proprio nulla, almeno sulla carta, fatta di calli alle mani e storie di periferia, lavori perduti e sconfitte che non lasciano spazio alle vittorie, speranze perdute un giorno dopo l'altro, schiacciate dalla forzata sopravvivenza.
Due dischi che gente alle spalle di artisti come Marvin Gaye o i Cure non esita neppure un secondo a definire epocali, considerando Rodriguez come uno dei massimi interpreti della musica americana, perfino oltre quello che è stato, è e sarà sempre Bob Dylan: eppure, questi due album monumentali finiscono inspiegabilmente nel dimenticatoio di tutte quelle proposte che, una volta immesse sul mercato discografico, si perdono in un oblio quasi mitologico - altro che Frontiera annichilita dal quotidiano e dal lavoro -.
Così, Sixto Rodriguez scompare. Definitivamente.
Senza sapere di essere diventato quasi per caso una leggenda all'altro capo del mondo, in Sudafrica, in un contesto sociale in cui i suoi testi attecchiscono e divengono uno dei più importanti stimoli della lotta contro l'apartheid, nonchè riferimento per un artista in grado di influenzare generazioni intere: e mentre rimbalzano le voci di un suo suicidio, della sua morte sul palco o per overdose, perduto tra le pagine del mito, Sixto Rodriguez aleggia ancora, come un fantasma, anche se nessuno dei suoi fan lo sa.
E sulle sue tracce si mossero, sul finire degli anni novanta, il proprietario di un negozio di dischi ed un giornalista musicale, pronti a mettere tutte le energie possibili in campo per arrivare a scoprire il vero destino di quell'uomo che avevano imparato a conoscere dietro ogni nota, e la voce rotta da un sentimento profondo di comunione con i perdenti di cui cantava.
E se pensate che questo possa essere già molto, non avete ancora scoperto il meglio.
Spesso mi capita di citare il John Ford de L'uomo che uccise Liberty Valance, con quel suo "Nel West, quando la Realtà incontra la Leggenda, vince la Leggenda".
Qui pare esattamente il contrario: e quello che la vita ha riservato a questa sorta di eroe della musica dei nostri tempi vissuto da fantasma per quasi un trentennio, è un passaggio di lirismo quasi magico che neppure il Cinema di fiction sarebbe riuscito a rendere nello stesso semplice, travolgente modo: una finestra che si apre, un volto che si affaccia sulla strada.
Quella strada cantata tante volte, anni e anni prima, e ancora ogni giorno, in modo diverso, ma ugualmente forte, deciso, pieno di passione.
Una strada diversa da quella di una fama internazionale, di denaro e groupie, e chi più ne ha, più ne metta.
Una strada fatta di tre donne, ed un bimbo nato dall'altra parte del mondo, pronto in qualche modo a raccogliere la sua eredità.
Un'eredità di musica, senza dubbio, ma soprattutto di dignità, forza, coraggio, solidità.
Anche quando non si è altro che un fantasma per le strade di una città che non regala niente a nessuno, costruita sulle spalle dei lavoratori della vita.
Searching for Sugar Man è una lezione, ed un grande film.
Perchè insegna che la passione non è subordinata al successo, come molta della cultura del mondo in cui viviamo pare suggerire.
E insegna anche che la generosità e la forza non nascono dalla fama stessa, ma arrivano dritti dalle ferite che ci ricordano che è impossibile crescere senza farsi male.
E quando abbiamo qualcuno da proteggere, e a cui mostrare il cammino, è ancor più inevitabile.
Caro Rodriguez, non ho mai conosciuto la tua musica, ma è come se fossi stato sempre con me.
Ed anche ora che correrò a comprare i tuoi dischi, credimi, non penserò che sarà finita con qualche pezzo - peraltro magistrale - ascoltato camminando per le strade del mondo.
Non penserò che sarà mai finita, perchè non lo è.
Fino a quando non arriva il momento di scomparire.
E forse non basterà neppure quello.


MrFord


"Sugarman
won't ya hurry
coz I'm tired of these scenes
for a blue coin
won't ya bring back
all those colours to my dreams
silver majik ships, you carry
jumpers, coke, sweet MaryJane."
Rodriguez - "Sugar Man" -


domenica 23 giugno 2013

Killing point

Regia: Jeff King
Origine: USA
Anno: 2008
Durata: 96'



La trama (con parole mie): siamo a Memphis, ed il rude detective Jacob, genio dell'elaborazione di profili e della caccia ai serial killer, si ritrova ad avere a che fare non con uno, bensì con due predatori ad un tempo. Il primo, Billy Joe, è un vecchio "amico" che il poliziotto ha già sistemato da par suo tornato per vendicarsi; il secondo, Lazarus, è uno psicopatico appassionato di metal ed astrologia.
A suon di cazzotti e frasi tagliate con l'accetta, Jacob assicurerà alla giustizia i due riuscendo, nel contempo, anche a scrollarsi di dosso i sospetti di un'incaricata dell'FBI giunta nel suo distretto per controllarlo.
Se non fosse per la trama da thriller del sabato sera, potremmo pensare che si tratti solo di una schifezza comune, e invece no: perchè è scritto ed interpretato da Steven Seagal.




Ve lo giuro, sono stato tentato. E molto.
Avrei voluto snocciolare i quattro bicchieri, per questo film.
Perchè, non prendiamoci per il culo, ci vogliono talento, inventiva, tecnica e magia per poter realizzare un Capolavoro vero, ma altrettanta abilità per confezionare una merda di proporzioni bibliche come questa.
Da scrittore o pseudo tale quale sono, infatti, trovo che una delle cose più difficili per chi si trastulla con una penna in mano sia quella di produrre qualcosa di qualità talmente infima da far strabuzzare gli occhi a chiunque finisca per metterci le mani sopra; diffidate, dunque, sempre e comunque da chi si professa in grado di scrivere volontariamente una schifezza, perchè ve la sta cantando grossa parecchio.
Certo, si può sdoganare il trash ed omaggiarlo, girare intorno alla melma o buttarcisi di testa, ma difficilmente se avete almeno una minima padronanza del mezzo riuscirete nell'impresa di realizzare un Capolavoro al rovescio come questo: occorre essere geni al rovescio, per farlo.
Senza dubbio, Steven Seagal lo è.
Dalla punta degli stivali alla coda di cavallo del parruccone.
Dovete sapere, infatti, che oltre alla sua bolsa presenza e all'inespressività che è ormai una bandiera ed un emblema, per Killing point il Nostro è riuscito addirittura e nientepopodimeno che a portare sullo schermo una sua sceneggiatura originale talmente pessima da far risultare degno della Palma d'oro anche il peggiore tra gli episodi di Walker Texas Ranger, o uno qualsiasi dei prodotti made in Italy della scuderia Moccia. Con l'aggiunta di qualche "fottiti" ed una manciata di cazzotti in più.
Ora vorrei davvero soffermarmi sulle interpretazioni da cani maledetti di tutti gli attori - e mi dispiace vedere Isaac Hayes ridotto a lavorare in produzioni come questa -, sulla regia che sarebbe fantascienza definire amatoriale, sul montaggio ai limiti della crisi di vomito, sulla vicenda che neppure un dodicenne in preda ai primi ormoni da botte e femmine sarebbe in grado di partorire, sul finale assolutamente senza senso e sulla pressochè non pervenuta attenzione ai dettagli - è ancora davanti ai miei occhi la sequenza in cui il buon Seagal spacca i denti al cattivo di turno in pieno stile American History X all'interno di un locale e nella scena successiva con tanto di sparatoria all'esterno abbiamo un bel primo piano del manigoldo con il sorriso completamente rifatto -, ma preferirei concentrarmi sull'incredibile magia che lo spaccaculi Steven è riuscito a produrre dietro la macchina da scrivere sfruttando una storia che mi riporta ai tempi della seconda liceo.
A seguito di una visione di classe de L'attimo fuggente, la pessima insegnante di letteratura italiana che mi accompagnò nei primi due anni di superiori, credendosi il professor Keating, per qualche mese si dilettò nel farci comporre poesie di vario genere - sonetti, opere futuriste, ottave, e via discorrendo - lasciando che poi le leggessimo di fronte alla classe: un mio compagno, di cui ricordo il nome - che non indicherò - ed il fatto che fosse un grande appassionato di calcio silenzioso e sempre al suo posto, regalò quello che ancora oggi ritengo sia uno dei componimenti più incredibili che abbia mai letto.
Avendo ancora a disposizione la raccolta che stampammo a fine anno, ho deciso di regalare a tutti voi l'emozione di leggere le parole di un Maestro:

"Il cielo oggi è splendido con nuvole
bianche e soffici sparse qua e la nel blu,
e uccelli neri tra le casupole
che volano cinguettando su e giù.

Sto guardando il panorama da un monte
dal quale io vedo un bell'orizzonte,
e frattanto mi mangio un buon panino
accompagnato da un bicchier di vino.

Adesso purtroppo fa freddo e io
ancora stanco per il lungo viaggio 
scendo accompagnato da mio zio.

Ancora pochi mesi e sarà maggio,
e spero vivamente nel cuor mio 
di poter comprare la moto Piaggio."


Ecco, ora sapete.
Fate conto che guardare Killing point è stato rivelatorio almeno quanto perdersi tra le rime di questo incredibile, stupefacente, mitico e anche mistico sonetto.
Con la differenza che, nel caso del lavoro della premiata ditta Jeff King/Steven Seagal, oltre all'orrore del contenuto si poteva far conto anche su una cornice altrettanto degna dello schifo più completo.



MrFord



"Hit me with your best shot!
Why don't you hit me with your best shot!
Hit me with your best shot!
Fire away!"
Pat Benatar - "Hit me with your best shot" -

sabato 22 giugno 2013

James Gandolfini (1961 - 2013)

So Long, Mr. Soprano.


MrFord


"Anthony, vai a vedere chi è."
"Sto mangiando."
"Sì, ma dovrai imparare a mangiare senza denti se non vai subito a vedere chi ha suonato."
Tony Soprano a suo figlio Anthony Junior, I Soprano.


Hotel Transylvania

Regia: Genndy Tartakovsky
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
91'




La trama (con parole mie): Dracula, rimasto traumatizzato dalla morte della moglie - nonchè madre di sua figlia - a seguito di un insurrezione di umani contro di loro avvenuta a fine ottocento, decide di costruire una sorta di resort celato agli occhi del mondo ad uso e consumo dei suoi "colleghi" mostri, che hanno così la possibilità di potersi concedere vacanze rilassanti rimanendo completamente loro stessi.
Giunto ai giorni nostri riuscendo nell'intento di preservare Mavis - la sua piccolina - dal mondo esterno, il Principe dei vampiri ora comincia ad avere qualche problema rispetto all'indole da adolescente curiosa della ragazza, che per il suo centodiciottesimo compleanno ha chiesto espressamente al padre di essere lasciata libera di esplorare il mondo esterno: Dracula ha studiato, dunque, un piano affinchè il tentativo fallisca, ma quando Jonathan, giramondo per nulla "mostruoso", entra nelle loro vite, tutto cambia.
E ancora una volta uno "zing" ridefinisce la storia.




Il Cinema d'animazione ha conosciuto, nel corso dell'ultimo decennio, uno sdoganamento importantissimo che ne ha, di fatto, cambiato i connotati trasformandolo da giocattolo per i bambini sotto i dieci anni da visione pomeridiana - nonostante i distributori nostrani continuino a pensarla in questo modo - a calderone di proposte spesso e volentieri addirittura più indicate per un pubblico adulto: da Valzer con Bashir a Persepolis, passando per Miyazaki e la Pixar, ci si è trovati di fronte a veri e propri gioiellini in grado di trascendere l'animazione e divenire dei film "adulti" in tutto e per tutto, con tanto di premi e riconoscimenti giunti anche nel corso dei Festival più importanti.
Parallelamente si è sviluppato un filone "gemello" in grado di raccogliere il testimone dei prodotti per i piccoli dei vecchi tempi che ha sempre cercato - di norma attraverso l'ironia ed il citazionismo - di unire l'intrattenimento dei bambini a quello dei genitori, sfruttando anche tematiche comuni tra le diverse fasce di pubblico presente in sala: da Shrek a Madagascar, passando per Kung fu Panda, sono state molteplici - alcune riuscite, altre decisamente no - le proposte più leggere di questo genere, tutte spesso e volentieri di grande successo al botteghino.
Proprio in questo contesto si colloca Hotel Transylvania, titolo sul quale non avrei puntato un soldo bucato e che, al contrario, si è rivelato piuttosto divertente per quanto molto, molto semplice - a tratti così immediato da risultare decisamente indicato per i piccoli - ed in più di un'occasione tagliato letteralmente con l'accetta - vedasi il finale, la parte più smaccatamente trash e meno riuscita della pellicola -: fortunatamente per il regista Genndy Tartakovsky - e per gli occupanti di casa Ford che hanno affrontato la visione come una palestra per i momenti in cui il Fordino deciderà di vedere una decina di volte al giorno il cartone animato del momento - la tematica del rapporto genitori/figli filtrata attraverso il legame tra Dracula e la sua adolescente erede Mavis risulta trattata in modo divertente ma con quel pizzico di profondità necessario per catturare l'attenzione anche dei non minori, cui non bastano certo le gag di Frankenstein, della Mummia o dell'Uomo invisibile per sentirsi in dovere di prestare attenzione all'evoluzione della storia.
Personalmente, Dracula e figlia a parte, ho trovato irresistibile la situazione dell'Uomo Lupo, praticamente travolto da una cucciolata di figli completamente privi di controllo tra i quali spicca la fantastica Berenice, di gran lunga il personaggio più geniale dell'intero film - la ricerca delle tracce di Jonathan è già una perla che al Saloon ricordiamo con grande piacere -: il resto è una divertente serie di citazioni delle creature più famose di fiabe o leggende - dai Gremlins al Gobbo di Notre Dame, passando per streghe, armature fantasma, Yeti, Idre e chi più ne ha, più ne metta - ribaltata dal punto di vista dei mostri così come fu per il Capolavoro Monsters&Co., primo film a raccontare la vita dall'altra parte della barricata di quelli che sono gli spauracchi dei bambini umani.
Considerato quello che mi aspettavo, devo ammettere di aver passato un'ora e mezza in grande scioltezza, senza sentire il peso eccessivo degli inseguimenti e delle carrellate create ad hoc per la visione in 3D in sala e riflettendo sul tema della libertà di scelta dei propri figli anche nel momento in cui gli stessi finiscono per prendere strade che noi, da genitori, non ci sentiamo di condividere, scoprendo che attraverso un confronto di questo tipo si finisce per crescere da entrambe le parti: del resto, perfino con l'immortalità dalla nostra parte - Dracula docet - crescere qualcuno ed esserne - o sentirsi, nel momento in cui quel qualcuno diventa adulto - responsabile si tramuta senza dubbio una continua sfida grazie alla quale non si finisce mai di imparare, un pò come accade per la vita.
E non è detto che scelte apparentemente "mostruose" non si possano rivelare, al contrario, l'inizio di qualcosa di importante ed un'occasione di "diventare grandi" sia per i bambini che per i genitori.
Anzi, forse addirittura di più per i secondi.


MrFord


"Scary monsters, super creeps
keeps me running, running scared
scary monsters, super creeps
keeps me running, running scared."
David Bowie - "Scary monsters" -


venerdì 21 giugno 2013

A very big Lebowski summer

La trama (con parole mie): i frequentatori più assidui del Saloon ben sanno che non esiste l'estate, in casa Ford, senza Il grande Lebowski. Nel corso di questi anni, seguendo la personale tradizione di rivedere questa meraviglia ogni ventun giugno, ho recensito, citato, raccontato le impressioni del sottoscritto rispetto a questo film senza preoccuparmi troppo della forma e del risultato.
A questo giro non sarà diverso.
In alto i White Russians, quindi, e buona estate e a tutti!



Dovrei davvero mettermi qui a scrivere delle gesta del Drugo?
Perdere del tempo - mio e soprattutto vostro - per cercare di tradurre in parole la meraviglia di un'avventura in sospeso tra Marlowe ed i sogni dorati del West quando potrei semplicemente stravaccarmi sul divano, pensare al mare e dedicare una bella sbronza a Jeffrey Lebowski detto il Drugo, che è sempre un piacere sapere che lui è in giro!?
Non credo proprio.
Alzo semplicemente il bicchiere e penso già a quando potrò condividere questo film che ha segnato la mia vita con il Fordino, e chissà, se anche avrà solo una vaga idea di chi è il suo vecchio, potrà apprezzarlo per quello che è.
Intanto vi lascio la giornata libera - che ogni tanto serve - ed una carrellata di perle che non mi stancherò mai e poi mai di rivedere.
E che lo Straniero sia con voi.










MrFord



"There's a giant doing cartwheels, a statue wearin' high heels.
Look at all the happy creatures dancing on the lawn.
A dinosaur Victrola list'ning to Buck Owens."
Creedence Clearwater Revival - "Looking out my back door" - 


 

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