mercoledì 22 marzo 2017

Billy Lynn - Un giorno da eroe (Ang Lee, UK/USA/Cina, 2016, 113')


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E' curioso quanto la guerra, uno degli atti più terribili che l'Uomo possa concepire eppure, tristemente, anche uno dei più reiterati della Storia, continui a venire sfruttata per manipolare le masse, coprire gli interessi di uno Stato - o più di uno -, alimentare ideali più o meno logici, ispirare canzoni, film, romanzi che si battano a favore o contro la stessa, e ad un tempo provochi l'inevitabile allontanamento dalla società che la genera di coloro che si sono trovati a combatterla, fosse "per un ideale, per una truffa o un amore finito male", come cantava De Andrè.
Da E Johnny prese il fucile, M.A.S.H., Full Metal Jacket a Rambo, Apocalypse Now ed American Sniper, solo per citarne alcuni, il reduce o il soldato spesso e volentieri ha finito per diventare l'outsider di una storia che era la sua, una vicenda di miserie umane senza dubbio più che di eroismi e grandi sogni: perchè un soldato non è un eroe, una figura da stigmatizzare o mitizzare.
E' un uomo che ha scelto -  o è stato portato a scegliere - una strada difficile e terribile, che spesso non ha nulla di meglio in cui credere o sperare, e che ritrova se stesso e la propria condizione di equilibrio - se così si può definire - solo accanto a quella che diviene la sua famiglia, ovvero chi al suo fianco condivide la follia, il rischio, il dolore e l'adrenalina della guerra.
Ang Lee, regista premiatissimo che nel corso della sua carriera ha portato sullo schermo film agli antitesi tra loro, torna in sordina - credo che questo sia stato uno dei suoi lavori meno pubblicizzati in assoluto, almeno qui in Italia, ed un flop devastante negli States, forse lontani ad una logica "contro" come questa - per raccontare con un rigore ed un'asciuttezza che in precedenza avevo visto soltanto nel Cinema di Eastwood un'altra storia in grado di far ripensare all'assurdità non solo - o non tanto, putroppo - della guerra, ma anche e soprattutto di quella che è la percezione della stessa all'esterno, in un mondo lontano da quello che i soldati provano sulla pelle, e che finisce per demonizzarli o idealizzarli senza pensare che loro, come la maggior parte di noi che viviamo in contesti sociali "evoluti", siano solo strumenti, come se non bastasse sacrificabili.
Ang Lee che, da non americano, mostra a partire da un romanzo nato per criticare determinati approcci, contesti e strascichi con grande umanità sia il lato in una certa misura "romantico" della guerra - il rapporto tra il protagonista ed il suo mentore al fronte, quel "è inutile cercare di scappare dai proiettili, perchè quello che ti toccherà è già stato sparato il giorno della tua nascita", il cameratismo con i commilitoni - sia quello tristemente reale, dalla strumentalizzazione dei singoli gesti o atti "eroici" - agghiaccianti i confronti con il magnate interpretato da Steve Martin, o tutta la sequenza del concerto durante l'intervallo della partita di football, dai fuochi d'artificio pronti a sconvolgere i soldati abituati a ben altre esplosioni al ballerino che, sul palco, durante l'esibizione pronuncia quel "vaffanculo" che, più che di lotta per la pace, sa di insulto all'intelligenza -, agli egoismi sentimentali - il rapporto di Billy con la sorella, che lotta più per se stessa che non per lui affinchè richieda il congedo, a quello con la cheerleader conosciuta durante l'evento, che trova spazio nel faccia a faccia prima dell'epilogo per uno dei confronti più terribili che possano essere stati pensati per una storia d'amore, o potenziale tale, in un film -.
Così come per The Hurt Locker o Jarhead, ancora una volta si torna a parlare di quanto incida un atto terribile come la guerra sul corpo, la mente e la socialità di chi l'ha combattuta o la combatte: in un certo senso, viene quasi da pensare che per gente come Billy, che a casa, nella cittadina del Texas dove è cresciuto, era solo un cazzone casinista che al fronte è maturato e cresciuto, fugga a combattere mettendo in gioco la propria vita perchè decisa ad allontanarsi da situazioni che potrebbero rivelarsi decisamente più terribili, perchè legate ad una perdita di libertà che fa impallidire quella che viene usata come scusa per essere mandati al macello.
Dalla guerra, vivi o morti, difficilmente si torna.
E forse c'è chi parte per combatterla perchè sa bene che le probabilità di sopravvivere a quella che lo aspetta a casa sarebbero ancora più scarse.




MrFord






martedì 21 marzo 2017

John Wick - Capitolo 2 (Chad Stahelski, USA, 2016, 122')

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Quando si parla di action movies tamarri, l'hype che mi travolge nell'attesa della visione è superiore a quello di qualsiasi proposta d'autore, film di Clint Eastwood o Michael Mann.
Probabilmente, soltanto un ritorno a sorpresa del mitico Stanley potrebbe scatenare dentro di me qualcosa di più devastante.
Dunque, capirete bene quanto attendessi, dopo l'ottimo exploit - inaspettato, tra le altre cose - di John Wick qualche anno fa, il nuovo film della saga dedicata all'ex assassino spaccaculi ed ammazzacristianiamazzi interpretato da Keanu Reeves, che lasciati a casa i panni del "cibernetico signore degli anelli" con il buon John aveva ritrovato il posto che gli competeva nel panorama action dai tempi di Speed.
E capirete bene quanto possa essermi sentito deluso e quasi incazzato, non fossi stato intorpidito completamente dal sonno al termine della visione.
Perchè il secondo capitolo di John Wick è una delle delusioni più terribili che abbia patito nel corso degli ultimi mesi: un prodotto moscio, privo di ironia, eccessivamente serioso, statico non tanto nelle sequenze d'azione - ben congeniate - quanto nello spirito, un trito e ritrito portato avanti per due ore che paiono interminabili - ed in questi casi non dovrebbe certo andare in questo modo - e che hanno il sapore di raccordo per un eventuale terzo capitolo, quasi si volesse cercare di trasformare John Wick in una produzione, per l'appunto, nello stile di Michael Mann, senza ricordare che le tamarrate non solo devono restare tamarrate, ma anche e soprattutto pestare il piede sull'acceleratore ogni volta possibile - in questo senso, una lezione è data dall'impietoso confronto tra Expendables 2 e 3, per citare una saga che adoro alla follia -.
E pensare che l'unico a seguire questo consiglio sia il nostrano Riccardo Scamarcio - che non è esattamente Marlon Brando, per essere quantomeno alla lontana politically correct - è l'indice di quanto, purtroppo per me e per tutti i fan del personaggio, questo secondo capitolo sia un fallimento su tutta la linea, quasi un ritorno alle atmosfere cupe e pesanti degli anni novanta che, lo sanno anche i sassi, con l'action sguaiata sono stati teneri quanto John con chi gli ha rubato la macchina ed ammazzato il cane.
Peccato davvero, perchè mi sarei aspettato fuochi d'artificio, momenti di esaltazione con salti sul divano ed un giro aggiuntivo di bevute per festeggiare e mi sono ritrovato abbattuto, deluso, quasi stroncato dal sonno e per la prima volta dopo settimane desideroso di andare a letto senza passare dal via, e soprattutto senza neppure avvicinarmi alla mezzanotte - non succede praticamente mai, a meno che non stia davvero male -.
John Wick - Capitolo 2, dunque, pecca nel tentare di apparire come un action d'autore - perchè non siamo certo sul pianeta, nella galassia o nell'universo di cose come The Raid 2 o Blackhat - così come una tamarrata senza ritegno alcuno - cosa perfettamente riuscita con The Equalizer, ad esempio -, e si tuffa neppure troppo bene nel grande oceano di titoli destinati ad essere dimenticati in fretta e senza alcun rimpianto.
L'unica nota positiva potrebbe essere data dal fatto che, dal molto probabile capitolo tre, mi aspetterò decisamente meno.




MrFord






domenica 19 marzo 2017

Justified - Stagione 5 (FX, USA, 2014)




Fin dai tempi dei suoi esordi sugli schermi del Saloon, la saga del Marshall Raylan Givens è entrata subito a far parte del ristretto novero dei titoli assolutamente ed inequivocabilmente fordiani del piccolo schermo, finendo per diventare, con il tempo, dapprima un'ideale compagna di Sons of anarchy e dunque un palliativo al termine della cavalcata dei SamCro.
Del resto, con una cornice southern perfetta ed uno stile da Western moderno, un protagonista che unisce faccia da schiaffi ed un approccio cool e letale ed un antagonista - il Boyd di Walton Goggins, che ormai è parte del club dei miei idoli - che spesso e volentieri finisce per mangiarsi tutta la serie, Justified aveva tutte le carte in regola per fare breccia da queste parti: inoltre, giunti alla quinta e penultima stagione, si può notare quanto la qualità sia rimasta sostanzialmente immutata, anche grazie ai due main charachters appena citati ed alla capacità degli autori di non puntare mai troppo in alto o accontentarsi del troppo in basso nel continuare a raccontare le vite e le morti nella Contea di Harlan, sperduta tra le campagne del Sud in cui si spara prima di fare domande.
Nonostante tutto, devo ammettere che con questa quinta stagione ho impiegato più tempo che con le precedenti a sentirmi davvero all'interno della storia: sarà che, per quanto costante, il livello di questo titolo è rimasto sempre sugli stessi standard - alti - e non ci sono stati veri e propri scossoni - siano essi molto positivi o molto negativi -, o che i Crow, rappresentati dalla parte di famiglia giunta ad Harlan dalla Florida attratta dai soldi del patetico e grottesco Dewey - uno dei personaggi più sfigati ed involontariamente comici che ricordi - non mi sono mai sembrati davvero all'altezza di Raylan e Boyd, ma ci sono voluti il Cartello messicano - o almeno, una sua parte - ed un'escalation del mitico Crowder che con ogni probabilità porterà al definitivo confronto tra lui e Raylan nell'ultima stagione della serie - che, lo ammetto, fosse anche solo per questo non vedo l'ora di vedere - per premere sull'acceleratore e consentire a Givens e compagni di rimanere senza alcun dubbio tra i preferiti del sottoscritto, quantomeno in termini di affinità con un certo tipo di genere e narrazione.
Justified, del resto, è come uno di quei bourbon da stendere i cavalli che solo i bevitori più tosti riescono a reggere in quantità importanti, una storia che non fa sconti a nessuno e lascia cicatrici da una parte e dall'altra della barricata, mostra le sfumature oscure dei "buoni" e quelle luminose dei "cattivi" - in questo senso, Raylan e Boyd sono assolutamente perfetti -, senza scene madri o sparatorie epiche da antichi duelli - si veda il confronto tra Raylan e Danny, il Crow più squilibrato ed odioso della cricca, e l'assurda morte di quest'ultimo -, specchio di una provincia made in USA dove il sogno delle stelle e delle strisce non è mai arrivato, in cui l'unica possibilità resta quella di cercare di sopravvivere, a prescindere da dove porterà la strada che viene scelta.
Non resta, dunque, che tenersi stretti alla "sella" e cavalcare verso l'ultima stagione dedicata alle gesta di questo insolito tutore dell'ordine e dell'ancor più insolito suo amico/nemico d'infanzia, specchio, di fatto, delle scelte che l'uno o l'altro hanno abbracciato o allontanato nel corso della vita.
Spero soltanto non venga sparso troppo sangue.




MrFord




sabato 18 marzo 2017

La ragazza del treno (Tate Taylor, USA, 2016, 112')




Ai bei tempi - per una volta - degli anni novanta della mia adolescenza, ricordo bene l'epoca d'oro che visse il genere thriller, da Il silenzio degli innocenti a Se7en passando per Misery non deve morire e I soliti sospetti, neanche la grande tradizione di Maestri come Hitchcock si fosse rinnovata ed avesse trasmesso ispirazione ai registi saliti alla ribalta in quel periodo: un periodo che, purtroppo, giunse troppo presto al termine segnando un calo vertiginoso della qualità, tanto da essere considerato dal sottoscritto ormai una cosa da "sabato sera su Italia Uno" e non in accezione positiva, ovviamente.
La ragazza del treno, uscito qualche mese fa in sala e diretto dal Tate Taylor del pur buono The help è l'ennesimo esempio riconducibile alla categoria: un film funzionale e non brutto, in grado di tenere il ritmo ma assolutamente prevedibile - chi ha una certa passione per la settima arte e ne conosce non solo le grandi stelle ma anche i cosiddetti caratteristi avrà il colpevole servito su un piatto d'argento fin dalla prima apparizione dello stesso -, piatto ed incapace di rimanere davvero nella memoria dello spettatore, un pò come, in tempi recenti, sono stati anche Go with me o Premonition - Solace.
Produzioni che paiono la pallida copia di quelli che erano stati i cult di un ventennio fa per un genere che necessita di nuova linfa come l'aria, per evitare di finire soffocato in un mare di proposte confezionate a modo ma incapaci di comunicare davvero qualcosa.
Lo stesso spunto de La ragazza del treno - non ho letto il romanzo, dunque partivo a mente totalmente libera - è interessante, specie perchè giocato sia sul tema del voyeurismo - ed in questo senso, La finestra sul cortile ed Omicidio a luci rosse sono capisaldi imprescindibili - che su quello del dubbio, considerata l'inclinazione alcolica della protagonista, spesso e volentieri non considerata attendibile proprio a causa delle sue simpatie per la bottiglia che la rendono per la quasi totalità della pellicola una sorta di inascoltata Cassandra: eppure, a conti fatti, c'è qualcosa che non scorre, nell'ingranaggio, tanto da quasi annoiare più che avvincere nonostante qualche scossone proprio nella parte finale, e rendere la vita difficile ai poveri bloggers che, dopo una giornata alle prese con due piccole bestie selvagge - ed alludo ai Fordini -, una notte che potrebbe essere spezzettata dalle sveglie delle suddette ed al quarto e meno ispirato post consecutivo vorrebbero trovare una scintilla di portata decisamente superiore di quella offerta da Taylor e soci.
La ragazza del treno, dunque, appartiene a quella sfortunata categoria di film insipidi come una pasta senza sale o un'insalata senza aggiunta di limone o aceto - a seconda di quelli che sono i vostri gusti -, o peggio, di una birra analcolica o un mojito in lattina sempre rigorosamente alcool free: il sapore potrà anche essere quello, ma la sostanza decisamente no.
Se, dunque, volete riempire una serata o un pomeriggio senza correre il rischio di incazzarvi ma senza voler essere necessariamente impegnare lo spirito, eccovi serviti.
Non lamentatevi, però, se non avrete avuto non solo la cena del secolo, ma neppure il godurioso e lascivo sbracare dei fast food o degli all you can eat.




MrFord



venerdì 17 marzo 2017

Autobahn - Fuori controllo (Eran Creevy, UK/Germania/Cina, 2016, 99')




Di norma, quando in sala approda qualche nuovo filmaccio action da neuroni zero, finisco quasi subito per esaltarmi e considerarlo come priorità per la prima serata di stanca disponibile, o come visione cuscinetto nel corso delle sessioni di gioco con i Fordini: fin da bambino, del resto, le tamarrate hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nel mio rapporto con il Cinema, e fatta eccezione per gli anni - fortunatamente pochi, a conti fatti - di radicalchicchismo estremo non credo ci sia stato un altro periodo in cui non le abbia alternate alle visioni più profonde ed impegnative.
A volte, però, nel grande oceano di questo tipo di produzioni, si finisce per pescare pesci davvero indigesti, e dunque la soglia di attenzione nella scelta deve essere inevitabilmente alta: questo Autobahn - Fuori controllo, adattamento assurdo dell'originale Collide, era entrato nel novero dei titoli potenzialmente rischio merdata estrema, tanto da non farmi prendere, almeno inizialmente, in considerazione il recupero.
Quando, poi, il periodo da casalingo del sottoscritto ha finito per liberare parecchio spazio nei ripescaggi, ho deciso che il rischio poteva essere corso, e che alla peggio non avrei fatto altro che massacrare l'ennesimo tentativo action moderno non all'altezza dei miti degli anni ottanta: in questo senso, il lavoro di Eran Creevy non è risultato così agghiacciante, finendo per ricordare l'atmosfera di cose come Transporter - certo, l'assenza di uno Statham pesa, ma considerata l'aura "romantica", devo ammettere che il buon Nicholas Hoult finisce quasi per starci - e portando sullo schermo almeno due o tre sequenze legate alle rocambolesche fughe del protagonista dal punto di vista di ritmo ed adrenalina davvero niente male, dalle corse a piedi tra le viette di un paesino della provincia tedesca agli spettacolari incidenti d'auto in autostrada.
Certo, scrittura e realizzazione sono elementari, i due villains interpretati da Anthony Hopkins e Ben Kingsley caricaturali oltre misura - ed occasione per i loro interpreti di gigioneggiare in maniera quasi irritante -, l'evoluzione della trama ed in particolare il finale totalmente implausibili, ma mettendo a nanna il cervello e limitandosi a godere dei tentativi degli sgherri del boss - che paiono per la maggior parte hipster in versione killer dal passato militare - di far fuori il giovane ladro d'auto con il quale si trovano ad avere a che fare, direi che ce lo si può godere senza sentirsi troppo in colpa.
In un certo senso, prodotti innocui come questo vanno presi come - e l'ho già sottolineato in più di un'occasione - i fast food del Cinema, cibo porco e normalmente indigesto che in alcuni momenti, però, sta proprio bene, specialmente se accolto senza pretese: dunque armatevi di ignoranza, e soprattutto se amate spingere sull'acceleratore, prima che con la bella stagione giunga Fast 8 a fare la differenza, concedetevi uno snack da distributore automatico con questo Autobahn: non sazierà o non rappresenterà certo una nuova frontiera "culinaria", ma senza dubbio riempirà quel buco che separa la seconda colazione da un lauto pranzo.




MrFord




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