sabato 23 agosto 2014

Foxfire - Ragazze cattive

Regia: Laurent Cantet
Origine: Francia, Canada
Anno: 2012
Durata: 143'





La trama (con parole mie): siamo nel pieno degli anni cinquanta della "gioventù bruciata" nel cuore dello Stato di New York, quando un gruppo di ragazze guidate dall'intraprendente, idealista e ribelle Legs decide di dare vita ad una vera e propria banda pronta a dare del filo da torcere ai figli del consumismo e agli uomini, loro perenni nemici.
Le giovani, forti della loro alleanza, danno inizio ad una serie di atti di rivolta progettati per sconvolgere lo status quo della società di allora, senza badare al fatto che alcuni degli stessi possano portarle al di fuori della Legge.
Quando Legs finisce in un istituto correzionale e le sue compagne si trovano costrette a cercare un lavoro, tutto pare naufragare, ma il ritorno della leader porterà le Foxfire ad un nuovo, e più pericoloso, livello: la crescita e la vita condurranno le ragazze a destini e scelte profondamente diverse le une dalle altre.







Fin dai tempi dell'indimenticabile Jimmy Dean, la generazione dei "rebels without a cause" è stata al centro di un vero e proprio calderone che ha finito per contaminare con le sue eruzioni il Cinema, la Letteratura, l'immaginario pop: gli anni cinquanta, figli di un benessere e di una rinascita legata al riscatto del Dopoguerra, zuccherosi eppure bigotti, hanno senza dubbio regalato grandi speranze tanto quanto illusioni schiacciate dalla paura del diverso, fosse il Comunismo venuto dall'Est e dagli ambienti artistici ed intellettuali o la diversificazione razziale e culturale.
Laurent Cantet, che qualche anno fa lasciò di stucco la Giuria del Festival di Cannes quanto il sottoscritto con il meraviglioso La classe, torna sul grande schermo con un dramma di formazione che vede protagoniste alcune giovani donne pronte a battersi - chi per sentimento, chi per ideale, chi per un amore finito male, come canterebbe De Andrè - per un'evoluzione della vita sociale americana e non solo, anche a costo - o forse, in alcuni casi, proprio per questo - di sacrificare la propria Libertà, incolumità e posizione rispetto alla Legge.
La cosa più interessante del lavoro di Cantet, comunque, non è costituita dai riferimenti al turbamento che avrebbero provocato, entro una decina d'anni, i primi moti di rivolta che sfoceranno nelle grandi rivoluzioni culturali degli anni sessanta e settanta, o l'ottima ricostruzione, quanto la riflessione sui disequilibri di un gruppo di ragazze decisamente troppo giovani per affrontare il mondo pur se convinte di mezzi ed ideali a loro sostegno, presto vittime di egoismi e voglia di sperimentare strade diverse e decisamente non omologanti come tipico dell'adolescenza, uno dei periodi più tumultuosi e scombinati che tutti noi ci troviamo a vivere.
In questo senso è interessante notare come le contraddizioni finiscano per divorare dall'interno il gruppo, destinato alla sconfitta fin dalla prima, esaltante esperienza di rivincita dei suoi membri, vissuti ai margini della società non solo in quanto donne, ma anche figlie degli strati sociali medio-bassi: Cantet, come fece per La classe, si preoccupa molto di delineare i caratteri diversi delle sue protagoniste, e mostra in questo senso una cura ed una passione non comuni, nonostante il risultato finale sia convincente solo in parte, specialmente se confrontato con il dirompente precedente: la stessa Legs, leader e trascinatrice del gruppo, ed il suo rimbalzare tra la volontà di una rivolta che la porterà, una volta adulta, a battersi accanto a Castro - e, presumibilmente, al Che, a Cuba - al fascino esercitato dalla giovane volontaria conosciuta nel centro di detenzione e dalla meraviglia di fronte alla ricchezza della famiglia di quest'ultima, così come il rapporto conflittuale con la violenza, è simbolo perfetto di quanto instabili e fragili fossero queste giovani pioniere del femminismo, che come molte prima e dopo di loro cercarono di sacrificare tutto - forse troppo, a volte - affinchè potesse essere riconosciuto il posto che spettava ad ognuna, senza dover lottare anche soltanto per sperare di mettere il naso oltre i fornelli in una società maschiocentrica prima ancora che consumista e lontana dagli ideali - spesso e volentieri, comunque, distorti e settari - del Comunismo.
Un esperimento ed una storia, dunque, sentiti, profondi ed interessanti, ma al contempo incompleti e non ancora maturi come le loro protagoniste: peccato per Cantet, che aveva tra le mani la possibilità di portare ancora più in alto la riflessione del suo lavoro migliore, e che ha finito per farsi imprigionare dalla stessa passione che finì per bruciare le Foxfire.
Ma a volte va bene anche così: in fondo, senza scottarsi, si finisce per non avere l'esperienza e la forza di raccontare una grande storia.
Pur se imperfetta.



MrFord



"We had to fight to be accepted
it wasn't right and I protested
for hangin' out we got arrested
every day life in the city."
Kiss - "Hard times" - 




venerdì 22 agosto 2014

Dead city

Autore: Shane Stevens
Origine: USA
Anno: 1973
Editore:
Fazi




La trama (con parole mie): siamo nel cuore del Jersey, una delle zone storicamente in mano alle organizzazioni mafiose statunitensi. Tra Hoboken, Jersey City e tutti i piccoli centri cresciuti oltre i confini di New York giovani aspiranti picchiatori e tiratori - più tecnicamente sicari - guardano a personaggi di spicco della comunità dallo stile di Jo Zucco come ad esempi da seguire.
Charlie Flowers, ex grande promessa caduta in disgrazia ma ancora in grado di riscattarsi e Henry Strega, reduce del Vietnam in cerca di un'identità e di sicurezza, sono soltanto due tra i tanti a caricare speranze e sogni insieme alla pistola.
Il loro è un lavoro di bassa manovalanza, fatto di violenza e sporco del quale sbarazzarsi per i boss dei propri boss, ma quando la tensione tra Alexis Machine e lo stesso Zucco comincia a crescere fino a divenire insostenibile, per i due potrebbe giungere la tanto agognata occasione di una vita.
Sempre che una qualche pallottola di troppo non si metta in mezzo.






Dalle parti del Saloon, quando si tratta di Shane Stevens, ci si toglie sempre il cappello.
L'autore dell'indimenticabile Io ti troverò, schivo a qualsiasi contatto con la società e la celebrità fino alla morte, è da anni un fordiano ad honorem, di quelli da giro offerto a fine serata.
Quando Poison, al mio ultimo - ed ennesimo, direbbe il Cannibale - compleanno, sfoderò questo regalo, non potei che gioire a fronte di una nuova avventura letteraria in compagnia dell'autore newyorkese: il risultato è stato come uno dei ritorni a casa che di norma mi riserva Lansdale - altro protetto di queste parti -, coinvolgente e piacevole, eppure qualcosa, nel complesso, non ha girato come avrei voluto.
Certo, per il millenovecentosettantatre - anno della prima pubblicazione statunitense - il prodotto di Stevens risulta senza dubbio efficace, potente ed avanti con i tempi, quasi precorresse la via di Coppola e del suo Padrino - anche se l'omonimo romanzo di Puzo è datato sessantanove -, la prosa è efficace, la violenza efferata, lo spazio dedicato agli outsiders della Mafia del Jersey ed ai loro destini assolutamente perfetto - soprattutto per un sostenitore del genere Goonie a tutti i livelli come il sottoscritto -, ma qualcosa, ad ultima pagina scorsa, manca.
Forse leggere Dead City a Nuovo Millennio iniziato, con alle spalle decenni di supercult come Scarface, Carlito's Way, Donnie Brasco, I Soprano finisce inevitabilmente per ridurre l'effetto di una proposta di questo genere, che di fatto ha finito, anche rispetto al già citato e di tutt'altro livello Io ti troverò, per apparire come Bronx agli occhi di uno spettatore abituato a Quei bravi ragazzi.
Una buona proposta, onesta e con gli attributi al posto giusto, ma priva, di fatto, del guizzo in grado di renderla, di fatto, imperdibile se non per gli appassionati del genere: le vicende di Charley Flowers o Harry Strega, bassa manovalanza del crimine a metà tra il primo Rocky di Stallone ed il Ray Liotta del già citato Goodfellas destinati a rimanere dei perdenti anche all'apice della loro carriera è senza dubbio affascinante - più di quelle legate ai boss Zucco e Machine, freddi ed impersonali anche quando in preda alle passioni più selvagge -, pronta a toccare nel profondo tutti quelli abituati a farsi il culo per le briciole come la maggior parte delle persone comuni, e l'approccio di Stevens è efficace e molto vicino a quello degli aneddoti di vita vissuta, eppure nel complesso l'affresco non raggiunge neppure di striscio - come un colpo andato male, o un omicidio non compiuto - lo sconvolgimento che matura, al contrario, seguendo le vicende di Thomas Bishop.
I colpi, comunque, non mancano al tamburo di questa sputafuoco, e momenti come lo smembramento dei cadaveri dopo il lavoro compiuto o le speranze di un giovane come Strega, cui la società ha offerto solo la guerra e l'emarginazione, tutte riposte nella speranza di essere richiamato all'azione da una vacanza troppo rilassante in Florida lasciano il segno, e denotano la profonda tristezza che, anche al di fuori della Legge, avvolge chi non raggiungerà mai i vertici della catena alimentare.
In questo senso il pensiero legato a quelli dei suoi uomini visti come figli da Zucco - con tanto di riflessione su quelli che ce la faranno, e gli altri destinati al dimenticatoio, o alla morte - rimane in bilico tra la malinconia e lo sconforto, segno di tempi che, di fatto, non sono cambiati, di qualsiasi livello o professione si tratti.
Come in A proposito di Davis, è sempre uno su mille, a farcela.
E per gli altri non resta che mangiare la polvere.
O, allargando le spalle e cercando di non essere inghiottiti dagli squali, tenere i cavalli sperando di non essere mai chiamati per un lavoro troppo importante.



MrFord



"This dead city longs to be
this dead city longs to be living
is it any wonder there's squalor in the sun
with their broken schemes and their lotteries
they never get nowhere."
Patti Smith - "Dead city" - 



giovedì 21 agosto 2014

Thursday's child


La trama (con parole mie): alle spalle la pseudo-pausa estiva da ferie e scarsità di uscite, ecco di ritorno la rubrica più attesa della blogosfera - più o meno - pronta ad informare tutti voi cinefili e non rispetto a quello che ci aspetta in sala.
Purtroppo, con il format, torna su queste pagine anche la mia nemesi, l'altra faccia della mia medaglia, il mio nemico numero uno - e non solo mio, direi anche del Cinema -: Cannibal Kid.
Cosa ci avrà riservato il rientro nei ranghi? Titoli interessanti o il ciarpame che ha caratterizzato gli ultimi mesi di proposte dei distributori? 
A voi l'ardua sentenza.


"Neanche Ford e Cannibal insieme potevano scrivere un tale cumulo di stronzate!"

Cattivi vicini

"Oh, no! Peppa Teen si è fatto arrestare un'altra volta!"

Cannibal dice: Una semplice commediola?
No! Cattivi vicini è la prima uscita da non perdere di questa nuova stagione cinematografica appena iniziata. A breve è in arrivo anche la recensione cannibale che non sarà magari eccezionale ma sarà di sicuro meglio di quella del cattivo Ford, gne gnegne gnegnegneee!
Ford dice: cattivi vicini? Ford e Cannibal!
Commedia che promette bene, che non ho ancora visto e che spero possa scuotermi dallo stato catatonico del rientro al lavoro. In caso contrario, tornerò al mio sport preferito dopo il wrestling: la caccia al Cannibale!






Liberaci dal male

Una foto recente di Cannibal Kid.
Cannibal dice: Dio, Buddha, Allah, Zeus, Satana o chiunque ci sia lassù ad ascoltarmi, ti prego, liberaci dal Ford. E, già che ci sei, liberaci pure da tutti questi horrorini che continuano a infestare le sale italiane e che io finirò per vedere. Anche se so già che pure questo film si rivelerà una porcatona, non posso fare a meno di riporre una vana speranza di beccare una pellicola dell'orrore decente. Per il calcolo delle probabilità, dopo tante schifezze prima o poi capiterà. Forse.
Ford dice: prima o poi vi libererò da Peppa Kid.
Horror senza arte ne parte come la maggior parte di quelli che ormaitristemente finiscono ad intasare le sale nostrane, in estate e non solo. Passo oltre, anche perchè quest'anno la decina dedicata al peggio è già bella piena fin da ora.




Step Up All In

"Yo, Cucciolo, non sei abbastanza bravo per entrare nella nostra crew!"
Cannibal dice: Ho da fare una confessione del tutto inaspettata. Non ho mai visto Step Up!
Avete capito bene. Nonostante in questo genere di filmetti ci sguazzi, e nonostante il mio vergognoso amore per un film come Save the Last Dance, Step Up invece me lo sono sempre perso. Ho visto giusto una scena o due e mi era sembrato qualcosa di parecchio scandaloso. Per colmare questa sorprendente lacuna sto pensando di recuperare il primo episodio, ma prima che giunga a questo ennesimo inutile sequel mi sa che passerà parecchio tempo. Il ballerino provetto Ford potrebbe persino arrivare prima di me a questo giro di danza.
Ford dice: potrei fare uno step o due passeggiando sulla schiena del Cucciolo.
Non ho mai visto neppure un film appartenente al franchise di Step up, e non ho certo intenzione di farlo ora, a meno che Julez non abbia voglia di vederlo e mi convinca promettendomi particolari favori di natura sessuale. Lascio che le teenate, dunque, restino materia prima del mio rivale.




Into the Storm

"Mi sa che abbiamo fatto incazzare quei due assurdi bloggers una volta di troppo."
Cannibal dice: Se c'è un genere che offre garanzie di trovarsi di fronte a una schifezza assoluta, dunque a un valido candidato per la classifica dei peggiori dell'anno, oltre all'action fordiano è il filmone catastrofico. L'ultimo esemplare di questa specie dura a estinguersi è Into the Storm, pellicola dal cast di serie B e dalla realizzazione che sembra di serie Z. Un ciclone spaventoso di pessima recitazione e situazioni già viste che si sta per abbattere sui nostri schermi e, purtroppo, qua dentro non ci sono manco gli squali!
Ford dice: come se non bastasse tutto il cumulo di schifezze che ci siamo sorbiti nel corso dell'estate, ecco l'ennesimo potenziale bidone cosmico che vorrei risparmiarmi, soprattutto dopo un'estate come questa.
Lo lascio al mio catastrofico rivale, chissà che non possa a seguito della visione rivalutare gli action fordiani da lui tanto odiati.


mercoledì 20 agosto 2014

Oculus - Il riflesso del male

Regia: Mike Flanagan
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 104'

 
 
La trama (con parole mie): la famiglia Russell – padre, madre e due figli – si trasferisce in una nuova casa pronta a vivere il resto della propria vita all’ombra di uno specchio antico e molto particolare che adorna lo studio da designer del patriarca. Proprio a partire da questo specchio ombre decisamente poco rassicuranti scendono sul focolare, conducendo l’intera famiglia nel pieno di una spirale di follia che si conclude con la morte della madre per mano del padre, ucciso poi dal figlio minore, di seguito internato in una struttura specialistica.
Dieci anni dopo quegli eventi il ragazzo torna in società completamente guarito, accolto a braccia aperte dalla sorella che, dai tempi del massacro dei loro genitori, ha effettuato ricerche sullo specchio e pare decisa a sfidarlo in modo da distruggerlo per sempre, mettendo la parola fine al più agghiacciante capitolo delle loro vite.






Senza dubbio questi ultimi anni non sono stati i più sfavillanti, per quanto riguarda l’horror inteso come genere: le sempre più frequenti proposte riempitivo buone giusto per pareggiare i conti dei distributori ed una crisi di idee da record hanno progressivamente depauperato un panorama ed un immaginario che, a cavallo degli anni ottanta, erano tra i più ribollenti dell’intera settima arte, pronti a regalare al pubblico non solo pellicole di livello, ma icone ancora oggi considerate cult – da Freddy Krueger a Jason Vohoories, da Leatherface a Michael Myers -.
Oculus – titolo peraltro accolto discretamente dalla critica, a quanto ricordi -, purtroppo per i Ford, ha rappresentato l’ennesimo passo falso di un genere che, purtroppo, ha ormai fatto dell’annaspare una sorta di spiacevole consuetudine, partito con premesse se non buone almeno passabili e naufragato in tutti i luoghi comuni cui ormai gli spettatori più smaliziati sono tristemente abituati: a partire da un cast certamente non di primo livello fino ad un crescendo prevedibile e sacrificato nel finale per un ipotetico sequel – tendenza ormai rischiosissima per i film di paura -, Oculus rovina quanto – e non parliamo neppure di così tanto – di buono viene costruito nella prima parte, saggiamente orchestrata in un continuo palleggiarsi tra presente della narrazione e passato – così da motivare anche alcune scelte dei due giovani Russell, più o meno decisi a vedersela ancora una volta con lo strumento che ha provocato la morte dei genitori e tutti i loro incubi peggiori negli ultimi dieci anni – con un confronto banale, assolutamente non spaventoso e prevedibile della seconda parte, che sfrutta tutti i meccanismi classici del genere sperando di ottenere un effetto sorpresa rispetto all’audience che finisce per non essere neppure registrato, un po’ per abitudine e un po’ per un’effettiva mancanza di mordente che rende la minaccia dello specchio sempre più grottesca, e le scelte di logica dei due ragazzi assolutamente in linea con quelle assurde che vengono propinate al pubblico nelle occasioni peggiori offerte in questo campo.
Un peccato, per certi versi, perché la speranza del sottoscritto – specie osservando la prima parte – era quella di poter assistere ad un discreto spettacolo di terrore come fu il riuscito Sinister di un paio d’anni or sono, o il più recente The conjuring, che nel loro piccolo erano perlomeno riusciti a garantire almeno un paio di salti sulla sedia ed una sensazione di inquietudine non da poco: al contrario, in questo modo, si finisce per essere più delusi di quanto non si sarebbe da una pellicola fondamentalmente trash gettata allo sbaraglio nel corso della bella stagione dai distributori nella speranza di riempire la sala giusto con i teenagers speranzosi di sfruttare l’effetto della paura per strappare una limonata dura alla ragazza di turno.
Oculus, dunque, va ad aggiungersi ai numerosi recenti insuccessi di un genere che pare avere sempre più bisogno di un nuovo inizio, e di una sferzata di energia che possa garantire qualcosa che, quasi vi gravasse una maledizione, pare essere stata dimenticata dagli autori di questo tipo di prodotti: il fascino oscuro della paura.
Perché quando quel fascino è presente non contano più gli specchi, le piante morte o gli stratagemmi di bassa lega: il terrore è lì, al nostro fianco, e non possiamo neppure pensare di sfuggirgli.
E a quel punto è un piacere quasi perverso abbandonarsi a lui.




MrFord




"I'm starting with the man in
the mirror
I'm asking him to change
his ways
and no message could have
been any clearer."
Michael Jackson - "Man in the mirror" - 



martedì 19 agosto 2014

Transformers 4 - L'era dell'estinzione

Regia: Michael Bay
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 165'




La trama (con parole mie): Cade Yeager, meccanico ed inventore, e sua figlia Tessa, vengono casualmente in contatto con il "cadavere" di un camion che si rivela essere Optimus Prime, leader degli Autobots ferito gravemente ed autoesiliatosi a seguito degli eventi dell'ultimo episodio della loro saga, intento ad avvisare i suoi compagni del pericolo incombente. Nonostante, infatti, la caduta di Megatron e dei Decepticons, cacciatori di taglie provenienti dal loro pianeta d'origine ed un accordo con gli stessi stipulato da una multinazionale e dalla CIA rischiano di mettere a repentaglio non solo le loro vite, ma anche quelle di chiunque deciderà di aiutarli e, forse, degli abitanti della Terra. 
Riusciranno Yeager e Prime a tenere in piedi un'alleanza traballante e rimettere i pezzi del puzzle al loro posto? E riuscirà Michael Bay a spremere le creature della Hasbro per un quinto film?








Di norma, l'estate non regala mai troppe soddisfazioni, agli amanti della settima arte.
Non che possa dirmi totalmente in disaccordo, rispetto a questa regola non scritta: in fondo, anche il più radical tra i cinefili ha bisogno - per quanto rifiuterà sempre di ammetterlo - di mettere a riposo i neuroni, e dunque, approfittando di ferie e bella stagione, un periodo "off" anche in sala mi è sempre sembrato più che legittimo.
Peccato che, di fatto, quest'anno l'estate - che metereologicamente ha finto di non esserci - della settima arte sia iniziata a fine aprile e ancora rifiuti di lasciare il campo, consentendo a proposte come la qui presente quarta fatica di Michael Bay - uno degli antiCinema per eccellenza, fatta eccezione per Pain&Gain - legata ai robottoni trasformabili targati Hasbro e protagonisti negli anni ottanta di fumetti e cartoni animati che io stesso seguivo con grande interesse di prendersi tutto il possibile nell'ambito delle sale e degli spettatori.
In tutta onestà, speravo che la novità rappresentata dall'arrivo di Marc Wahlberg - un fordiano fatto e finito - potesse dare una svolta action tamarra tendenzialmente ridicola al brand finendo per rivitalizzarlo come fu per Fast&Furious con l'arrivo di The Rock, ma mi sono dovuto ricredere: certo, il buon Marky Mark e Stanley Tucci ce la mettono tutta per strappare due risate all'audience, e di sicuro non ci sono secondi fini - se non quello di fare cassa - dietro l'operazione gestita da Bay, ma a conti fatti il risultato è assolutamente uno dei più bassi raggiunti quest'anno dal Cinema pur nella sua accezione più popolare e blockbuster.
Marchette scandalose a nastro - da Tom Ford a Victoria's secret, senza contare quella vergognosa alle Beats, già sopravvalutate nel mercato dell'audio come cuffie e presenti con il pessimo diffusore bluetooth in una sequenza che pare essere stata inserita ad hoc -, logica non pervenuta - quasi peggio di un film horror di quelli che paiono girati apposta per essere sbeffeggiati nelle recensioni -, interpretazioni - esclusi i già citati Wahlberg e Tucci - oltre il limite dei cani maledetti ed un minutaggio che dovrebbe comportare sanzioni penali per sceneggiatori e produttori della pellicola: ora, io capisco che gli anni ottanta siano alle spalle e che i buoni, cari, vecchi film action della durata di un'ora e mezza scarsa non vadano più tanto di moda, ma vorrei capire come cazzo è possibile che una troiata gigante con robottoni trasformabili che si inseguono da una parte all'altra del mondo lottando per la salvezza dello stesso senza badare ai presunti milioni di morti considerati danni collaterali degli scontri - problema già ravvisato nel recente e pessimo Man of steel - tutto effetti speciali e poco altro debba costringermi a rimanere davanti ad uno schermo per la bellezza di centosessantacinque minuti sonanti senza per questo riuscire a fornire uno script degno almeno della scuola elementare.
Scandaloso davvero.
Giuro che, giunti al traguardo - per nulla semplice da conquistare - dell'ora e mezza, in casa Ford ci siamo chiesti se non fossimo stati vittime di una sorta di complesso meccanismo in grado di dilatare il tempo, e come fosse possibile che di fronte a noi si aprisse una finestra di un'altra settantina di minuti: un'Odissea, credetemi.
Certo, ci sono Marc Walhberg, i robottoni, le esplosioni, le sparatorie, le battutacce da film pseudo-macho, le astronavi, il cattivo gusto ed io sono un inguaribile tamarro: ma a tutto c'è un limite.
Michael Bay l'ha superato.
Ampiamente.
E per centoquaranta di questi centosessantacinque incredibili, assurdi minuti, ho pensato che l'estinzione cui si faceva riferimento nel titolo fosse la mia.



MrFord



"That I'm doing it all for you
I'm doing it all for you
I'm ready to go
I'm ready to go
I'm doing it all for you
I'm doing it all for you
I'm ready to go
I'm ready to go."
Imagine Dragons - "All for you" - 



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