martedì 24 luglio 2012

The way back

Regia: Peter Weir
Origine: Australia
Anno: 2010
Durata: 133'




La trama (con parole mie): siamo nel pieno del secondo conflitto mondiale, e Janusz, che vive nella Polonia spezzata in due da tedeschi e russi, è deportato in un gulag siberiano dopo essere stato accusato di spionaggio. Innocente e convinto a ricongiungersi alla moglie, il giovane decide, con l'aiuto di alcuni detenuti, di fuggire e raggiungere a piedi l'India.
Il viaggio, che prevede una camminata di oltre seimila chilometri attraverso Siberia, Mongolia, Cina e Tibet, sarà una prova di coraggio e resistenza in grado di avvicinare i destini ed i caratteri di uomini completamente diversi l'uno dall'altro e provenienti da diverse realtà e parti del mondo: una vera e propria lotta per la libertà che vedrà il gruppo confrontarsi con la Natura nella speranza di morire - e soprattutto vivere - da uomini liberi.




Dalle parti di casa Ford, il buon vecchio Peter Weir è sempre stato benvoluto: dai cult di formazione come L'attimo fuggente a vere e proprie pietre miliari come Picnic ad Hanging Rock o Gli anni spezzati, senza dimenticare produzioni decisamente più importanti come Master and commander o The Truman Show, non ricordo un solo titolo firmato dal suddetto che mi abbia deluso.
Il gusto del regista australiano, spesso e volentieri legato al confronto tra Uomo e Natura, ha sempre stuzzicato la parte più "wild" del sottoscritto, ed in questo senso The way back rispecchia appieno le aspettative e la tradizione della sua poetica: pur essendo lontano dall'ispirazione dei lavori migliori e presentandosi, di fatto, "soltanto" come un solido film d'avventura, questa sua ultima fatica resta comunque una delle visioni più interessanti di una poco accattivante - fino ad ora - estate, complici uno spirito neanche fossimo nel pieno di un'epopea di Herzog ed un cast in grande spolvero, dal convincente Jim Sturgess alla sempre più lanciata Saoirse Ronan, passando attraverso conferme come Ed Harris e Colin Farrell.
In particolare, ammetto di essermi fin da subito affezionato al personaggio interpretato da quest'ultimo, il criminale russo Valka, tatuatissimo e selvatico, nonchè legato ai codici degli Urka siberiani, elementi cardine del mondo delle Famiglie e delle stelle tipici dell'area malavitosa dell'ex Unione Sovietica: il suo progressivo integrarsi con il gruppo di fuggitivi - dalla minaccia alla protezione, fino al perfetto commiato - è l'esempio dell'ottima gestione che nello script si è tenuta rispetto ai personaggi, molto diversi tra loro eppure ugualmente importanti nell'economia del viaggio, ed approfonditi in modo che tutti possano trovare uno spazio adeguato - una sorta di approccio "lostiano", per usare un termine più vicino ai giorni nostri che non ai tempi della Seconda Guerra Mondiale -.
In realtà - e nonostante la parte del leone la faccia senza dubbio alcuno il confronto tra l'impresa di questo sparuto gruppo di prigionieri affamati e la Natura in tutte le sue incarnazioni, dal gelo siberiano al deserto mongolo - uno dei temi più interessanti toccati da Weir è quello della lotta per la libertà, diritto sacrosanto di ogni essere umano che anche qui al Saloon non ci si stancherà mai di difendere e proteggere: il punto di vista del regista, lontano dagli standard cui siamo abituati rispetto al periodo e concentrato sulla denuncia degli orrori commessi da Stalin - già fotografati nella meraviglia di Wajda, Katyn -, è lampante, e trova una traduzione perfetta nella ferma decisione del protagonista Janusz di non abbandonare mai il suo obiettivo, anche quando fermarsi potrebbe apparire la decisione più sensata e saggia - il passaggio in Tibet, poco prima di raggiungere l'India -.
Ritagliandosi, poi, momenti più leggeri che aiutano lo spettatore a respirare nelle due ore piene della pellicola - il ruolo di Irena nello scoprire le vite dei suoi compagni di viaggio, la discussione sulla quantità di sale da usare in cucina -, Weir pare tracciare un parallelo tra la lotta dell'Uomo contro l'Uomo per la libertà e quella dell'Uomo contro la Natura per la sopravvivenza: e se quest'ultima appare spietata e terribile, anche nei momenti davvero critici non si ha mai la percezione della stessa, angosciosa agonia che la Storia ci ha più e più volte insegnato ad imporre ai nostri simili, a diverse latitudini ed in opposti contesti politici e sociali.
Gulag sovietici o campi di concentramento nazisti, steppe siberiane o città latino americane, l'Uomo ha vergato tra le pagine dei suoi libri, nei secoli, le trame di vicende abominevoli che imprese come quella di Janusz e compagni - ispirata a fatti reali - ci aiutano a guardare senza dimenticare la speranza: la speranza di non mollare, di muovere un passo dopo l'altro verso quella che dovrebbe essere la condizione fondamentale di ogni esistenza, vivere la propria vita senza doversi guardare continuamente le spalle, e costruire - o cercare di farlo - i propri sogni senza qualcuno che venga a raccontarci che così non può essere, perchè lo ha deciso lui.
Vivere la propria vita da uomini liberi.
Fosse anche per morire nel tentativo di respirare quell'aria così diversa che tutti i giorni ci riempie i polmoni ma che, spesso, non sappiamo valorizzare come dovremmo.
L'aria che si può gustare lontani dalle prigioni.


MrFord


"I want to break free
I want to break free
I want to break free from your lies
you're so self-satisfied I don't need you
I got to break free
God knows, God knows I want to break free."
Queen - "I want to break free" -


lunedì 23 luglio 2012

L'amore dura tre anni

Regia: Frederic Beigbeder
Origine: Francia
Anno: 2011
Durata: 98'




La trama (con parole mie): Marc Marronier, giovane critico e giornalista, affronta il divorzio dopo tre anni di matrimonio autocommiserandosi, cercando conforto negli inseparabili amici Jean-Georges e Pierre, inseguendo Alice - moglie di un suo cugino conosciuta al funerale della nonna - e soprattutto decidendo di scrivere una sorta di manuale che narri della naturale implosione dell'amore, sentimento dalla scadenza ben precisa.
Travolto da un successo insperato, lo scrittore si troverà a doversi destreggiare tra le posizioni prese con la sua opera e la storia finalmente nata con la stessa Alice, che potrebbe essere quella giusta per sfatare tutte le sue misogine credenze: la risposta arriverà soltanto dopo numerose peripezie, e non è detto che sia quella che Marc si aspetta.





Credo sia ormai un dato di fatto che la Francia abbia vissuto - e stia vivendo - una delle sue migliori stagioni cinematografiche in assoluto a prescindere dai generi e dai gusti del pubblico: pellicole come The artist, Quasi amici, Polisse, Piccole bugie tra amici e Tomboy sono esempi lampanti dell'ottimo stato di salute della settima arte transalpina, dimostrazione di un fermento creativo che, al momento, qui nella Terra dei cachi possiamo solo sognarci: spinta da una discreta serie di opinioni positive è giunta dunque sugli schermi di casa Ford anche questo L'amore dura tre anni, commedia romantica dal sapore alleniano espressione di una volontà, da parte del regista, di trovare un punto d'incontro tra un genere decisamente popolare ed un approccio dal gusto più autoriale.
Il risultato è una pellicola carina ed assolutamente guardabile, eppure lontana sia dall'impatto dei titoli citati poco sopra sia da uno standard che vada oltre il dimenticabile: certo, strappa le sue risate e riesce ad essere coinvolgente nonostante l'antipatia inequivocabile del suo protagonista - sosia d'oltralpe di Fabio De Luigi -, porta in scena dinamiche che tutti noi ben conosciamo - soprattutto il pubblico maschile, rappresentato nel meglio e nel peggio con assoluta sincerità - e si rivela come un modo onesto di passare una serata di visioni leggere, eppure manca sia della verve volgare di una commedia trash che della raffinatezza dei dialoghi delle opere del vecchio Woody - un Maestro in questo campo - o di cult come Harry ti presento Sally.
Pare quasi che l'intento di porsi a metà strada abbia da più di un punto di vista limitato il risultato filnale, che, come se non bastasse, tolto qualche inserto in salsa Amelie - quanti danni ha fatto il lavoro più noto di Jeunet! - a dir poco irritante, ha poco da dire anche dal punto di vista tecnico: il tutto senza contare che, per essere una proposta "light", nonostante un minutaggio certo non impressionante, nel corso della seconda parte - culminata con una risoluzione forse troppo simile a quella delle più commerciali commedie romantiche - ho avvertito una punta di noia decisamente pericolosa, di quelle che, se fossi stato soltanto un pò più stanco, o prossimo al giorno di riposo, mi avrebbero visto steso sul divano con la bolla al naso ed il white russian lasciato a metà - piccola postilla alcolica: di recente ho cambiato formato del bicchiere nella preparazione del cocktail che da il nome al Saloon, e devo dire che la cosa ha decisamente giovato alla qualità del risultato finale -.
Insomma, il pur discreto entusiasmo mostrato dal mio antagonista Cannibale nella sua recensione con tanto di ponte ideale tra il finale del film di Beigbeder e quella meraviglia di Take shelter mi trova abbastanza in disaccordo, anche se occorre dire che le parti dedicate, più che al protagonista, all'amico Jean-Georges interpretato da Joey Starr - nel cast del succitato Polisse - risultano decisamente le più interessanti della sceneggiatura, specie considerata la scelta dello stesso sciupafemmine di accasarsi preferendo avere "le spalle coperte" da qualcuno che lo capisce in tutto e per tutto.
Una teoria interessante che risolve in maniera altrettanto interessante - ed inusuale - il problema dell'amore "a scadenza" teorizzato da Marc e delle incomprensioni tra i due sessi, che sicuramente avrebbe meritato uno spazio maggiore oltre alla cerimonia in chiusura: uno spreco di "carattere", dunque, per una proposta che manca proprio dello spessore necessario per compiere quel passo in avanti che l'avrebbe resa l'ennesima piccola perla dei nostri tanto detestati - almeno dal sottoscritto, e nonostante le ottime proposte in sala - cugini.


MrFord


"Love hurts
but sometimes it's a good hurt
and it feels like I'm alive.
Love sings
when it transcends the bad things
have a heart and try me
'cause without love I won't survive."
Incubus - "Love hurts" -


domenica 22 luglio 2012

La prova

Regia: Jean-Claude Van Damme
Origine: Usa
Anno: 1996
Durata: 95'




La trama (con parole mie): siamo nel 1925, e Chris Dubois, esperto di arti marziali, vive di espedienti a capo di una gang di ragazzi di strada. 
In fuga dalla polizia, finisce a bordo di una nave diretta a Oriente, che una volta attaccata dal bucaniere Lord Dobbs contribuisce all'incontro di due uomini destinati a fare il destino l'uno dell'altro: Dubois, venduto come combattente sull'isola di Muay Thay, finirà per diventare il pretendente americano di un segretissimo torneo che vede affrontarsi i migliori lottatori del mondo con in palio il prestigio ed un drago d'oro di inestimabile valore.
Dobbs, che tenterà di cercare la fortuna vendendo il suo nuovo compagno di viaggio almeno in un paio di occasioni, scoprirà il valore dell'amicizia e troverà nuovi stimoli per un'esistenza sempre sulla cresta dell'onda.
Il tutto, in uno stile Van Damme al quadrato, considerato che JCVD è anche dietro alla macchina da presa.





In principio fu Senza esclusione di colpi.
Jean-Claude Van Damme, uno dei grandi miti del Cinema di botte e di casa Ford, impersonò Frank Dux nella rivisitazione molto libera della sua impresa come unico occidentale a conquistare la vittoria in un prestigioso e almeno sulla carta segretissimo torneo che vedeva fronteggiarsi campioni provenienti da tutto il mondo.
Probabilmente ispirati dalla stessa vicenda, JCVD e Dux si misero al lavoro su quello che rappresentò un tentativo del primo di cimentarsi in una sfida particolarmente ardua nella sua carriera di combattente del grande schermo: quella della regia.
La prova, in questo senso, è un degno rappresentante del gusto profondamente trash che ha reso alcuni dei titoli ci cui è stato protagonista dei must assoluti per una schiera di fan più che hardcore - sottoscritto compreso -, quasi un compendio di tutto ciò che è stato, è e sarà il Cinema made in Vandammelandia.
Aperto da una sequenza già cult - Dubois/Van Damme vecchio intento a dare una sonora ripassata ad una gang di pseudo-punk a suon di colpi di bastone - che introduce la narrazione esterna della vicenda - ambientata nel pieno degli anni venti, in bilico tra le citazioni di C'era una volta in America e Lawrence d'Arabia, per quanto possa suonare quasi una bestemmia contro la settima arte associare titoli di questo genere ad un lavoro originale dell'attore belga -, il film prosegue sul più classico dei binari affiancando a tagli con l'accetta da post produzione scellerata uno spirito che mescola i titoli d'avventura in pieno stile anni ottanta al cinema di combattimento da I tre dell'Operazione Drago in avanti: curiose - e valori aggiunti della pellicola - le presenze di Roger Moore nel ruolo del bucaniere sempre pronto a circuire il protagonista per raggiungere i suoi scopi, una spanna sull'intero cast senza neppure fare troppa fatica, e di James Remar, che abbiamo imparato a conoscere come volto del padre di Dexter più che per il suo ruolo nel supercult I guerrieri della notte.
Il resto è quanto ci si possa aspettare da un solido ed onestissimo Van Damme movie - ora che ci penso, potrebbe essere considerato un genere a parte -, dal tipico avversario praticamente muto ed apparentemente invincibile - come lo erano stati, ai tempi d'oro, Tong Po e Chun Li - al consueto torneo le cui regole vengono in parte sovvertite dall'avvento del Nostro, imbucatosi clamorosamente e divenuto in breve protagonista assoluto, esplosivo non tanto nelle sue esibizioni sul terreno di lotta quanto per la sua capacità di incassare per poi riprendersi - Rocky docet, in fondo -.
Certo, all'appello mancano senza dubbio - ed è un'assenza che si fa sentire - gli ormai leggendari calci rotanti che negli anni ottanta hanno di fatto costruito la fortuna del buon, vecchio Jean-Claude, eppure la pellicola scorre liscia come l'olio - del resto, lo script è molto al di sotto del livello elementare - e riesce a divertire come soltanto chi conosce a menadito questo tipo di pellicole sa che è possibile divertirsi durante una visione.
Onestamente, pensavo addirittura che l'attore fosse anche peggiore di quanto non appaia dietro la macchina da presa, e che la visione si sarebbe ridotta ad una sensazione di amarezza rispetto ad uno dei veri e propri miti della mia infanzia di spettatore, ma nonostante i giganteschi limiti dell'intera produzione non ho trovato il tocco di Van Damme tanto peggiore di quello di molti suoi colleghi decisamente più noti, tanto da essere assalito dal dubbio rispetto ad alcune pellicole da lui interpretate che, forse, non sarebbero state così indecenti se girate sotto la sua guida.
Fossi stato in lui, forse avrei giusto concesso qualche minuto in più e qualche ralenti in meno ai combattimenti, mostrando maggiori dettagli rispetto alle differenze di stili dei contententi - sfilano sumo, capoeira, kung fu, muay thay, pugilato, tra gli altri - e, perchè no, lasciandomi andare con più autoironia possibile.
Ma lungi da me dispensare consigli al mitico JCVD.
Preferisco godermi le sue pellicole migliori - e La prova sicuramente fa parte del novero - come se non ci fosse un domani, o un calcio rotante a mostrarci la via.


MrFord


"Hey! Think the time is right for a violent revolution
'cause where I live the game to play is compromise solution
well, then what can a poor boy do
except to sing for a rock 'n' roll band
'cause in sleepy London town
there's just no place for a street fighting man."
The Rolling Stones - "Street fighting man" -


sabato 21 luglio 2012

Cigarette burns - Incubo mortale

Regia: John Carpenter
Origine: Usa
Anno: 2007
Durata: 59'



La trama (con parole mie): Kirby, giovane gestore di una sala cinematografica e cacciatore di cimeli legati al mondo della settima arte, viene ingaggiato dal misterioso Bellinger affinchè recuperi il film maledetto "La fin absolue du monde", proiettato una sola volta al Festival di Sitges e causa di una sorta di sanguinosa follia collettiva, di cui si dice siano state distrutte tutte le copie, divenuto oggetto di culto per gli appassionati più estremi.
Kirby, inizialmente riluttante, mosso dal lauto compenso decide di mettersi al lavoro in modo da saldare definitivamente i debiti che incombono sulla sua sala, legati al passato e ad un amore perduto: la ricerca della pellicola lo porterà a scavare dentro se stesso, oltre che nella psiche di chi, in un modo o nell'altro, ha avuto a che fare con il famigerato titolo segnato.
Al termine della vicenda, niente del mondo che i protagonisti conoscono sarà come lo era prima dell'inizio della "proiezione".




Non troppo tempo fa, in occasione del post dedicato a Homecoming - episodio della serie Masters of horror realizzato da Joe Dante -, i commenti sottolinearono quanto importante fosse, nell'ambito della stessa operazione, Cigarette burns - Incubo mortale, firmato da uno dei registi horror di culto in casa Ford e non solo, John Carpenter.
L'autore di pietre miliari come Halloween, Fuga da New York e Il seme della follia, effettivamente, non smentisce la sua fama, confezionando un gioiellino che ho trovato potente ed efficace tanto quanto il succitato lavoro di Dante, concentrato su una dimensione meno politica e giocato tutto sul Cinema: paradossalmente, pur raccontando un viaggio quasi senza ritorno nel cuore di tenebra di una pellicola maledetta, Cigarette burns trasuda amore per la settima arte, dalle numerose citazioni all'idea che, in qualche modo, un film possa effettivamente cambiare la nostra vita non soltanto in qualità di spettatori, ma anche e soprattutto come persone.
La ricerca di Kirby, scandita dai ricordi e dalle visioni del suo passato, pare una sorta di neppure troppo velata metafora rispetto alla passione che ha guidato, nel corso dei decenni, Carpenter stesso non soltanto come regista, ma anche e soprattutto come esploratore di una forma d'arte che non smette mai di sorprendere, mostra costantemente il fianco alla meraviglia e allo stupore e, a volte, può indurci a vivere un viaggio così in profondità da rimanerne sconvolti e turbati: osservando tutte le persone coinvolte nel confronto con La fin absolute du monde mi sono tornati alla mente i Classici di Griffith, abomini inguardabili come A serbian film o trip incredibili come Enter the void, Valhalla rising e Kynodontas.
Viaggi cui non si può rimanere indifferenti, destinati a segnare la nostra storia di appassionati e, chi può dirlo, anche l'esperienza vissuta o da vivere una volta usciti dalla sala proprio a causa del loro essere totalizzanti: una sensazione che ricorda lo scivolare lungo un precipizio mossi dalla passione e dal desiderio, senza sapere - o essendone ben consci - di andare incontro ad una qualche terribile forma di autodistruzione.
In questo senso questa piccola perla firmata Carpenter riesce ad assumere dimensioni ben maggiori di quella televisiva, facendo sorgere più di un dilemma a proposito di quale portata avrebbe potuto avere questo lavoro con un minutaggio maggiore ed una produzione di livello.
D'altro canto, è difficile trovare qualcosa da eccepire nella messa in scena definitiva, certo non patinata ma assolutamente funzionale, confezionata senza sbavature da quello che è a tutti gli effetti un Maestro ben oltre i confini del suo genere di appartenenza: registi come Carpenter sono il motore del Cinema, e vederli all'opera con questa decisione anche in uno spazio ridotto rispetto alla loro consuetudine è un piacere assoluto per chi ama perdersi nei meandri della settima arte, segno che non è mai un errore lasciare che la magia del proiettore ci conquisti, e porti inesorabilmente alla "follia", giusto per rimanere in tema con Cigarette burns e, in una certa misura, richiamare il già citato Il seme della follia, altro lavoro profondamente caratterizzato dal suo essere metacinematografico.
Troviamo anche il tempo, nell'ora scarsa di visione, di goderci qualche momento al limite del grottesco ed elementi tipici dell'horror nel suo senso più tradizionale - l'angelo privo di ali preso direttamente dal set di La fin absolute du monde - del termine, in modo da non dimenticarci neppure che esiste anche una fisicità più esplicita - e perchè no, anche tamarra - che può, ogni volta che vogliamo, farci scansare le riflessioni fin troppo decise per lasciare che il corpo si muova quasi in trance - e di nuovo, interessante l'utilizzo di questo aspetto sul protagonista - verso un ignoto pronto a plasmarci.
Del resto, il Cinema può tutto.
Basta crederci.
E da queste parti ci si crede, eccome.


MrFord


"Benvenuti al piccolo cinema onirico 
prima di dormire ad un passo dal risveglio
puoi vedere cose che trovi soli lì
è uno spazio grande poco più dell'universo
e se non ci sei, riprova lunedì."
Tre Allegri Ragazzi Morti - "Piccolo cinema onirico" -


venerdì 20 luglio 2012

Aurora, 20/07/2012

La trama (con parole mie): qualche ora fa, in un sobborgo di Denver, nel corso della prima dell'attesissimo The Dark Knight rises firmato da Christopher Nolan - nelle nostre sale il 29 agosto -, un individuo abbigliato in uno stile simile a quello del Bane interpretato da Tom Hardy ha fatto irruzione in sala nel corso della proiezione facendo fuoco sulla folla.
Le vittime - un dato in continuo aumento - paiono essere una quindicina, i feriti più di cinquanta.








Nel corso di questi due anni e oltre trascorsi dalla notte in cui decisi di aprire il mio saloon cinematografico, non ho lasciato quasi mai che la cronaca invadesse queste pagine, anche in presenza di avvenimenti decisamente sconcertanti: questo principalmente perchè ho sempre considerato il Cinema - così come la Letteratura, o la Musica - una specie di bacchetta magica in grado di portare i suoi spettatori oltre le trame della quotidianità, aiutando per certi versi a comprenderla ma fornendo sempre una confortevole via di fuga.
A volte, invece, capita che sia la vita reale a varcare i confini della settima arte: e non parlo di Elephant o Polytechnique - drammatiche testimonianze figlie di avvenimenti che sconvolsero interi Paesi -, del lavoro di un regista pronto a tuffarsi nell'abisso mostrandone l'oscurità all'audience attraverso l'occhio della mdp, ma di un atto di guerra, un gesto figlio di una follia che non ha nulla a che vedere con il Cinema, e molto, molto poco con l'Uomo.
Il massacro di Aurora - piccolo centro dal nome affascinante e fiabesco ma con ogni probabilità posto a celare la fotografia di una provincia scialba e tossica di cui spesso abbiamo fatto "esperienza" grazie alle proposte indipendenti e non solo made in Usa -, che da oggi verrà associato alla pellicola di Nolan - destinata ad essere bollata come "maledetta" -, è la triste conferma di quell'atto.
Non voglio fare sensazionalismi, o spararla grossa neanche fossi l'ultimo degli Studio Aperto, ma semplicemente testimoniare la mia vicinanza rispetto a tutte quelle persone uscite - come io stesso farò - per trascorrere una bella serata con gli amici, la fidanzata, la moglie o i figli perdendosi nella meraviglia di uno dei film più attesi dell'anno per finire ammazzati tra una poltrona e l'altra, vittime della roulette russa orchestrata da qualche disadattato soffocato dalla vita. Quella vera. Quella che pretende sempre qualcosa in cambio.
E non oso neppure immaginare quelli tra i sopravvissuti che, con una persona amata contata come vittima, dovranno lottare per non cedere all'impulso di imbracciare a loro volta un'arma e andare a farsi giustizia - e in questo senso penso mi troverei nella stessa situazione - cercando al contempo di infliggere più dolore possibile ai responsabili dell'accaduto.
Fossi in Nolan, o nella produzione, metterei la faccia in modo da fare tutto il possibile perchè questo atto sconsiderato non diventi un boomerang contro il Cinema, che dovrebbe farci respirare, piuttosto che lasciarci agonizzanti, a regalare i nostri ultimi sguardi a pop corn rovesciati o bibite mescolate con il sangue.
Ma tutto quello che si potrebbe scrivere suona come stonato, in questi casi.
Così la chiudo, brindo alla memoria di chi si è visto rubare tutto e spero che i cari, vecchi film possano di nuovo illudermi che esiste anche una vita che non si aspetti nulla di ritorno, se non la meraviglia.




MrFord





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