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lunedì 21 novembre 2016

Trolls (Walt Dohrn&Mike Mitchell, USA, 2016, 92')




Credo che per ogni appassionato dei film Pixar o più in generale del Cinema d'animazione "alto", il fenomeno del "trailer che esaurisce tutto quello che potrebbe esserci di interessante in un film" sia piuttosto noto, specie quando si approccia una pellicola targata Dreamworks: la casa di produzione di origine spielberghiana, infatti, malgrado alcune idee ottimamente coltivate - i due Dragon Trainer, la saga di Shrek, quella di Kung Fu Panda - ha anche prodotto una serie piuttosto cospicua di titoli che, passando dal minuto scarso del trailer - per l'appunto - ai novanta circa di visione finiscono per tramutarsi da prodotti apparentemente spassosi ed interessanti a schifezze atomiche che fanno rimpiangere il tempo perduto.
A nutrire le fila di questa categoria già tendente all'obesità è Trolls, colorata, pacioccosa e buonista ultima opera Dreamworks incentrata sul rapporto tra i simpatici, ottimisti e canterini Troll - che poi, non erano creature spaventose piuttosto che una sorta di versione fluo dei nani da giardino!? - e gli spietati Bergen, perennemente arrabbiati e depressi con la speranza di provare la felicità soltanto nel momento in cui divorano un Troll neanche fosse un acido: quello che, dal trailer, nonostante le apparenze poco rassicuranti per il sottoscritto prometteva di essere un titolo fresco, musicale e quantomeno divertente si è trasformato in una visione noiosa, grondante banalità da favoletta, adattato in italiano in modo imbarazzante - ma perchè tradurre necessariamente i pezzi originali se non si pensa di portare a casa un risutato come quello di Nightmare before Christmas? - e come se non bastasse infarcita di hit del passato - e fin qui niente di male - messe insieme come a realizzare la soundtrack più inflazionata della Storia del Cinema recente.
Una robetta con i fiocchi ed i controfiocchi, insomma, che alimenta la repulsione del sottoscritto per i trolls dai capelli luminescenti che andavano forte se non ricordo male negli anni novanta e per i film d'animazione come questo che alimentano l'astio dei radical per le proposte buoniste o buone indipendentemente dalle stesse e l'ignoranza dei distributori che assegnano alle sale qualsiasi - e sottolineo qualsiasi - pellicola animata alla sola fascia pomeridiana: complimenti di conseguenza alla Dreamworks per l'ennesima trovata vuota e senza senso buona giusto per la vendita di merchandise - che probabilmente andrà fortissimo - e per il portafoglio di Justin Timberlake, che oltre a prestare la voce al protagonista maschile Branch piazza anche la sua recente hit Can't stop the feeling come pezzo di traino della campagna pubblicitaria e dello stesso film.
Unica consolazione, almeno per ora, è data dal fatto che pare che gli incassi non abbiano dato così tanta ragione - almeno al botteghino - al lavoro di Walt Dohrn e Mike Mitchell, segno che forse, una fuffa dopo l'altra, il film d'animazione che funziona solo con il trailer comincia a mostrare il fianco perfino al pubblico occasionale.
Non ci resta, a questo punto, che confidare nel futuro.




MrFord




 

martedì 9 ottobre 2012

L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva

Regia: Steve Martino, Mike Thurmeier
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 88'




La trama (con parole mie): Sid, Diego e Manny sono ormai stanziati in un angolino di mondo davvero niente male, la vita scorre in pace ed i problemi più grossi sono dati dalla nonna del primo - scaricata dai redivivi parenti del bradipo - e da Peaches, figlia di Manny in piena adolescenza.
Questo fino a quando Scrat, alla perenne ricerca della sua adorata ghianda, non innesca il processo di frattura delle placche che porterà alla separazione dei continenti: i mutamenti geografici causeranno non pochi disagi al branco dei nostri, che separati da tutti finiranno in mare aperto su un blocco di ghiaccio, costretti a trovare un modo per fare ritorno prima che sia troppo tardi.
L'incontro con lo scimmiesco capitano Gutt e la sua ciurma di pirati offrirà al terzetto protagonista della serie - più la nonna, non dimentichiamola - l'occasione per menare un pò le zampe e guadagnarsi il mezzo di trasporto che potrebbe riportarli indietro.



Personalmente, comincio ad essere stanco davvero dei franchise di successo figli del Cinema d'animazione continuamente reiterati per questioni di mercato e soldi: fino a dieci anni fa, mentre Miyazaki consolidava il suo genio e la Pixar poneva le basi del suo impero, le realtà più piccole come quella dei Blue Sky Studios cercavano di spremere i cervellini dei loro artisti per tirare fuori qualcosa che fosse almeno lontanamente paragonabile ai due mostri sacri appena citati.
Erano i tempi, tra gli altri, del primo film dedicato alla saga de L'era glaciale, imperfetto e tecnicamente neppure accostabile a pezzi d'arte come i Toy Story o Totoro, eppure piacevole e davvero perfetto per intrattenere il pubblico - non soltanto quello dai dieci anni in giù -: il successo fu decisamente notevole, tanto da scatenare una vera e propria speculazione che da quel momento immise sul mercato videogiochi, pupazzi, linee di cartoleria e, ovviamente, non uno, non due, ma ben tre sequel.
Già dal secondo capitolo era chiaro che la direzione che la produzione avrebbe preso sarebbe stata quella dello sfruttamento, tanto che il mio interesse - e le aspettative con lui - precipitarono praticamente sotto zero - tanto per restare in tema -, rendendo questi titoli praticamente un riempitivo.
Questo quarto - e non credo, onestamente, ultimo, ahinoi - capitolo resta senza infamia e senza lode sui livelli dei precedenti: si lascia guardare prestandosi ovviamente ai trucchetti e alle inquadrature imposte dal 3D, intrattiene grazie a qualche risata e al consueto bagaglio di buoni sentimenti dei film per famiglie nella più classica delle tradizioni del genere, offre un minutaggio breve che permetterà ai piccoli di non annoiarsi e ai grandi di non sfracellarsi i cosiddetti e, di fatto, non rischiare di essere una delusione come il recente Madagascar 3.
Questo principalmente perchè ci sarebbe ben poco da aspettarsi da una proposta di questo genere, se non un innocuo film d'avventura discretamente movimentato - interessante, pur se ormai sfruttatissimo, l'utilizzo dei pirati come avversari per i protagonisti - che farà la gioia dei bambini grazie ad una sarabanda di inseguimenti, scontri ed imprese marinare condite dalle consuete gag di Manny, Sid e Diego - ormai da denti stretti almeno quanto le peripezie di Scrat, che onestamente mi è venuto non poco a noia -: azzeccato, invece, il personaggio della nonna del bradipo, vera sorpresa della pellicola, così come il passaggio al cospetto delle "sirene" e la già citata ciurma multietnica del capitano Gutt - doppiato in originale dal Peter Dinklage di Game of thrones -.
Ovviamente, rispetto al primo film, la tecnica è notevolmente migliorata - la barba dell'appena citato Gutt e la sequenza dell'uragano in pieno oceano ad inizio film che mi ha riportato alla mente La tempesta perfetta ne sono la prova - e tutto sommato sono ben altre le pellicole che solleticano le bottigliate: eppure, onestamente, vorrei potermi aspettare di più dal Cinema d'animazione, che pare aver almeno nelle grandi produzioni arrestato l'esplosione creativa che fino a pochi anni fa l'aveva portato a consolidare una credibilità pari a quella dei film di fiction - ricordiamo che La città incantata fu premiata a Berlino con l'Orso d'oro, seppur in ex aequo -.
Ben vengano anche i divertissements, dunque, ma spero davvero che le teste pensanti - ed i produttori che cacciano il grano - del genere possano mettere almeno parzialmente da parte gli interessi ed il portafoglio per tornare ad osare regalando emozioni, personaggi ed avventure senza sedersi troppo sul già noto e sul 3D.
Sono convinto che i piccoli - e sicuramente i grandi - apprezzerebbero molto di più. 


MrFord


"I'll follow you
the leaf that's following the sun
when will my weight be too much for you?
When will these ideas really be my own?
Cause this moment keeps on moving
we were never meant to hold on."
Jack Johnson - "Adrift" -

venerdì 6 gennaio 2012

Emotivi anonimi

Regia: Jean Pierre Ameris
Origine: Francia
Anno: 2010
Durata: 80'


La trama (con parole mie): Angelique è una giovane pasticcera specializzata in cioccolato alle prese con un enorme problema legato alla sua cronica timidezza. Quando, infatti, è al centro dell'attenzione, finisce inevitabilmente per perdere i sensi: così, per proteggersi dal suo stesso talento, inventa un misterioso eremita grazie al quale mascherare la sua opera come produttrice di irresistibili cioccolatini.
Assunta da una piccola fabbrica sull'orlo del fallimento, la donna troverà modo di confrontarsi con le sue paure e trovare l'amore nel solo apparentemente burbero principale Jean Renè, afflitto anch'egli dal problema di un'emotività esagerata.




Qualche tempo fa, nel corso della puntata natalizia della rubrica settimanale dedicata alle uscite in sala che condivido con quello scellerato del Cannibale, avevo dato libero sfogo ai miei pregiudizi definendo Emotivi anonimi una sorta di Lezioni di cioccolato costruito ad arte per tutti quei radical chic che, mossi da smielato e finto romanticismo, avrebbero voluto tanto correre in sala a vedere i due film con protagonista Luca Argentero ma, bloccati dal timore di risultare troppo "popolari", avevano deciso di rimanere a casa e dedicare una visione agli stessi in gran segreto, lontani dagli occhi indiscreti degli amici del cineforum.
In effetti, avevo centrato in pieno il bersaglio.
Quello firmato da Ameris, infatti, più che un brutto film, appare come una proposta assolutamente anonima - ma guarda un pò, il titolo per una volta c'entra qualcosa! -, buonista al limite della sopportazione e confezionata ad arte strizzando entrambi gli occhi a Il favoloso mondo di Amelie - vero e proprio blockbuster d'autore che, devo ammetterlo, non ho mai particolarmente amato - restando su un livello decisamente più basso della convincente opera di Jeunet.
Tutto, dal tono fiabesco ai colori pastello, dalla più classica e scontata delle storie d'amore fino alle macchiettistiche ed irritanti interpretazioni dei due protagonisti, suona posticcio e fasullo, nel pieno rispetto della costruzione tutto fumo e niente arrosto tipica del radicalchicchismo, fenomeno che qui nel saloon osteggio fermamente a suon di bottigliate selvagge praticamente da sempre.
Pur contando su un minutaggio molto limitato - fortunatamente - la pellicola non decolla mai davvero, e giocando sui clichè del genere praticamente inventato dalla naif Amelie sfrutta una sceneggiatura davvero poco plausibile ed assolutamente irritante nei toni, incorniciata dalla trovata degli "emotivi anonimi" che non solo mi pare di cattivo gusto rispetto all'idea dei gruppi di sostegno motivati da qualcosa di più serio della timidezza ma anche assolutamente poco incisiva rispetto all'utilizzo magistrale della stessa che Fincher mostrò nel suo Fight club.
L'unica cosa effettivamente vera rispetto al ritrovo di sfigati più o meno pronunciati frequentato da Angelique alle sedute sta nel fatto che i limiti imposti dal carattere, fondamentalmente, vengono superati spesso e volentieri una volta trovato qualcuno con cui condividere il letto - e, chissà, se va bene anche la vita -, ma per questo tipo di lezioni - non di cioccolato - bastano il Maestro Kubrick con il suo meraviglioso Eyes wide shut, oppure il decisamente più azzeccato e divertente Crazy stupid love, tra le commedie più riuscite dell'anno appena trascorso. 
Un'opera, dunque, facilmente dimenticabile giusta giusta per casalinghe disperate del Cinema, piccoli radical chic che crescono e vecchie signore impellicciate cui piace tanto, ma proprio tanto, fingersi alternative, di cultura e di mondo prima di tornare ai bei salottini borghesi mettendo il fazzoletto a proteggere i loro grinzosi deretani da tutti i germi che gli stranieri lasciano quando prendono l'autobus insieme a loro.
Avrebbero bisogno di un gruppo di sostegno come si deve: quello delle bottigliate.
Che non sono affatto anonime.
Portano una firma ben chiara, come quella qui sotto.


MrFord


"This is the straw, final straw
in the roof of my mouth as I lie to you
just because I'm sorry doesn't mean
I didn't enjoy it at the time."
Snow Patrol - "Chocolate" -

venerdì 11 novembre 2011

I tre moschettieri

Regia: Paul W. S. Anderson
Origine: Uk, Germania, Francia
Anno: 2011
Durata: 110'



La trama (con parole mie): mentre il giovane guascone D'Artagnan parte per Parigi con la benedizione del padre in cerca di avventure e fortuna cacciandosi inesorabilmente nei guai, i tre moschettieri del re Athos, Porthos e Aramis lottano - con frequenti intervalli dedicati a cibo, vino e donne - per tenere a bada il Cardinale Richelieu ed i suoi intrighi, che passano dalla doppiogiochista Milady al nobile inglese Buckingham, e sfruttano il braccio armato di Rochefort e delle sue guardie.
Dopo un primo incontro piuttosto rocambolesco, D'Artagnan e i moschettieri dovranno unire le forze per sventare un inganno che potrebbe costare una guerra con l'Inghilterra.
Che, forse, arriverà comunque.



Evidentemente il titolo di film più brutto dell'anno è più ambito di quanto non potessi credere, e con l'avvicinarsi della fine del 2011 registi e produttori cominciano a rimboccarsi seriamente le maniche affinchè io possa essere sempre più in difficoltà rispetto alla scelta che porterà al controclassificone delle peggiori pellicole uscite in sala negli ultimi dodici mesi.
Anderson, già noto per alcune perle del trash come Mortal Kombat, Alien vs. Predator e tutta l'agghiacciante saga di Resident evil, decide di mettere da parte la componente horror del suo Cinema - anche se pare proprio una parola grossa, da associare al lavoro del buon Paul W. S., e intendo Cinema, non horror, che invece lì accanto starebbe da dio - per concentrarsi su un'ambientazione che ricorda più il gigionismo de I pirati dei Caraibi che tanta fortuna - e soldi - ha portato nelle casse di mamma Disney: peccato che il risultato, oltre a risultare televisivo e raffazzonato, non riesce minimamente nell'impresa di eguagliare le imprese - peraltro da tempo in netto declino qualitativo - di Jack Sparrow e soci, e addirittura risulta così estremamente buonista da far apparire il più buonista dei film prodotti dalla suddetta Disney Vivere e morire a Los Angeles.
Niente - o quasi - pare funzionare, dall'utilizzo della computer graphic - in uno stile che vorrebbe richiamare la splendida sigla di Game of thrones - al cast - troppo sopra le righe i moschettieri, pessima Milla Jovovich nel ruolo dell'intrigante Milady, Christoph Waltz ridotto alla caricatura di se stesso neanche fosse il DeNiro degli ultimi anni, Mads Mikkelsen nel ruolo della versione da parodia del mitico One eye di Valhalla rising -, dalla sceneggiatura troppo facile e bambinesca al "facciamo un circo di casino ed esplosioni ma cerchiamo di evitare di essere anche soltanto col pensiero politicamente scorretti, non si sa mai cosa potrebbe pensare il pubblico: in particolare, rispetto a quest'ultima nota dolente - come giustamente notato da Julez nel corso della visione -, è agghiacciante sottolineare quanti sforzi vengano fatti per evitare di far passare qualcuno come un vero bastardo, tanto da far uscire come dei quasi santarellini anche due stronzi da competizione come dovrebbero essere Milady e Richelieu. 
A mia memoria, perfino il cartone animato passato in tv nel pieno degli anni ottanta appariva più tosto di questa robetta firmata Anderson, che oltretutto riesce a rendere ridicole alcune caratteristiche dei personaggi - oltre allo stesso Richelieu, anche del Re e di Buckingham con i loro agghiaccianti riferimenti alla moda e ai colori, per non parlare del "religioso" Aramis - che, al contrario, avrebbero potuto trasformare la vicenda tratta dagli scritti di Dumas in un nuovo e decisamente più interessante capitolo del Cinema d'avventura.
Il tutto, senza neppure menzionare le ridicole navi volanti in stile Wild wild West, la "caduta" ed il "ripescaggio" di Milady - uno dei momenti più bassi della pellicola -, le sequenze neanche fossimo in Mission impossible ed il terrificante finale aperto, che lascia presagire - e speriamo che il box office ce ne scampi - addirittura un sequel.
L'unico a fare davvero le spese dell'evolversi della vicenda - e a fare da carne da cannone neanche fosse l'ultima delle sue guardie - è Rochefort, reso peggio dei peggiori bar di Caracas grazie ad un'aura da cattivo slavato da cartoon - e di nuovo, il Maschera di ferro della serie animata citata poco fa aveva tutt'altro spessore - che viene definito il "miglior spadaccino del continente" eppure non duella mai, se non con se stesso o in tenzoni non leali, alla spada preferisce la pistola e, straordinariamente rispetto all'aura perbenista della pellicola, riesce anche a morire al termine di un'agghiacciante sfida tra le guglie di Notre Dame.
Dovessi trovare un solo pregio a quello che potrebbe essere tranquillamente essere definito il peggiore adattamento cinematografico de I tre moschettieri mai realizzato, direi che, tutto sommato, l'intera operazione non risulta minimamente spocchiosa, quasi la sensazione dell'effettivo valore della stessa fosse ben chiaro a Anderson e a chi ha avuto l'ardire di buttare montagne di soldi in questa roba.
Inoltre - e sono due! - posso anche ammettere che il tutto sia assolutamente innocuo, talmente "centrista" da non riuscire neppure a farmi incazzare abbastanza da tirare fuori le bottiglie pronto a scatenare una tempesta di colpi.
Certo, mi ha anche ricordato un collega che, qualche elezione fa, una sera dichiarò candido: "Io sono rimasto al centro."
Risposta: "In che senso, scusa?"
E di nuovo: "Beh, i miei hanno votato Casini, così l'ho votato anche io."
A fronte di un'affermazione come questa, neanche due calci rotanti valgono più.
Chi sta al centro, deve restarci. Ed essere dimenticato nel suo essere insignificante.
Un pò come questo I tre moschettieri.

MrFord

"Oh, oh, oh - Is there anybody home?
Who will believe me, won't deceive me, who'll try to teach me?
Ah, ah, ah - Is there anybody home?
Who wants to have me, just to love me?
Stuck in the middle."
Mika - "Stuck in the middle" -


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