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sabato 30 aprile 2016

Anvil - La storia degli Anvil

Regia: Sacha Gervasi
Origine: Canada
Anno: 2008
Durata: 80'







La trama (con parole mie): a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, gli Anvil, formazione canadese tra le più influenti dell'heavy metal mondiale, riconosciuta da gruppi come Metallica, Anthrax, Guns and Roses, sparisce di fatto dai radar che contano centrando uno dei casi più clamorosi di insuccesso commerciale che il genere abbia mai conosciuto.
In realtà i due membri fondatori della band, amici d'infanzia e coppia praticamente inseparabile, Steve "Lips" Kudlow e Robb Reiner, cantante e chitarrista il primo e batterista il secondo, non hanno mai mollato i loro sogni ed il progetto di portare gli Anvil alla ribalta, hanno continuato a pubblicare dischi ed esibirsi per piccoli gruppi di appassionati e a lavorare come tutti i comuni mortali del pianeta, invece che dedicarsi a vite da rockstar dissolute.
Quando, nel duemilasei, un'improvvisata manager italiana li riporta in tour in Europa sperando di alimentare i sogni di Kudlow e Reiner e le cose non vanno come tutti loro avrebbero voluto, il tredicesimo disco degli Anvil diventa l'ultima scommessa, il treno atteso da una vita: ma l'occasione si presenterà, o si tradurrà nell'ennesima, amara delusione?













Ricordo bene l'effetto che ebbi guardando il finale di A proposito di Davis, firmato dai Fratelli Coen: un'amara consapevolezza filtrata attraverso l'antico adagio dell'uno su mille ce la fa che calza a pennello a qualsiasi campo artistico.
E che si tratti di un treno che passa una volta sola, del "trovarsi nel posto giusto al momento giusto" - come afferma il compianto Lemmy proprio in un estratto di questo documentario -, di talento o di un insieme di fattori che non potremo mai spiegare, è incalcolabile il numero degli aspiranti musicisti, scrittori, attori, registi, pittori e chi più ne ha, più ne metta, che popolano il mondo - e mi metto tranquillamente nel novero -: persone che ci hanno provato, e che, un giorno, si sono rese conto che il tempo era passato, e quello che era un sogno sfolgorante è diventato lo sfogo o il passatempo dei momenti liberi dal lavoro e dagli impegni del quotidiano.
Personalmente, da parecchio - ed in particolare dalla nascita del Fordino - vivo con filosofia questo destino, considerato che preferisco godere di quello che ho il più possibile piuttosto che rimuginare a proposito di quello che potrei avere, ed investire le energie nell'avere quello che posso raggiungere con le mie forze senza affidarmi a casualità assortite, ma a prescindere dal mio coinvolgimento nella visione del sorprendente lavoro di Sacha Gervasi - che, qualche anno dopo Anvil, portò in scena il più che discreto Hitchcock -, o dalla filosofia da outsider dai sogni artistici infranti, ho trovato questo documentario un eccezionale inno alla vita ed alla voglia di viverla, alla passione ed alla dedizione rispetto a se stessi dei suoi due protagonisti, Steve Kudlow e Robb Reiner, fondatori degli Anvil e pionieri dell'heavy metal classico, al centro di una vicenda che pare la versione "hard rock" di quella del leggendario Rodriguez di Searching for Sugar Man.
Osservare i due amici d'infanzia arrangiarsi con lavori certo non esaltanti, vivere il loro sogno grazie al sostegno di fan accaniti pronti a vederli dal vivo centinaia di volte in piccoli club dimenticati da dio, partecipare ad un Festival in Europa ed apparire esaltati come fan, più che come musicisti parte del carrozzone - bellissimi i siparietti con i Thin Lizzy, Toni Iommi o i Twisted Sister -, cadere e rialzarsi con le proprie forze contando esclusivamente sul loro legame e sulla loro musica è qualcosa di profondamente genuino e magico, in grado di tenere sveglia perfino Julez - che con il metal ha ben poco a che spartire - e riportare alla mente del sottoscritto Emiliano, che avrebbe letteralmente adorato un lavoro come questo - sempre che non l'avesse visto, considerata la sua cultura musicale e le sue radici ben piantate nell'heavy - e che quasi rivedo precipitarsi in camera mia e di mio fratello annunciando di aver scoperto una "perla" programmando un sabato sera con visione, alcool e rutto libero magari prima di dirigerci allo Zoe, nota discoteca rock milanese che fu la nostra seconda casa a cavallo del duemilasei per quasi un paio d'anni di weekend molto wild.
La vicenda degli Anvil e la loro lunga corsa verso la realizzazione di un sogno durato più di trent'anni è pura poesia a ritmo di riff aggressivi e ritmica serrata, una parabola quasi magica che ha il suo culmine proprio nei confronti tra due fratelli acquisiti e nei loro faccia a faccia più drammatici - da brividi il litigio e la riappacificazione nel corso delle sessioni di registrazione del tredicesimo disco in Inghilterra, con questi due uomini che paiono metallari fuori tempo massimo con le lacrime agli occhi a giurarsi bene eterno neanche fossero una vecchia coppia di sposi -, e che trova la sua ideale conclusione in un cerchio che si chiude così come tutto si era aperto, o si sarebbe dovuto aprire.
In fondo, la vita spesso non ci riserva quello che vorremmo, o che siamo pronti a sognare: eppure mi viene da pensare che Steve Kudlow e Robb Reiner il loro vero tesoro l'abbiano trovato in qualche misura solo per mezzo della Musica e del metal, e che sia da cercare in due famiglie che sono state sempre presenti per loro - e per le loro passioni -, e in loro stessi.
Esistono, sono esistite ed esisteranno, infatti, rockstar planetarie pronte a vivere e morire da sole.
Loro, invece, avranno sempre un fratello, un amico, un compagno. Nella buona e nella cattiva sorte.
Come le migliori coppie.
E questa è una cosa che nessuna chart mondiale potrà mai dare.





MrFord






"Metal on metal
ears start to bleed
cranking it up
fulfilling my need
metal on metal
shakin' the place
blows back your hair
caves in your face."
Anvil - "Metal on metal" -







domenica 29 dicembre 2013

Ford Awards 2013: i film (N°30-21)

La trama (con parole mie): prosegue la cavalcata inesorabile verso le posizioni più alte della classifica dei migliori film del duemilatredici usciti in sala, con una decina di tutto rispetto che unisce agli effettoni dei grandi blockbuster d'autore più di un'irruzione nel Cinema d'essai più sfrenato. Autori con la A maiuscola che, in passato, sono riusciti ad ottenere anche posizioni decisamente più alte in occasione dei Ford Awards.


N°30: HITCHCOCK di SACHA GERVASI


Cominciamo questa seconda carrellata con una piccola chicca made in UK interpretata benissimo, girata con grande rispetto di un Maestro del Cinema e decisamente interessante nei risvolti umani che porta sullo schermo: un titolo che gli amanti di Hitchcock e della settima arte non possono farsi scappare, ma anche una possibilità per chi non mastica troppa autorialità di confrontarsi con un vero mostro sacro.

N°29: FACCIAMOLA FINITA di EVAN GOLDBERG e SETH ROGEN


Uno dei due grandi cult della commedia passati sul grande schermo nel duemilatredici è un sopra le righe, sguaiatissimo e sboccato calderone di metacinema ed autoironia divertentissimo dall'inizio alla fine, talmente trash da rasentare la genialità - un pò come l'apparizione fugace di Channing Tatum -.
Hollywood prende per il culo Hollywood. E alla grande.

N°28: LO HOBBIT - LA DESOLAZIONE DI SMAUG di PETER JACKSON


Secondo capitolo della trilogia tratta da Lo Hobbit che Peter Jackson sta via via trasformando in un complesso prequel de Il signore degli anelli: essendo, di fatto, una sequenza di raccordo, non raggiunge per me i livelli del primo film, eppure scorre via che è un piacere, regala un cliffhanger da serie tv ed anche un personaggio che resterà a lungo nella memoria, facendo concorrenza all'indimenticato Gollum, un'altra creatura prodigio della tecnica, lo Smaug del titolo.

N°27: COME UN TUONO di DEREK CIANFRANCE


Dopo avermi favorevolmente colpito con Blue Valentine, Cianfrance confeziona un'altra opera intensa e traboccante passione, imperfetta quanto la precedente eppure senza dubbio emozionante dal primo all'ultimo minuto. Qualche lungaggine di troppo - specie nella parte centrale - ma davvero un grande cuore.
Avercene, di film di formazione come questo.

N°26: PAIN&GAIN - MUSCOLI E DENARO di MICHAEL BAY


Per quanto possa suonare decisamente strano trovare a questo punto della classifica - ed in questa classifica - un film di Michael Bay occorre ammettere che Pain&Gain non solo rappresenta il suo lavoro migliore, ma anche la vera e propria sorpresa dell'estate duemilatredici. Una vicenda nerissima ed assolutamente reale raccontata come una commedia slapstick grondante sangue, con un The Rock mai così bravo.
Già cult fordiano.

N°25: IL PASSATO di ASGHAR FARHADI


Farhadi, autore dello splendido Una separazione, torna sul grande schermo con un'altra opera struggente pronta a raccontare la fine di una storia attraverso una serie di drammatici confronti che rischiano di spezzare due famiglie proprio nel pieno del loro tentativo di diventare una soltanto. Seppur non ai livelli del lavoro precedente ed un pò troppo europeo nello stile, siamo pur sempre dalle parti del grande Cinema.

N°24: PROMISED LAND di GUS VAN SANT


Van Sant, abbandonate le atmosfere algide dell'ottimo Restless, torna al dramma sociale raccontando una vicenda che avrebbe potuto narrare anche un Clint Eastwood, una storia semplice e toccante di quelle che riescono a tenere lontana la retorica di grana grossa per concentrarsi su una grande umanità.
Non sarà il Gus delle grandi occasioni, eppure è proprio quello che piace a me: sincero, diretto, di pancia. 

N°23: CLOUD ATLAS di ANDY e LANA WACHOWSKI e TOM TYKWER


La fantascienza, genere ostico e difficile per ogni autore che abbia una qualche ambizione di trasformarlo in un'esperienza memorabile per lo spettatore, ha regalato ottime sorprese nel corso di questa stagione cinematografica: una di queste è senza dubbio Cloud Atlas, ridondante e strabordante affresco targato Wachowski in grado di strabiliare con effetti meravigliosi ed emozionare neanche si fosse tornati nel pieno degli anni ottanta. Una controversa meraviglia capace di risvegliare le emozioni di un'epoca che fu passando dal futuro.

N°22: STAR TREK - INTO DARKNESS di J.J. ABRAMS


Altro giro, altro regalo per la sci-fi, che grazie a quel geniaccio di J. J. Abrams spolvera la sua componente action con un secondo capitolo del reboot di Star Trek ancora più coinvolgente e tirato del primo, in grado di legarsi a doppio filo alla serie di film originali senza snaturarne spirito e vicende.
Effetti e regia splendidi, ed un cattivo da brividi: il Khan di Benedict Cumberbatch, senza dubbio uno dei villains più interessanti degli ultimi dodici mesi.

N°21: SOLO DIO PERDONA di NICOLAS WINDING REFN




Non poteva mancare, nella classifica del meglio del duemilatredici del Saloon, uno dei registi più fordiani in assoluto, il Refn vincitore del Ford Award per il miglior film due anni or sono con Drive.
Solo dio perdona, accolto tiepidamente da pubblico e critica, è pura poesia per gli occhi, e seppur compiaciuto e decisamente troppo autoriale rispetto al suo illustre precedente, rappresenta una vera manna per chiunque ami il Cinema in una delle sue forme più pure, l'estetica, curata con una perfezione tale da farmi provare ancora una volta il brivido dei miei anni di sole proposte d'essai.


TO BE CONTINUED...


MrFord

venerdì 11 ottobre 2013

Hitchcock

Regia: Sacha Gervasi
Origine:
USA
Anno: 2012
Durata:
98'




La trama (con parole mie): Alfred Hitchcock, Maestro indiscusso del Cinema thriller e non solo, ritratto ai tempi della realizzazione del controverso Psyco, che finirà per rivelarsi il suo più straordinario e celebrato successo di pubblico e critica.
Dal rapporto con la moglie ed inseparabile compagna d'arte Alma a quello con le sue attrici, dalle insicurezze nella vita privata alle certezze incrollabili sul set, la figura di uno dei più grandi geni della settima arte rappresentata dai retroscena di quella che è la sua opera più nota, la ciliegina sulla torta di una carriera sfolgorante e clamorosa che ancora oggi riesce a fare invidia non soltanto agli aspiranti registi, ma addirittura agli spettatori.
Uno sguardo rivolto ad Hitch, ma anche e soprattutto ad Alfred Hitchcock.





"Io sono solo quello che sta dietro la macchina da presa, ad osservare", afferma placido Alfred Hitchcock detto Hitch, per tranquillizzare la diva della sua scommessa più grande, quel Psyco che si rivelerà un successo senza precedenti nella sua carriera.
Nessuno saprà mai con certezza se l'apparente sicurezza del Maestro fosse alimentata dalla consapevolezza nei propri mezzi o dalla fiducia in un sogno, o se fosse diretta a Janet Leigh o a lui stesso: stando a quel che propone con piglio maniacale e grande partecipazione Sacha Gervasi, poco importa.
E onestamente, sento di poter stare dalla parte del cineasta inglese.
Hitchcock, grottesca e piacevole chicca a proposito di Cinema e Vita mascherata da biopic di un grandissimo, ne è la prova assoluta ed inconfutabile.
Il piacere che si prova osservando il lato umano di un'epoca magica per la pellicola e la sala, di un regista che è, di fatto, un'icona, di un "grande Uomo alle spalle del quale fu presente una grande Donna", è indescrivibile, e la visione di questo gioiellino che non sarà una pietra miliare ma senza dubbio regala una carica emotiva enorme per ogni amante del grande schermo è una di quelle piccole gioie in grado di far dimenticare le brutture della vita e la magia che, in tempi non sospetti, conquistò questo vecchio cowboy portandolo a diventare una sorta di esigente dipendente di una proiezione al giorno, dovendo fare i conti con tutta una serie di tempistiche legate al resto della vita.
Hitchcock non sarà, dunque, uno dei titoli pronti a fare bella mostra delle proprie qualità nella top ten del meglio dell'anno fordiano, eppure è senza alcun dubbio riuscito non soltanto a mettere addosso al sottoscritto una voglia irrefrenabile di recuperare - e recensire - il già citato Psyco e Gli uccelli - splendida la beffarda chiusura -, ma a trasmettere la passione, la magia e la dimensione che l'indimenticabile autore anglosassone è riuscito a trasmettere al suo pubblico attraverso la quasi totalità delle sue opere.
Quella che, dunque, sulla carta appariva solo ed esclusivamente come un'operazione nostalgica/commerciale atta a fare leva sui fan di nicchia pronti a dare la caccia alla collezione completa di dvd o bluray del mitico Alfredone non appena usciti dalla sala si è rivelata una perfettamente funzionante macchina del tempo in grado di riportare indietro chiunque fosse disposto a tuffarsi in quello che, di fatto, rappresenta un dietro le quinte della vita e della poetica hitchcockiana - meraviglioso l'utilizzo di Ed Gein, terrificante serial killer statunitense che ispirò Robert Bloch ed il Nostro per Norman Bates e dunque Thomas Harris e Jonathan Demme per Il silenzio degli innocenti come "Grillo parlante" del regista, neanche ci trovassimo all'interno di un onirico e strampalato noir -, un the delle cinque con delitto confezionato ad arte per ritrovarsi con il cuore in gola e la convinzione di aver assistito ad una svolta fondamentale non soltanto di un'epoca, ma del vero e proprio big bang di una forma di narrazione destinata a cambiare il mondo della comunicazione e non solo.
Splendido il cast, dagli strepitosi Hopkins e Mirren alle normalmente legnose Johansson e Biel, perfetta la ricostruzione, madmeniana la cornice: ma non è certamente soltanto questo, a rendere straordinariamente piacevole questa visione.
E' lo spirito del rischio che anima chi è genio, e chi no, la voglia di provare sulla pelle il sapore della libertà, creativa, di vita e di idee, che ci permette di indulgere nell'errore per scoprire quanto è importante quello che apparentemente pare non avere importanza, dalla segretaria sempre presente all'eminenza grigia che è tanto di più lontano dall'essere grigia da risultare una stella decisamente più brillante della nostra.
E' il caso di Alfred e Alma.
Del Cinema e di Hitchcock.
Che non avrà voluto il "gallo" a richiamare il suo nome, ma che senza dubbio era quanto di più importante ci fosse nell'aia della settima arte a quei tempi.
E non solo.


MrFord


"We get so far
and then it just starts rewinding
and the same old song
we're playing it again
suspension without suspense."
No Doubt - "Suspension without suspance" - 


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