Visualizzazione post con etichetta Pablo Escobar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pablo Escobar. Mostra tutti i post

giovedì 19 aprile 2018

Thursday's child








Nuovo appuntamento con il triangolo cinematografico più bollente della blogosfera e con una delle attrici in grado di mettere d'accordo non solo per le doti recitative questo vecchio cowboy ed il suo rivale per antonomasia, Cannibal Kid: per l'occasione, a tentare di arbitrare gli ormoni dei due vetusti bloggers penserà la fruttata Fragola, pronta a regalare perle come solo nelle migliori edizioni di questo appuntamento settimanale.



"Quei due bloggers pensano di essere duri e cattivi, ma io me li mangio in un boccone."



Molly's Game

"Ma tu sul serio vuoi avvicinarti a quei due? Io ti consiglierei un'ordinanza restrittiva."

Fragola: Prima di tutto ringrazio il Cannibale e Ford per avermi invitata a prendere parte come guest della loro mitica rubrica. Quando il Cannibale mi ha proposto la cosa, ero agitata quasi come se mi avessero chiesto di partecipare al tavolo verde di Molly Bloom. E a tal proposito, questo film dedicato alla “Principessa del Poker” mi pare decisamente interessante, sarà che a me quest’anno le storie di sportive “alternative” alla canonica immagine proposta dalla società (vedi “Tonya”) mi garbano parecchio, ma la pellicola sembra avere del gran potenziale, se si aggiunge che il film è scritto e diretto da Aaron Sorkin, che di biographical drama ne sa qualcosa, e la presenza di una fichissima Jessica Chastain, la quale probabilmente agiterà i fervori post adolescenziali del Cannibale. Peccato Kevin Costner che ha la stessa verve del mio comodino al mattino, ma per il resto direi che è il mio film prefe della settimana!
Cannibal Kid: Quando ho iniziato a vedere Molly's Game ero agitato quasi come se Fragola mi avesse chiesto di contribuire al suo blog Una fragola al giorno, che io avrei trasformato per l'occasione in Un cannibale al giorno toglie il Ford di torno. Quando Jessica Chastain fa un nuovo film per me è sempre un evento e vado in agitazione. Nemmeno questa volta la rossa più fragolosa di Hollywood comunque ha deluso le aspettative e ci ha regalato una pellicola recitata alla grande, of course, e ottimamente scritta e diretta da Aaron Sorkin, che io ho già recensito (http://www.pensiericannibali.com/2018/02/kiss-kiss-mollys-game.html) e che consiglio di vedere a Sabina e persino al mio blogger rivale.
Ford: questo dev'essere l'anno dei biopic sportivi alternativi. Dopo Tonya, infatti, giunge finalmente in Italia Molly's game, scritto ed interpretato ottimamente - Fragola, inizi male con quelle sparate su Kevin Costner -, che ho già visto e ho atteso a pubblicare in vista proprio di questo approdo nelle nostrane sale. Unica nota dolente, il fatto di essere d'accordo con Cannibal.

Escobar - Il fascino del male

"Una volta là c'era Casale Monferrato. Ora ho costruito il mio nuovo zoo personale."

Fragola: L’interesse per la figura di Pablo Escobar sembra non accennare a diminuire o perlomeno ne sono convinti i realizzatori di questo film, il terzo dedicato al Patrón dopo “Escobar” con Benicio del Toro e la stupenda serie “Narcos” di Netflix, che chevelodicoafare ho amato alla follia.
La domanda che sorge spontanea è cosa può dirci di più sulla figura di Pablito il film di Fernando León de Aranoa con Javier Bardem e Penélope Cruz e pare che la risposta sia tutta nel racconto della relazione extraconiugale tra Escobar e Virginia Vallejo, giornalista di quei turbolenti anni in Colombia e autrice del libro da cui è tratto il film. Sinceramente non sentivo la necessità di un altro film sul narcotrafficante e, forse, l’aspetto più interessante (probabilmente l’unico) sarà vedere Bardem alle prese con una figura imponente come quella di Escobar e se l’attore sarà in grado di eguagliare la grandissima interpretazione di Wagner Moura. Per il resto, lascio il giudizio ai due caballeros.
Cannibal Kid: Io mi sono appassionato a Narcos fintanto che c'era lui, Pablo, poi quando è sparito è sparita anche la mia attenzione. Per quanto non sentissi particolarmente il bisogno di un altro film su di lui, dopo il già poco fenomenale Escobar con Guillermo... excusa, con Benicio del Toro, questa pellicola incentrata sul rapporto tra il narcotrafficante e la giornalista Virginia Vallejo potrebbe comunque rivelarsi se non muy guapa, se non altro mucho mejor di un WrestleMania.
Ford: chevelodicoafare su Narcos, un pò meno su Escobar, decisamente meno rispetto a questo ennesimo film dedicato alla figura del trafficante colombiano, che pare realizzato giusto per mettere in vetrina due divi che sopporto meno di Cannibal nelle sue giornate peggiori. Per quanto mi riguarda, Pablito resterà per sempre quello portato sullo schermo da Wagner Moura.

Ghost Stories

"Il primo di quei bloggers che mette il muso fuori dovrà prenotarsi una bella serie di sedute dal dentista."

Fragola: Questo film deve fare una paura da matti, ma deve essere una figata. E questo è quasi tutto quello che so su “Ghost Stories”, visto che sono talmente fifona che gli horror non li guardo, e infatti non sono riuscita a guardare neanche il trailer e a leggere per intero le notizie a riguardo, saltando i pezzi che mi parevano più spaventosi (mi basta poco, anche solo le parole “strani fenomeni sovrannaturali” ricreano nella mia mente scenari di puro terrore, più spaventosi dell’immaginare Cannibale e Ford andare d’accordo su tutto!) Ma non volevo fare brutta figura con i miei ospiti, quindi ho cercato di informarmi al meglio e devo dire che “Ghost Stories” ha un background niente male, che lo rende una delle uscite più interessanti della settimana: il film, infatti, oltre a rifarsi a una lunga tradizione di horror d’oltremanica, è l’adattamento di una pièce teatrale dallo stesso nome molto nota per essere terrificante (nel senso che fa paura, non brutta che “nun se po’ guardà”). Pare che lo spettacolo fosse vivamente sconsigliato ai minori di 15 anni, che per pubblicizzarlo venissero utilizzare le immagini del pubblico terrorizzato e che, alla fine dello spettacolo, un messaggio registrato invitasse gli spettatori a mantenere il segreto sulla rappresentazione. Insomma, ci sono tutti i presupposti per un film in grado di spaventare persino un “duro” come Ford.
Cannibal Kid: Da quando conosco Ford, faccio fatica a trovare spaventosa qualsiasi altra cosa all'infuori di lui e dei suoi gusti. Figuriamoci un film che riesca a farmi paura. Visto che io e Ford gli horror li guardiamo, e in genere li critichiamo pure parecchio, a tremare possono essere gli autori di questa pellicola già pronta a far gridare dall'entusiasmo, oltre che dal terrore, molti blogger, ma che con noi due avrà vita parecchio più dura.
Ford: la cosa che mi fa più paura di questo film è che potrei essere clamorosamente d'accordo con l'analisi "pre partita" del mio rivale, che giustamente afferma quanto l'horror abbia vita difficile quando incontra i nostri due pareri. Lieto di essere smentito, ma ho come l'impressione che questo Ghost stories finirà per essere l'ennesimo fenomeno mediatico e pubblicitario pronto ad essere stroncato in stereo dai due bloggers più cattivi della blogosfera. E spaventosi, ovviamente.

Doppio amore

"Fragola, nessun rancore, ma voglio essere io l'unica donna tra Cannibal e Ford. Prima di te ho già fatto fuori la Chastain e J-Law."

Fragola: Quando sento odore di cinema francese divento sempre diffidente e circospetta. Non so perché, ma ho sempre il timore che dietro tutta l’eleganza, la sofisticatezza e le rifiniture di pregio del cinema d’oltralpe, voilà le truc: un vuoto esistenziale e non, in cui morire di noia al suon di “Meh!”. Certo non è sempre così, ma capita, e questo film di François Ozon, un thriller psicologico tutto giocato sul tema del doppio, dell’ambiguità e del sesso come mezzo per dipanare la matassa, mi sembra possa appartenere alla categoria. Sicuramente Cannibale non sarà d’accordo, ma lui ha il debole per i film francesi e quindi lo lascerò parlare.
Cannibal Kid: Siamo sicuri che il commento qui sopra l'abbia scritto tu, Sabina?
Ford, esci subito da questa Fragola!
Io quando sento odore di cinema francese, sento profumo di Chanel Nº 5 e vado subito in estasi. Con un thrillerino psicologico soft-erotico come questo poi, non potevo che cadere nella trappola di Ozon con tutti e due i piedi. Anche questo film come Molly's Game l'ho già visto e già recensito (http://www.pensiericannibali.com/2017/12/loroscopo-di-pensieri-cannibali.html). Più che doppio amore, una doppia recensione. Alla faccia di Ford che probabilmente non ha ancora visto nessuno dei due.
Ford: Ozon, nonostante il Cinema francese e il radicalchicchismo, mi piace, e ho apprezzato in passato molti dei suoi lavori. Questo Doppio amore non è ancora transitato dal Saloon, ma potrebbe perfino stupirmi e consegnare ai lettori una settimana miracolosa all'interno della quale mi trovo più d'accordo con il mio nemico giurato che con la nostra ospite fruttata. Una cosa davvero al limite della fantascienza.

L'amore secondo Isabelle

"Certo che Cannibal e Ford fanno proprio ridere: non importa chi ospitino, sparano sempre stronzate a raffica!"

Fragola: Potrei copiare e incollare la prima parte del mio commento sopra. E aggiungo che personalmente non amo molto i film in cui le donne si parlano addosso delle proprie pene d’amore e dell’incapacità di comunicare tra uomo e donna e sentimento e ragione. Abbiamo già avuto sei stagioni di Sex and the City per dilungarci meravigliosamente sul tema, va bene così grazie, e nel caso servisse una rinfrescata, mi metto a leggere Pensieri Cannibali che va bene uguale.
Cannibal Kid: Ahahah, colpito e affondato!
Giusto per rimanere in tema francese: chapeau, Fragola, chapeau.
Riguardo alla pellicola, è diretta da Claire Denis (da non confondere con l'attrice Claire Danes), regista nota per il film Cannibal Love, che colpevolmente e clamorosamente non ho mai visto, così come nessuno dei suoi altri lavori. Questo film con la sempre brava Juliette Binoche potrebbe rappresentare l'occasione per rimediare e potrebbe piacere pure a Ford, che di recente ha esaltato molto più di me una pellicola in apparenza simile come quella radical-chiccata de L'avenir.
Ford: Finalmente qualcuno che riesce a vedere Cannibal ed il suo blog come lo vedo io! Brava Fragola, ti sei riscattata di quanto scritto fino ad ora! E per il resto, appurato questo, poco importa del film!

Wajib - Invito al matrimonio

"Piuttosto che parlare di Cinema con Cannibal, mi confronto con voi pappagalli."

Fragola: Qui invece sento odore di “cannibalata” e devo dire che non mi dispiace affatto. Film premiato in diverse manifestazioni, selezionato per rappresentare la Palestina agli Oscar 2018 per poi non entrare nella lista finale, si tratta di una pellicola impegnata, che cerca di raccontare un tema piuttosto complesso come quello della condizione palestinese nei territori israeliani in modo leggero ed emozionale. A questo tipo di proiezioni solitamente siamo più o meno in 10 in sala, ma sono una persona positiva e spero sempre nell’arrivo dell’undicesimo. Sarà questa la volta buona?
Cannibal Kid: Mi sa che l'undicesimo non sarà io, ma potrebbe essere Ford. Sempre che nel frattempo non esca qualche altro film con The Rock...
Ford: se questa settimana non dovesse esserci nulla in programma con The Rock, Fragola, contami pure come l'undicesimo!

Il tuttofare

"Vostro onore, tenere in libertà Cannibal Kid è più che comico!"

Fragola: Io non sono una di quelli che demonizza il cinema italiano tutto, ci sono casi in cui riconosco il valore della produzione e pellicole che salvo volentieri. Ecco, il film con Castellitto non è uno di quei casi.
Cannibal Kid: Sergio Castellitto non mi è mai stato particolarmente simpatico, ma i suoi film devo dire che non mi dispiacciono. Quelli da regista, almeno. Ricordo ad esempio ancora con piacere quel sottovalutato gioiellino de La bellezza del somaro. E se lo ricordo io che ho una pessima memoria, un motivo ci sarà. In questo caso il tuttofare Castellitto si limita al solo ruolo da attore e, se ha deciso di partecipare a un progetto non suo o dell'onnipresente moglie Margaret Mazzantini, un motivo ci sarà. Anche se non ho tutta 'sta voglia di scoprire quale sia.
Ford: io, in questo momento, ho voglia di fare una cosa sola. Evitare film italiani inutili neanche fossero commenti di Cannibal.

Parlami di Lucy

"Questo posto desolato dev'essere quello che Escobar ha lasciato di Casale."

Fragola: Per riallacciarmi al discorso di sopra, questo è proprio quel genere di film italiano che invece potrei salvare volentieri. Con un film così, possono parlarmi di chiunque, persino di Cannibale e Ford!
Cannibal Kid: Non capisco da dove arrivi tutto questo entusiasmo da parte di Fragola nei confronti di un film che, almeno dal trailer, sa di tipico mattonazzo finto autoriale e vero amatoriale italiano, oltre che di notevole pesantezza. Altroché il leggero cinema francese. Credo, anzi temo, che Ford in questo caso possa essere d'accordo con me.
Ford: temi bene, Peppa. Non so cosa possa essersi bevuta Fragola per diventare una versione ancora più radical di te.

Il mio nome è Thomas

"Terence, non aver paura! Guidi senza dubbio meglio di Ford!"

Fragola: Raga ma questa è la ciliegina sulla torta! A parte che sono devastata dall’aver appreso che “Don Matteo” è arrivato al season finale che ciao proprio, un crollo delle certezze di queste dimensioni che Ford, che c’ha persino la serie salvata su Netflix come qualsiasi agée che si rispetti, ancora non si è ripreso. Ma poi scopri che in realtà Don Matteo si è solo trasformato in uno che se fa chiamare Thomas e tutto ciò è stupendo! Mi rimangio quello che ho detto all’inizio, il mio film prefe della settimana è questo!
Cannibal Kid: Oh, finalmente Fragola prende un po' di mira anche Ford e fa un centro pieno!
Io la popolarità di Terence Hill non l'ho mai capita già ai tempi degli speghetti western, figuriamoci poi con Don Matteo e ora con questo suo ritorno cinematografico da attore e pure da regista e pure da sceneggiatore. Se questo è il meglio che il “nuovo” cinema italiano oggi può offrire, il mio nome è James Ford.
Ford: io voglio bene a Terence Hill. Ma solo rispetto ai film con Bud Spencer. Don Matteo, Thomas e chiunque altro, li lascio volentieri al grande bacino del trash che di tanto in tanto Cannibal celebra ignorando le critiche che spesso e volentieri riserva alle tamarrate adorate dal sottoscritto.

mercoledì 8 novembre 2017

Narcos - Stagione 3 (Netflix, USA, 2017)





Uno degli ostacoli più difficilmente valicabili per le serie televisive di grande valore è incarnato, senza dubbio, dalla qualità garantita da una prima stagione - a volte accompagnata da una seconda - in grado di trasformare un titolo in un instant cult destinato inesorabilmente a "sfiorire" anno dopo anno: sono infatti pochissimi - ricordo solo Breaking Bad - a compiere il percorso inverso, mentre molti mostri sacri, da Lost a Dexter, passando per True Blood, hanno finito, pur se in misura differente, per proporre stagioni non al livello di quella d'esordio, o ad ogni modo a presentare un calo vistoso nella parte finale delle loro "esistenze".
Narcos, al terzo giro di giostra, era chiamata a superare una non facile prova: alle spalle due stagioni clamorose, infatti, questa serie dal sapore di docufilm doveva per la prima volta ritrovarsi a fare a meno del carisma del suo protagonista, l'eccezionale Pablo Escobar interpretato da Wagner Moura.
Senza dubbio, occorre sottolinearlo immediatamente, il "vuoto di potere" lasciato da un charachter di quella portata si è fatto sentire, e la componente più romanzesca e lirica della narrazione ha lasciato spazio più al thrilling ed alla cronaca - spesso nera - dell'ascesa e della caduta del Cartello di Cali, che ai tempi sostituì in cima alla catena alimentare del narcotraffico quello di Medellin che Escobar aveva costruito nel corso degli anni ottanta.
Il risultato è un'altra ottima stagione da fiato sospeso dall'inizio alla fine, grazie ai giochi di potere dietro a grandi imperi criminali come quelli descritti dagli autori, al lavoro spesso sporco operato dagli agenti statunitensi atto a mettere all'angolo i trafficanti, per giungere al ruolo scomodo e senza dubbio non simpatico di traditori, spie ed informatori, che per mera sopravvivenza, indole o situazioni sfavorevoli finiscono sempre, in questi casi, per fare da ago della bilancia anche in situazioni incredibilmente più grandi di loro.
In questo senso le vicende di Pallomari e Salcedo, cardini dell'offensiva della DEA orchestrata dall'agente Pena - più deciso, serio e convincente di quanto non fosse da spalla caotica del collega interpretato da Boyd Holbrook nelle prime due stagioni -, divengono episodio dopo episodio una vera e propria corsa all'ultimo respiro, alimentando una tensione a tratti quasi insostenibile non tanto per coinvolgimento emotivo quanto per la riflessione legata al peso di qualsiasi scelta e via si possa immaginare di prendere nel momento in cui si intraprende una strada che, nella realtà come nella fiction, sappiamo bene pur se non "del mestiere" sia sempre quasi impossibile abbandonare indenni.
Lo stesso percorso dei boss del Cartello di Cali, diversi per estrazione sociale, metodo ed ambizioni da Pablo Escobar, che punta ad un "ritiro" costruito a tavolino, organizzato nel dettaglio, lastricato d'oro, passo dopo passo mostra che anche in un piano perfetto, o quando si pensa di avere il dominio assoluto, è sempre in agguato la variabile impazzita, e che in un ambiente come quello criminale, termini come resa o ritiro trovano davvero pochi riscontri.
Le differenze che passano tra i "gentiluomini di Cali" ed Escobar si riflettono, dunque, anche sul prodotto finito, che passa dall'essere una sorta di biografia a suo modo "romantica" - nel senso drammatico del termine - di un "cattivo" esplosivo, estremo e sopra le righe ad una cronaca più fredda ma anche più serrata e tesa all'interno della quale si muovono predatori forse meno d'impatto ma ugualmente pericolosi - personalmente, sono rimasto molto colpito dalla figura e dall'interpretazione di Chepe, davvero da brividi -, quasi lo spettatore fosse passato dall'affrontare il grande squalo bianco del crimine ad un banco di squali toro, singolarmente meno insidiosi ma non per questo pronti a rinunciare al loro pezzo di carne fresca.
La cornice e la qualità, dunque, non sono calate nonostante la perdita di una pedina importante e di carisma in senso generale, e se il finale può apparire quasi anticlimatico, dal probabile ritiro dell'agente Pena alla fine spesso e volentieri ingloriosa dei padrini di Cali, l'attesa di un nuovo confronto, di una nuova lotta, di un nuovo spaccato di questo mondo terribile e selvaggio, continua a salire.
E se il Messico dovrà essere, noi saremo pronti.
Specie se il risultato continuerà ad essere questo.





MrFord





 

lunedì 2 ottobre 2017

Barry Seal - Una storia americana (Doug Liman, USA, 2017, 115')





C'è sempre stato qualcosa, nel ghigno piacione di Tom Cruise, che a prescindere dalle sue vicissitudini e follie personali ha reso l'attore come uno dei favoriti del sottoscritto, grazie anche alle scelte che l'hanno portato dal Cinema mainstream a quello autoriale, dalla profondità all'azione - senza controfigure -, dalla commedia al dramma, divenendo negli ultimi trent'anni un vero e proprio Peter Pan di Hollywood - sfido chiunque ad arrivare a superare i cinquanta nello stato di forma del buon Tommasino -.
Dunque, ad ogni nuova uscita che vede il suo nome sul cartellone, l'hype del sottoscritto sale inevitabilmente, a prescindere dal fatto che possa trattarsi di un lavoro di cassetta senza grosse pretese - come il recente La mummia - o un potenziale cult: questo Barry Seal - Una storia americana, come al solito pessimo adattamento dell'originale American Made, uscito, occorre dirlo, abbastanza in sordina, aveva dalla sua una serie di argomenti da sempre ben accolti qui al Saloon, dalla guasconeria alla storia vera ambientata nel mondo del crimine e della droga, fino all'ascesa dell'outsider che conduce inesorabilmente lo stesso alla caduta.
Del resto, il "personaggio" di Barry Seal era passato, nel corso degli ultimi anni, attraverso diverse produzioni grazie al suo legame con il ben più famoso Pablo Escobar, da The infiltrator a Narcos, e la sua vicenda era nota alle cronache, quantomeno per chi ha approfondito le questioni legate agli affari che tra gli anni ottanta e novanta legarono Colombia e Stati Uniti in modo particolare.
Peccato che, nonostante la presenza del mitico Tom, di una colonna sonora azzeccata, di un buon ritmo e di una vicenda che suona particolarmente nelle mie corde, Barry Seal risulti essere come tantissimi altri film che il genere abbia prodotto negli anni, da Blow a Scarface - senza fare ovviamente paragoni con quest'ultimo - passando per cose più romanzesche come Le belve.
Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, sia dal punto di vista dell'impatto che tecnico, o di narrazione, dalle valigie piene di soldi all'escalation che porta l'uomo della strada a scoprire i piaceri del crimine per poi ritrovarsi tra le mani la patata bollente che lo stesso porta in dote, dovendo scegliere - e spesso, in questi casi, le scelte sono sempre sbagliate - tra una ritirata strategica e meno remunerativa ed una permanenza lucrativa quanto ovviamente rischiosa.
Interessante il cast, buono il montaggio, eppure qualcosa manca all'intera proposta, davvero priva della personalità necessaria per rimanere impressa soprattutto al pubblico di appassionati di crime che in questi casi risulta particolarmente esigente: si guarda, ce la si gode, si colgono oppure no citazioni legate ad altre pellicole e serie che hanno portato sullo schermo questo tipo di storie vere, ma il giorno successivo alla visione tutto pare scemare come i ricordi confusi di una serata di eccessi.
Un pò come Barry Seal, che sarà stato un pilota fenomenale, ma che con il passaggio da squalo dell'aria a squalo tra squali, non mi pare abbia guadagnato più di tanto: e non parlo di denaro.




MrFord




 

mercoledì 21 settembre 2016

Narcos - Stagione 2 (Netflix, USA, 2016)




Quando, da cinefili ed appassionati di serie televisive, si incontra un prodotto in grado di fare la differenza, esistono sempre molti modi di porsi rispetto allo stesso, di trasmetterne il valore una volta deciso di scriverne, o raccontarne: lo scorso anno, quando la prima stagione di questo clamoroso prodotto targato Netflix giunse a sconvolgere la blogosfera e non solo, puntai più sul raccontarne le qualità in un certo senso tecniche, dalla ricostruzione di un'epoca alle scelte perfette di cast, regia e produzione, fino alla resa di un crescendo di tensione notevole seppur legato ad una vicenda della quale praticamente tutti gli spettatori conoscevano già l'epilogo.
A questo secondo giro di giostra, però, le cose sono cambiate: nel corso di quello che è un lungo, intenso, travolgente racconto di una caduta quasi shakespeariana, ho visto mescolarsi la consapevolezza e la malinconia del Michael Mann di Heat - La sfida ad un ritratto umano di rara potenza, pronto a mostrare le contraddizioni di tutti i partecipanti ad un gioco al massacro che è tipico dell'Uomo fin dall'alba dei tempi, filtrato attraverso le passioni, il potere, l'amore, il desiderio e l'ambizione, il rapporto con i nostri amici o nemici, quello con noi stessi e con chi ci ha generato.
Il lento sprofondare di Pablo Escobar, più rassegnato che pronto ad accettare che gli eccidi, le violenze, le scelte ed i ricatti operati chiedano il loro tributo, mostra grazie agli autori al pubblico le sue diverse nature, da quella di uomo attaccato alla Famiglia all'assassino spietato, dal rapporto quasi morboso con la moglie ed i figli al confronto drammatico con il padre - stupendo il penultimo episodio, Nuestra finca, incentrato proprio sul genitore del criminale -, passando attraverso un velo di malinconia che si traduce in un declino non solo di posizione, ma anche fisico e sentimentale, legato alla figura del cugino nonchè primo, grande socio in affari, pronto quasi ad accompagnarlo come un fantasma incontro al suo destino.
Ma non deve e non vuole essere un'opera di umanizzazione di Pablo Escobar l'assassino, il trafficante, il criminale, Narcos: più che altro, pare una presa di coscienza di tutti i limiti propri dell'essere umano.
Perchè quest'epopea non ha segnato e caratterizzato solo il suo indiscusso e discutibile protagonista, ma anche e soprattutto chi l'ha amato ed odiato, combattuto, chi è morto per sua mano o per causa sua e chi l'ha ucciso, chi l'ha spalleggiato, tradito, affrontato, chi gli ha dato la caccia, chi l'ha considerato un idolo o la rappresentazione del Male su questa Terra.
Perchè Pablo Escobar, in misura ovviamente estrema e diversa, siamo tutti noi, con le debolezze, le contraddizioni, i giochi di potere piccoli o grandi e la ricerca di quella tranquillità che passa dal sogno di una fattoria ad una panchina in un parco, con fragole e panna, nella nostra città.
Non è la ricerca di un'empatia improbabile con quello che è stato un efferato omicida, quanto un incredibile tentativo di mostrare anche il peggiore degli uomini come un Uomo, nel bene e nel male, nell'essere l'espressione animale - in quale senso, positivo oppure no, dipende dai momenti e dalla prospettiva - che siamo: del resto, il confine che separa pose dei militari sorridenti che lo uccisero con il cadavere del re della cocaina ai loro piedi alle dichiarazioni della madre pronta a negare l'evidenza della natura spaventosa del figlio è davvero molto, molto labile.
Spesso e volentieri, uomini come Carrillo ed Escobar stanno solo dai due lati della barricata, ma in fondo, manifestano esattamente le stesse pulsioni, le stesse passioni.
E noi, che viviamo ad un volume più basso la vita, sappiamo bene che sarebbe difficile, con tutto quel potere tra le mani, non esplodere nel cercare di maneggiarlo.
Siamo umani, del resto: e non c'è dipendenza più pericolosa di questa.
Alla faccia di qualsiasi droga e qualsiasi narcotrafficante.




MrFord





 

mercoledì 14 settembre 2016

Escobar - Paradise lost (Andrea Di Stefano, Francia/Spagna/Belgio/Panama, 2014, 120')

Risultati immagini per escobar paradise lost

Con ogni probabilità, se si cercasse una versione nella realtà di un personaggio cult del mondo della settima arte come Tony Montana, il primo nome a venire a galla sarebbe quello di Pablo Escobar, padrino incontrastato del narcotraffico colombiano nel corso degli anni ottanta fino ai primi novanta che non solo modificò, nel bene o nel male, la Storia del suo Paese, ma anche la cultura popolare planetaria: allo stato attuale tutti conoscono "El patron" grazie al gioiello che è Narcos, serie dell'anno qui al Saloon nel duemilaquindici pronta a far tremare il bancone di questo vecchio cowboy anche con la seconda stagione - in corso di visione ed a breve pronta a tornare anche tra queste pagine -, nonostante già in precedenza fosse stato presentato questo insolito biopic - anche se, tecnicamente, non possiamo definirlo in questo modo - con Benicio Del Toro pronto a vestire i panni del controverso criminale.
Ora, l'approccio, il tipo di opera ed il risultato sono ben lontani dal raggiungere le vette di Narcos, eppure devo ammettere che, soprattutto nella seconda parte, quando si abbandona la componente biografica per concentrarsi sull'elemento thriller, il lavoro di Andrea Di Stefano non funziona affatto male nonostante il protagonista scelto per interpretare lo straniero venuto suo malgrado a contatto con Escobar e costretto a far fronte alle sue attenzioni così come ai suoi ordini, nientemeno che il buon Peeta Bread orfano di Hunger Games: Josh Hutcherson, infatti, tutto mi pare tranne un atletico surfista canadese pronto a fare breccia nel cuore della giovane e caliente colombiana nipote proprio del vecchio Pablo ritrovandosi in seno alla "Famiglia" e costretto a seguirne le regole.
Ingoiati, comunque, i bocconi amari dati dal main charachter e dal target romanzato della pellicola, la stessa prende a lavorare discretamente bene, regalando quantomeno un crescendo finale interessante ed una chiusura che ricorda quella de Le belve - più il romanzo, che non il film -: la riflessione a proposito dell'ombra che personaggi del calibro di Escobar gettano su chi vive - forzatamente o no - al loro fianco è inoltre interessante, dai discorsi del Patron stesso a proposito della responsabilità di colpa - che, nel caso del "parente acquisito" Nick, avvengono nel corso della partita che vide, ai tempi, il Medellin affrontare il Milan di Sacchi per la Coppa Intercontinentale, ricordo molto caro al sottoscritto in ambito calcistico - al passaggio dal godere dei vantaggi di essere sotto l'ala protettiva del settimo uomo più ricco del mondo nonchè criminale ricercato ad ogni latitudine a diventare una potenziale minaccia per la libertà dello stesso.
Dunque, se decideste di farvi un ulteriore viaggio cinematografico nella Colombia dei tempi, scordatevi il termine di paragone di Narcos e considerate questo Escobar - Paradise lost come un discreto thriller in grado di suonare come un monito per chi, venuto da una vita normale, finisce per trovarsi nella gabbia delle tigri in compagnia dell'esemplare più feroce della specie: in quel caso, potreste addirittura ritrovarvi ad immaginare quanto stretto sarebbe il vostro culo se Pablo Escobar vi chiedesse senza troppi fronzoli e per la Famiglia di fare fuori qualcuno a sangue freddo, sapendo che non si aspetta certo un "no" come risposta.




MrFord




mercoledì 18 novembre 2015

Narcos - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 10





La trama (con parole mie): siamo in Colombia nel pieno degli anni ottanta quando Pablo Escobar, trafficante locale, inizia la sua ascesa al trono di re dei narcotrafficanti, divenendo anno dopo anno non solo uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo, ma anche un modello per generazioni intere di criminali. La sua influenza, che passa dalla strada alla politica, la violenza della sua organizzazione ed il suo distorto progetto di diventare, un giorno, Presidente della Colombia, vengono narrate attraverso il punto di vista degli agenti della DEA Javier Pena e Steve Murphy, distaccati all'Ambasciata americana in modo da contrastare la progressiva acquisizione di potere da parte dei narcos guidati da Escobar grazie all'aiuto dei pochi incorruttibili tra le forze dell'ordine locali come Carrillo.
Una cronaca spietata e terribile di una delle epoche più importanti per il crimine e la lotta di pochi uomini disposti a tutto affinchè lo stato delle cose possa cambiare.









A dispetto del fatto che si tratti di uno dei più grandi criminali del ventesimo secolo, penso che il nome di Pablo Escobar sia noto anche a chi non ha mai avuto niente a che fare con qualsiasi droga e non sia appassionato di storie legate al mondo oltre la Legge.
Il trafficante colombiano, tra gli anni ottanta e novanta, è stato di fatto l'equivalente reale - e forse anche più grande - di tutti gli Scarface cinematografici pensabili, al vertice di un impero che mise in ginocchio un intero Paese e gli garantì un "tesoro" che lo pose tra i dieci uomini più ricchi del mondo perfino per la storica rivista Forbes: Netflix - una realtà sempre più interessante soprattutto per quello che riguarda il piccolo schermo -, affidandosi ad una produzione con due palle d'acciaio, ad un cast semplicemente perfetto - magnifico Wagner Moura, già protagonista di Tropa de elite, proprio nel ruolo di Escobar - e ad atmosfere che ricordano pietre miliari del genere come Il potere del cane di Don Winslow, regala al pubblico una delle sorprese più liete ed uno dei titoli imperdibili di questo duemilaquindici televisivo, sfruttando la narrazione esterna dell'agente della DEA Steve Murphy e mescolando abilmente eventi reali e fiction, confezionando dieci episodi serratissimi, emozionanti, violenti, i più vicini, forse, di questa stagione che volge al termine, alla qualità più alta del grande schermo.
La scalata al potere di Escobar ed il suo tentativo di conquistare letteralmente la Colombia - tentativo che, di fatto, segnò anche l'inizio della fine del suo impero -, sviluppato in parallelo agli sforzi degli agenti americani e dei pochi incorruttibili tra le forze dell'ordine colombiane di arrestarlo o ucciderlo, porta in scena non solo una storia così clamorosa da apparire effettivamente fiction, ma anche tutte le sue sfumature più umane, a partire dal legame di Escobar con la sua famiglia fino alle evoluzioni nel carattere di Murphy e Pena - sarà interessante scoprire come decideranno di orientare il loro approccio in proposito gli autori con la seconda stagione -, o la vera e propria ossessione di figure come quella di Carrillo, disposto a tutto pur di mettere le mani su Escobar e vendicarsi delle morti di compagni ed amici persi negli anni.
Un altro aspetto portato a galla alla grande dagli sceneggiatori è rappresentato dalla tipica sete di potere di chi detiene il potere stesso, che aumenta progressivamente fino a diventare la rovina di chi la sente crescere e pensa di poterla dominare: le scelte dell'incontentabile Pablo, da trafficante locale a boss del giro della cocaina nel mondo, determinato a farsi eleggere regolarmente nel Parlamento sognando un giorno di diventare Presidente, finiscono per rispecchiare quelle di tanti personaggi che abbiamo visto salire al "trono" e cadere in anni e anni di cult dedicati al mondo del crimine - e non solo, si intenda -, ed ancora una volta stuzzicare l'interrogativo principe legato a questi casi: "Perchè non scegliere, un giorno, ricchi ed appagati, di fermarsi?".
Forse la sete di vita, forse quella di potere, o più semplicemente la ferocia che contraddistingue noi uomini che in alcuni è sicuramente più ingombrante che in altri: gli stessi Murphy, Pena, Carrillo, pronti a sacrificare quasi tutto per arrivare a completare la loro missione, paiono affetti dalla stessa malattia che divorò Pablo Escobar e gli costò tutto quello che aveva costruito.
In tutto questo, Narcos fornisce un ritratto che tiene il giusto equilibrio e finisce per mostrare, più che parteggiare per qualcuno, quasi volesse, di fatto, fornire un esempio di quello di cui siamo capaci di fare: non dimentichiamo che, a prescindere dal campo, dalla Legge, dalla scelta di stare da una parte o dall'altra della barricata, dal molto piccolo al molto grande, non c'è animale più feroce, vorace e spietato dell'Uomo.
E senza scomodare esempi come quello di Escobar, se ci guardiamo attorno anche in questo momento, guardando chi incontriamo, incrociamo, viviamo giorno per giorno, proveremo senza dubbio la sensazione che solo la Legge - quella della giungla - può trasmettere: quella della lotta per l'imposizione e la sopravvivenza.




MrFord




"If you got bad news, you wanna kick them blues.
Cocaine.
When your day is done and you wanna run.
Cocaine."

Eric Clapton - "Cocaine" - 






Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...