Finiscono le Feste, e si torna alla quotidianità anche qui al Saloon: fortunatamente i giorni passati tra mangiate, bevute e Fordini scatenati hanno anche permesso un recupero importante rispetto alla media delle settimane precedenti al Natale, tale da permettermi addirittura di "scomporre" le visioni e le letture in due puntate del Bulletin, concedendomi ancora questa settimana e la prossima per andare a tamponare rispetto ad alcuni dei titoli più attesi mancati clamorosamente sul finire del duemiladiciotto.
Recuperato dal bacino di Netflix, questo survival padre/figlia con un Martin Freeman inedito - personalmente non gli darei mezza possibilità di cavarsela in situazioni estreme - si lascia guardare senza infamia e senza lode, porta sullo schermo qualche idea interessante ed il paesaggio sempre emozionante dell'outback australiano, che porto sempre nel cuore.
Resta una pellicola ad uso e consumo quasi esclusivo degli appassionati del genere, ma porta onestamente la pagnotta a casa ed intrattiene il giusto, soprattutto se si è genitori.
ULTIMATE BEASTMASTER - STAGIONE 3 (Netflix, USA, 2018)
Si è chiusa - spero solo per il momento - l'esperienza dei Ford con Ultimate Beastmaster, il programma che ha intrattenuto i grandi del Saloon ed ispirato ed esaltato i piccoli: con la terza stagione - nonostante la magrissima figura dei partecipanti italiani - si ha un'ulteriore evoluzione del sistema della gara ed il divertimento, se si è tamarri abbastanza, è sempre assicurato.
Personalmente, oltre a non vedere l'ora di confrontarmi con i Titan Games di The Rock, sarei molto curioso di testare un percorso di questo tipo, per quanto duro potrebbe essere.
Da segnalare, per me un valore aggiunto, la presenza al tavolo di commento statunitense per questa stagione l'ex wrestler ed idolo del sottoscritto CM Punk.
MARVEL'S DAREDEVIL - STAGIONE 3 (Netflix, USA, 2018)
A fare capolino - purtroppo per l'ultima volta, data la cancellazione di tutto il progetto Marvel Knights firmato da Netflix - al Saloon in queste Feste è giunto anche il titolo meglio gestito e realizzato della costola metropolitana del Cinematic Universe, Daredevil.
Dopo due stagioni decisamente convincenti a questo terzo giro di giostra l'attenzione torna a portarsi sull'aspetto meno mistico e da "periferia" del Diavolo Rosso, con il ritorno di Kingpin - un sempre ottimo Vincent D'Onofrio -, l'abbandono del costume da "supereroe" e l'introduzione di quello che avrebbe avuto tutte le potenzialità per diventare una nemesi importante per l'alter ego di Matt Murdock, Bullseye.
Peccato davvero per la decisione "dall'alto" di interromperla, perchè senza dubbio questa serie avrebbe avuto ancora molto da dire.
SABRINA (Billy Wilder, USA, 1954, 113')
Incrociato per caso in televisione la sera della Vigilia e rispolverato dopo anni dall'ultimo passaggio sugli schermi del Saloon, Sabrina di Billy Wilder mantiene e conserva la sua classe e quella di uno dei più grandi del Cinema made in USA di tutti i tempi.
Il triangolo amoroso costruito sulla leggiadra bellezza della Hepburn, sulla guasconeria di William Holden e sulla spigolosità di Humphrey Bogart è vincente sotto tutti i punti di vista, e riesce a mantenersi in equilibrio perfetto sia nei momenti più drammatici che in quelli più leggeri di un vero e proprio Classico che tutti dovrebbero godersi almeno una volta nella vita.
Certo, ora come ora potrà apparire come un film d'altri tempi, ma dal bianco e nero perfetto allo stile non c'è davvero nulla, in questa macchina, che non funzioni.
IL SORRISO DI JACKRABBIT (Joe R. Lansdale, USA, 2018)
E dopo anni passati ad attendere spasmodicamente le loro avventure, nel giro di dodici mesi Hap e Leonard, due dei personaggi letterari che più ho amato nella vita, tornano nelle librerie per ben due volte: purtroppo, però, con l'età i due improvvisati detectives paiono avere perso molto dello smalto delle prime avventure, e se Bastardi in salsa rossa, lo scorso gennaio, mi aveva permesso di evadere il giorno dell'intervento di mio padre mentre attendevo in ospedale, questo Il sorriso di Jackrabbit pare uno di quei dischi in cui l'artista affermato non fa che riproporre vecchie versioni di se stesso con molto meno mordente.
Un vero peccato, anche per chi, come me, amerà sempre leggere di Hap e Leonard e ad ogni avventura sarà sempre al loro fianco.
La trama (con parole mie): all'apice della sua carriera in WWE, l'allora campione assoluto CM Punk - il più longevo con la cintura alla vita degli ultimi venticinque anni con quattrocentotrentaquattro giorni di regno titolato - è omaggiato dalla Federazione con un documentario che ripercorre le tappe fondamentali del suo percorso, dagli esordi con una promotion "fatta in casa" sul retro di un cortile a Chicago ai palcoscenici più prestigiosi delle indies come la Ring of honor, fino ad arrivare alla corte più importante del wrestling professionistico, quella di Vince McMahon, patendo e sudando fino a conquistare perfino una sfida apparentemente impossibile.
Punk rock e filosofia straight edge, un atteggiamento arrogante ed una dedizione totale, grande tecnica ed un'abilità al microfono degna dei migliori di tutti i tempi: questo è il "best in the world".
Questo è CM Punk.
E' ormai nota a tutti gli avventori abituali del Saloon - ed anche a quelli non abituali - la mia grandissima passione per il wrestling, spettacolare circo dell'intrattenimento made in USA che seguo fin da quando ero bambino.
Negli anni questa curiosa disciplina che la maggior parte continua a considerare "finta" - e vi assicuro, avendolo provato sulla pelle, che finta è soltanto nella predeterminazione dei risultati - è sempre riuscita a conquistarmi, eppure i lottatori in grado di emozionarmi davvero, di lasciare che tutto fosse alle spalle e tornasse come quando, da bambino, vivevo questi scontri come fossero battaglie di eroi dei fumetti, si contano sulle dita di una mano: Ultimate Warrior, Ric Flair, Shawn Michaels. E CM Punk.
Phil Brooks - questo il suo nome di battesimo -, nato a Chicago nel settantotto - solo un anno avanti al sottoscritto - alla fine di ottobre - scorpione fatto e finito come il sottoscritto -, mi colpì fin dal suo esordio televisivo sotto l'egida a volte scomoda di Vince McMahon: l'approccio, i tatuaggi, qualcosa nel modo di fare riuscirono a rendermelo più vicino di quanto non fossero molti altri, e nonostante il suo essere straight edge lo renda, di fatto, quanto di più lontano possibile esista da questo vecchio cowboy - dedito ad alcool, istinto e carne come se non ci fosse un domani -, l'abilità di questo ragazzo ed il suo essere costantemente l'underdog della situazione - anche nei periodi trascorsi come campione - lo resero immediatamente un mio beniamino.
Questo documentario - parte di un'uscita in dvd e bluray a dischi multipli corredata dagli incontri più importanti combattuti dagli anni delle indies fino alla WWE -, risulta senza dubbio essere interessante dal punto di vista di ogni appassionato di sport entertainment e fan di CM Punk, dalla sua adolescenza a Chicago ai palcoscenici internazionali del wrestling, passando attraverso gli incontri, le rivalità ed i momenti più importanti nella vita dell'allora campione della federazione più importante del mondo di questa disciplina: peccato che, almeno in una certa misura, il tutto funzioni fin troppo nel classico WWE Style che punta allo sfruttamento assoluto e sotto ogni aspetto dei suoi campioni più amati e riconosciuti, cerchia ristrettissima alla quale Punk riuscì a legarsi grazie ad uno dei momenti più importanti della Storia dello sport entertainment, il fantastico promo che realizzò in chiusura della puntata di Raw del ventisette giugno duemilaundici, quando lo stesso Punk pensava di essere ormai in piena rottura con Vince e soci ed in odore di rilascio alla scadenza del contratto.
Al contrario, quello stesso momento cambiò di fatto e per sempre la carriera dell'outsider di Chicago, passato di colpo dall'essere il ragazzo problematico e talento sprecato del backstage all'uomo di punta, complice un feud ed un incontro spettacolare che lo vide opposto a John Cena nel luglio di quello stesso anno, tra i migliori che la WWE abbia proposto in tutta la sua lunga storia.
Eppure l'idea che il tutto suoni come un pò troppo pilotato resta, e da fan accanito di questo scomodo personaggio - perchè, senza dubbio, scomodo è - non posso che rimanere almeno parzialmente deluso da quello che appare come un viaggio con il freno a mano tirato, per evitare che altre "pipebombs" potessero esplodere in faccia a Vince e famiglia.
Il rammarico più grande, però, cresciuto con la visione di questo documentario, è quello di aver visto, all'inizio di quest'anno, CM Punk abbandonare la WWE sbattendo la porta, compromettendo, di fatto, la propria professionalità, a seguito dell'ennesima delusione maturata rispetto alle alte sfere della stessa: ad inizio visione, infatti, è lo stesso Punk a dichiarare "è difficile poter cambiare davvero le cose seduto sul mio divano, a Chicago".
E invece, è proprio quello che questa volta pare che il buon Brooks abbia deciso di fare.
Io, ovviamente, continuo a sperare in un suo ritorno.
E in un'altra disarmante, rivoluzionaria pipebomb.
MrFord
"Look in my eyes, what do you see?
The cult of personality
I know your anger, I know your dreams
I've been everything you want to be."
Living colour - "Cult of personality" -
La trama (con parole mie): nel giro di una sola settimana, mi trovo per la seconda volta a parlare di wrestling, una delle mie più grandi passioni dai tempi dell'infanzia, quando ancora il Cinema era praticamente un passatempo. Esattamente una sette giorni fa si è tenuta, a New Orleans, la trentesima edizione del Superbowl dello Sport Entertainment, ventiquattro anni dopo il primo che vidi, esaltatissimo, da spettatore. Era il millenovecentonovanta, e nel corso del main event Ultimate Warrior sconfiggeva Hulk Hogan raccogliendo, almeno sulla carta, il suo testimone. Oggi, nel duemilaquattordici, si è assistito ad un altro evento altrettanto importante.
Quest'anno il mio rapporto con il wrestling, da sempre disciplina amatissima al Saloon, è stato decisamente particolare.
A fine gennaio, infatti, con la Royal Rumble - evento tra i più amati dai fan e non solo - si è sancito l'abbandono forse definitivo di CM Punk, mio personale favorito nonchè primo wrestler a contrastare in tutto e per tutto - finendo perfino, almeno in senso strettamente lavorativo, dalla parte del torto - la volontà della Federazione più potente del mondo di continuare a lavorare indipendentemente da quello che era - ed è - il volere del pubblico, primo acquirente del prodotto.
Daniel Bryan, attuale campione, dovrebbe accendere più di un cero in segno di ringraziamento rispetto al suddetto Punk: se, infatti, la ribellione non fosse avvenuta, non avremmo avuto un finale di Wrestlemania come è stato.
Ma il ribattezzato "Yes movement" non ha di certo rappresentato la notizia della settimana, per chi, come il sottoscritto, suda e soffre anche solo osservando questi omaccioni seguire un copione simile a quello di un grande, unico spettacolo sul ring.
La morte di Ultimate Warrior, idolo della mia infanzia ed eroe della mia prima Wrestlemania da spettatore - ventiquattro anni fa, incredibile davvero - è riuscita infatti solo in parte ad eclissare la fine di uno dei più grandi miti del wrestling moderno: la Streak di Undetaker.
Leggenda assoluta del quadrato, possa piacere oppure no, il Deadman è riuscito a passare indenne attraverso ventuno edizioni di questo incredibile evento prima di cadere sotto i colpi di Brock Lesnar, che agli inizi degli Anni Zero era visto come una sorta di nuovo messia della disciplina, e dopo aver conquistato tutto il possibile, dieci anni fa esatti decise di abbandonare per tentare una carriera - fallimentare - nel football professionistico e dunque nelle MMA - decisamente migliore -, scatenando le reazioni dei fan ai tempi del suo per allora ultimo incontro, opposto a Goldberg, prima di tornare in pompa magna - pur se, di fatto, part time - due anni or sono.
Il Mercedes SuperDome di New Orleans ammutolito a quel conto di tre ha lasciato decisamente senza parole anche il sottoscritto, almeno al principio: la frase "the streak is over" ha risuonato pesante almeno quanto i rintocchi che da quasi un quarto di secolo accompagnano il "becchino" al quadrato, sollevando il dubbio rispetto alla scelta - senza dubbio dell'atleta stesso - di propendere per Lesnar - tra i più odiati dal pubblico - invece che per Shawn Michaels - una vera leggenda -, Triple H - una leggenda in fieri - o CM Punk - il best in the world, di nome e di fatto -, sue vittime nelle ultime edizioni.
Stupore provato a caldo a parte, la soluzione è infine parsa assolutamente giusta e sensata.
Nel corso dell'incontro tra Undertaker e Brock Lesnar, infatti, l'impressione è stata quella che il buon "Principe delle tenebre" della WWE non ce la faccia più, a sostenere il ritmo sul ring, neppure quando si tratta di portare a conclusione un match all'anno.
E che, dunque, fosse giunto il momento, e che la persona giusta per poterlo rendere reale fosse quella che, a quanto si dice, ha più ruggini - e parliamo di spogliatoio, non di finzione scenica - con il detentore del record, uno che il pubblico, sia pure per esigenze di spettacolo, odia.
"Per un bambino è una violenza molto maggiore vedere il cattivo vincere, che non vedere un pò di sangue", ha commentato Julez.
Ed è proprio vero. Ma la Realtà, almeno in questo caso, vince sulla Leggenda.
Il fiato, i colpi, gli infortuni e tutto quello che comporta una carriera di questo genere contano, così come gli anni che, inesorabilmente passano.
Tutto finisce, anche quello che pensavamo non sarebbe finito.
Ed è in quest'ottica che va letta la scelta di Mark Calloway - questo il vero nome di Undertaker - di rinunciare ad una delle vere istituzioni del wrestling di tutti i tempi, il suo record di imbattibilità nell'appuntamento più importante dell'anno.
Chapeau, quindi, a lui.
E alla WWE, che tutta in piedi tributa un omaggio ad uno dei suoi più grandi interpreti di sempre.
Questa è stata una Wrestlemania amara, per il sottoscritto.
Nonostante Bryan, nonostante l'inevitabile reso epico dalla realtà.
Nonostante il successo e la sconfitta.
E' stata la Wrestlemania in cui speravo di vedere trionfare il mio favorito, che ha deciso di mollare perchè stanco di non poter esprimere al massimo il suo talento. Posso capirlo. E penso possa farlo anche gran parte della gente che lavora.
E quella in cui, per la prima volta, non mi sentivo così sicuro di andare contro un'istituzione - la suddetta Streak - che ho sempre detestato.
E' andata male in entrambi i casi.
Ma come ogni lottatore che si rispetti, incasso e vado avanti, pronto a rialzarmi.
Perchè le regole del gioco, e della vita, prevedono anche, e soprattutto questo.
La trama (con parole mie): come ogni anno in questo periodo, casa Ford si paralizza completamente per affrontare la visione del Superbowl del wrestling, l'evento che ogni appassionato attende con trepidazione fin dal giorno seguente l'edizione precedente. Come se non bastasse, questo numero ventotto della manifestazione presentava una card da hype alle stelle, culminata con i tre incontri clou Undertaker vs HHH in un hell in a cell match, Cm Punk vs Chris Jericho per il WWE Title e John Cena vs The Rock. Roba che non succedeva quasi da quando ero bambino, e alla mia prima Wrestlemania - la numero sei, per l'esattezza, nel 1990 - mi faceva quasi piangere di gioia al trionfo del mio favorito di allora, Ultimate Warrior.
Finalmente posso dire, dopo alcune edizioni decisamente minori - specialmente quella dello scorso anno -, di essermi goduto Wrestlemania come non accadeva da un sacco di tempo a questa parte, divertendomi dal primo all'ultimo minuto - certo, il match femminile è stato più interessante per la partecipazione di Julez, Sami e Ila, sentitesi chiamate in causa, che non per la qualità dello stesso - e regalando al sottoscritto, in compagnia del sempre mitico Bongio - protagonista assoluto del mio addio al celibato nonchè mio "fratello di wrestling" - un'infilata di "Wrestlemania moments" da urlo, come di consueto resi ancora più clamorosi da un robusto dosaggio di bourbon, necessario per ogni edizione di questo appuntamento imperdibile per ogni appassionato dello sport entertainment.
Sheamus festeggia la vittoria su Bryant.
Una grande Wrestlemania doveva essere, ed una grande Wrestlemania è stata, dalla vittoria lampo di Sheamus su Daniel Bryant - contestatissima dai fan puristi che, personalmente, mi ha divertito e ho trovato in linea con la storyline che vedeva lo stesso Bryant nel ruolo del finto perfezionista codardo - a quella completamente a sorpresa di Kane, un professionista con i controfiocchi che per anni non ha fatto altro che sottostare alle imposizioni della federazione lanciando molti lottatori anche meno meritevoli di lui e vincendo decisamente meno di quanto avrebbe potuto.
La chokeslam di Kane che vale la vittoria su Randy Orton.
E' giunto poi il momento, a suon di commenti del pubblico femminile sul pacco di Cody Rhodes, il match per il titolo intercontinentale che vedeva il figlio del mitico Dusty Rhodes fronteggiare Big Show uscendo sconfitto da un incontro sicuramente non eclatante ma comunque divertente e, nel finale, divenuto intenso grazie alla commozione del gigante, che diviene il primo atleta ad aver vinto tutte le cinture attualmente in uso nella WWE.
Il destro di Big Show che chiude la contesa.
L'incontro femminile, come già anticipato, è stato più un'occasione per scoprire quanto il coinvolgimento di wrestlers donne possa scaldare gli animi dell'altra metà del cielo, mai così tesa per tutta la durata del pay per view - o quasi - come nel corso di questo match. Poca roba, ma in una serata così ricca ci può tranquillamente stare. Se non altro offre il tempo necessario per una sosta bagno o per la preparazione dell'ennesimo Four Roses e Coca.
Beth Phoenix, una delle poche vere wrestler, in una delle sue consuete prove di forza.
A questo punto, silenzio in sala.
Wrestlemania cambia marcia e decolla assumendo una caratura leggendaria per lo scontro tra Undertaker e Triple H, due vere e proprie leggende che portano a termine (?) una saga cominciata ormai quattro anni fa con il primo dei due scontri tra il becchino e Shawn Michaels, che concluse la sua carriera nell'edizione numero ventisei dello Showcase of the immortals con un incontro ancora più incredibile del precedente, anticamera della sfida che, lo scorso anno, fu l'unico vero acuto dell'evento: il tentativo di Triple H di riuscire nell'impresa che il migliore amico Shawn non era stato in grado di portare a compimento.
Quest'anno si rincara la dose, con una stipulazione tosta come l'hell in a cell, e la presenza dello stesso Shawn Michaels nelle vesti di arbitro, indeciso se rimanere super partes, favorire il compagno di sempre o evitare che qualcuno riesca dove lui ha fallito.
Atmosfera d'altri tempi, incontro intensissimo sia dal punto di vista fisico che emotivo, un'escalation di emozioni tra le più incredibili degli ultimi dieci anni di wrestling: il tutto prima di una chiusura che è il ribaltamento del finale dello scorso anno - Undertaker vincitore ma, di fatto, dominato per la maggior parte dell'incontro dall'avversario -, con Triple H che, ormai allo stremo, viene finito dal becchino prima che le tre leggende di un'era ormai al tramonto si incamminino verso l'uscita abbracciate l'una all'altra, in barba ai personaggi che interpretano sul quadrato. Strepitoso.
Shawn Michaels, Triple H, Undertaker: un'era che finisce.
La sarabanda di emozioni dell'hell in a cell doveva a questo punto essere stemperata, e lo scontro tra i "face" del Team Teddy - il General Manager di Smackdown, uno dei due show della federazione - e gli "heel" del Team Johnny - il vertice di Raw -, praticamente una vetrina per tutti quei wrestlers non ai vertici eppure meritevoli di un'apparizione nello spettacolo più importante dell'anno è stata l'occasione perfetta.
Anche in questo caso niente di memorabile e un risultato non favorevole al mio pronostico, ma basta, come al solito, la presenza di Santino Marella per fare la differenza. Un break che ha dato respiro.
Il Cobra di Santino Marella: un must per il comedy wrestling.
Terminata la "sosta", si è tornato a fare sul serio con l'incontro valevole per il WWE Title, il più prestigioso della federazione: a scontrarsi Chris Jericho - primo Undisputed Champion della storia, musicista ed entertainer spettacolare, wrestler secondo solo a Shawn Michaels e Kurt Angle nel panorama attuale - ed il mio preferito Cm Punk, forse il migliore - tecnicamente parlando - di questa nuova generazione di wrestlers, fino allo scorso anno talento incompiuto ed esploso letteralmente la scorsa estate con un promo da paura che fu il preludio del magnifico incontro con John Cena nella sua Chicago - miglior match del 2011 a mani basse -, ormai uno dei punti fermi della federazione.
L'intera storyline si è giocata sull'appellativo di "best in the world", autoattribuitosi da Cm Punk dopo le imprese, per l'appunto, della scorsa estate: incontro clamorosamente tecnico, partito lentamente e decollato con un finale che è una lezione di tecnica almeno quanto lo storico Randy Savage vs Ricky Steamboat di Wrestlemania 4 o Kurt Angle vs Shawn Michaels a Wrestlemania 21.
I passaggi che hanno portato alla conclusione - e alla conferma di Cm Punk come campione - sono una gioia per ogni amante del wrestling, soprattutto per gli old school come il sottoscritto: una bomba.
Cm Punk è ancora il "best in the world".
In chiusura, non poteva essere che The Rock contro John Cena: due icone delle rispettive generazioni a confronto, a dieci anni esatti da quella Wrestlemania 18 in cui il primo battè Hulk Hogan realizzando, a tutti gli effetti, una sorta di passaggio di testimone.
Atmosfera pazzesca, pubblico più che partecipe - The Rock giocava in casa, nella "sua" Miami -, anche in questo caso un crescendo che, seppur non all'altezza dei due incredibili big match che l'avevano preceduto, confeziona uno dei migliori main event della storia recente di Wrestlemania: forse un pò di overbooking in più non avrebbe guastato, eppure il risultato a sorpresa - la vittoria di The Rock - ed una conduzione ottima dei due protagonisti - entrambi lottatori più dotati di carisma che non di tecnica - ha portato alla riuscita quasi perfetta di uno dei dream match che il pubblico sognava da anni.
Un plauso, pur se da sconfitto, a Cena, che nonostante continui ad essere una calamita per l'odio degli appassionati hardcore in quanto emblema di un wrestling "pg rated" si conferma come uno dei professionisti più in gamba che questa disciplina abbia mai avuto.
Due generazioni a confronto: The Rock vs John Cena.
Una nottata indimenticabile, dunque, per ogni appassionato come il sottoscritto - ma non solo -, che già dall'episodio di Raw la sera seguente ha cominciato a gettare le basi per la prossima edizione di Wrestlemania, che vedrà ancora The Rock tra i suoi protagonisti - nonostante gli impegni cinematografici -, il probabile ultimo incontro della carriera incredibile di Undertaker ed il ritorno di uno dei nomi più osannati degli anni zero dello sport entertainment, tornato all'ovile dopo anni di mixed martial arts: Brock Lesnar.
Brock Lesnar torna a spese di Cena dopo anni lontano dalla WWE.
Pare proprio, dunque, che vivremo un "Wrestlemania moment" lungo un anno.
MrFord
"I like crazy, foolish, stupid
party going wild, fist pumping
music, I might lose it
blast to the roof, that how we do'z it (do'z it do'z it)
I don't care the night, she don't care we like
almost dared the right five
ready to get live, ain't no surprize
take me so high, jump and dont stop
surfing no crowd."
Flo Rida - "Wild ones" -