Anno dopo anno, da appassionato e spettatore ho senza dubbio - anche se il Cannibale obietterà - migliorato il mio gusto e la capacità di analisi critica rispetto ai film che vedo, nonostante a braccetto con queste due caratteristiche stia al calduccio e confortevole uno dei più grandi nemici dell'umanità: il pregiudizio.
Quando Wonder uscì in sala, mesi fa, bollai l'operazione come la solita, bieca, buonista favoletta all'ammeregana strappalacrime in grado di scatenare le bottigliate delle grandi occasioni perfino in uno spettatore pane e stelle e strisce come il sottoscritto, complici il bimbo protagonista e la sua malformazione ed una storia che ricordava molte, d'autore e non, portate alla ribalta nel corso degli anni e molto spesso di successo.
Tenuto nel cassetto per settimane e rispolverato in occasione di un pomeriggio da solo in casa con la Fordina, il lavoro di Stephen Chbosky - regista dell'amatissimo, da queste parti, Noi siamo infinito - si è rivelato una piacevole sorpresa, una piccola favola per famiglie per nulla ruffiana, attuale - analizza problematiche legate al mondo scolastico negli ultimi anni divenute materia sociale chiacchierata ed analizzata - e nonostante l'inevitabile stuzzicare di corde da lacrima facile intelligente ed in grado di toccare perfino uno stronzo in attesa del pretesto buono per distruggerlo come il sottoscritto.
Merito, forse, di una struttura "a capitoli" che permette a tutti i personaggi principali di emergere senza rubare spazio agli altri, incastrandosi quasi fossero tessere di un unico puzzle, o schegge più o meno impazzite di una famiglia che si poggia sul protagonista Auggie e si evolve a seconda delle individuali inclinazioni e caratteri, di un cast azzeccato che porta sullo schermo vicende perfettamente normali - il desiderio della felicità dei figli, l'amicizia, l'amore, l'instabilità adolescenziale, il rapporto con il mondo esterno che inizia a costruirsi dal complicato ecosistema della scuola - senza che appaiano lontane o hollywoodiane nel senso più dorato ed irrealizzabile del termine: il fatto che il catalizzatore sia un bambino come Auggie con i suoi problemi è in realtà solo un pretesto, un mezzo per portare in scena le fragilità ed i punti di forza di un'intera famiglia e delle persone che sono legate ai suoi membri, senza lungaggini o ricatti morali rivolti all'audience.
E perfino con il crescendo finale, che strizza l'occhio a tutti i grandi film dall'alto potenziale retorico eppure entrati nell'immaginario collettivo e nella cultura popolare come L'attimo fuggente o Scent of a woman, tutto scorre con naturalezza senza apparire forzato o ruffiano, alimentato addirittura da una sequenza che, da padre e da spettatore di questo film in compagnia della sua bambina, mi ha quasi commosso - lo spettacolo teatrale di Via, sorella maggiore di Auggie - pensando a quando e se dovesse capitare al sottoscritto di vedere la stessa bimba che ora si aggrappa al mio petto come se fosse il posto più sicuro del mondo muovere i primi passi nella sua giovinezza e al di fuori della propria casa.
Una sorpresa su tutta la linea, dunque, che seppur lontana dai fasti del già citato Noi siamo infinito conferma il talento di Chblosky come narratore delle inquietudini della crescita, ed un potenziale ottimo prospetto per il futuro rispetto al Cinema di formazione e da ragazzi: dalla progressiva esplosione di Auggie rispetto al mondo esterno alla bellissima sequenza della rissa al campeggio - che mi ha riportato alla mente Stand by me -, Wonder riesce nell'intento di sorprendere un pò come quando incontrate qualcuno che pensate di poter sottovalutare e prima che possiate rendervene conto quello stesso qualcuno è diventato la persona più importante della vostra vita.
Una "meraviglia" decisamente non da poco.
MrFord