sabato 23 febbraio 2013

Regia: Pablo Larraìn
Origine: Cile
Anno: 2012
Durata:
118'




La trama (con parole mie): siamo nel 1988, e a seguito delle pressioni internazionali il dittatore cileno Augusto Pinochet, che prese il potere con il golpe dell'11 settembre 1973 all'origine di un'ondata di violenze che sconvolse il mondo intero, autorizzò un referendum popolare che avrebbe chiamato i cittadini a scegliere se avrebbe dovuto continuare ad occupare la sua posizione, oppure no.
Nonostante la possibilità di una scontata e schiacciante vittoria del si, i partiti dell'opposizione si rivolsero ad un pubblicitario emergente, Renè Saavedra, per dirigere la loro campagna sfruttando il quarto d'ora giornaliero a disposizione della promozione del no: l'uomo, al contrario di quanto si potessero aspettare gli esponenti della stessa opposizione, decise di basare l'impatto dei loro spazi sull'ottimismo per il futuro, invece che rivangare i drammi del passato.
A cosa avrà portato questa scelta?
E Pinochet ed i suoi avranno posto limiti di libertà di espressione - violenti o no - ai loro rivali?




Sono sempre stato molto sensibile riguardo l'argomento Cile e Pinochet, fin dai tempi in cui mi avvicinai con un certo interesse alla politica e alle evoluzioni sociali nel mondo e non solo qui nella Terra dei cachi e da quando Ken Loach confezionò uno dei migliori corti della raccolta dedicata all'undici settembre mostrando in una lettera aperta agli statunitensi appena feriti dagli attacchi al World Trade Center quello che era stato l'undici settembre cileno benedetto proprio dall'amministrazione a stelle e strisce e concluso con il golpe di Pinochet e la morte del Presidente Allende, uno dei personaggi politici più importanti e stimati dal sottoscritto di tutti i tempi.
Pablo Larraìn, dunque, partiva con un discreto vantaggio nonostante avessi detestato con tutto il cuore il suo Tony Manero, osannato dalla critica quasi ovunque e bottigliato selvaggiamente al Saloon, sfoderando un discorso importante allora come ora, quello della Libertà di un popolo e della Democrazia: non entro nel merito della questione del dittatore che soggiogò il Cile per quasi un ventennio per evitare di rubare troppo spazio alla pellicola, realizzata con un piglio quasi documentaristico - anche nello stile visivo - ed una tecnica invidiabile - ma questa era già stata mostrata nel succitato Tony Manero - da un regista giovane che non ha - giustamente - dimenticato quello che è stato uno dei grandi drammi della sua terra, vinto anche grazie al coraggio di una campagna che, invece che sprofondare nei tristi ricordi ha conservato come punto di forza la voglia di riscatto, di nuovo, di energia, di allegria.
Renè Saavedra, certo ben lontano dall'essere un eroe romantico in stile Guevara, affronta con le armi che ha a disposizione un Potere che non è soltanto costituito, ma oppressione, limitazione alla libertà, alla cultura, alla possibilità di pensare con la propria testa e cercare di costruire una società che possa garantire uguali diritti a tutti i suoi componenti, e proprio da ognuno di loro trarre forza e stimolo per continuare a migliorare: in questo senso la pellicola di Larraìn è importante anche rispetto a quello che tutti noi qui nella blogosfera ci divertiamo a realizzare ogni giorno, lasciando che la nostra voce percorra la rete permettendo confronti, discussioni, riflessioni.
Non sarà potente come altre sue rivali nella corsa alla statuetta per il Miglior Film Straniero, o favorita nella stessa, eppure coinvolge e tocca anche in vista delle imminenti elezioni politiche che chiameranno ognuno di noi alle urne nei prossimi due giorni: il ritratto di Pinochet fornito dagli spot elettorali curati da Saavedra - ed assolutamente fedeli agli originali -, infatti, ricorda - pur risparmiando a noi, qui, le torture, le morti e le sparizioni che dovettero affrontare i cileni - la figura di un certo "Presidente operaio" che ha sconvolto il Nostro Paese negli ultimi vent'anni minando non soltanto la Sua identità politica, ma anche culturale e morale.
Lungi da me fare campagna elettorale, o limitare la libertà di opinione chi ha intenzione, in ogni caso, si sostenerlo - spero quei pochi che bastino per non permettergli di tornare al potere -, ma la scelta di dire "NO", a volte, è importante per costruirsi un futuro migliore, che parta da principi non elitari e che non limiti quello che sarà il mondo che lasceremo ai nostri figli.
E' questa la battaglia che hanno combattuto, civilmente e con la testa ed il cuore, Saavedra ed i suoi compagni, vinta - e non ci sono spoiler, è un fatto storicamente testimoniato - grazie al desiderio di un domani almeno sulla carta migliore: è questo che ha mostrato il film di Larraìn, impegnato principalmente a testimoniare la sua umanità - splendido il rapporto conflittuale ed al contempo di collaborazione tra Renè ed il suo socio, sostenitore del SI -, caratteristica alla base di ogni progresso sociale e non solo.
Certo, non si tratterà di un Capolavoro, o di una pellicola destinata a cambiare la Storia - della settima arte e non -, ma a volte si sente davvero il bisogno di qualcosa che sia "operaio" davvero, e mostri quanto, da uomini e donne liberi, sia importante esprimere il nostro punto di vista, il nostro diritto ed il nostro dovere di conquistare il quotidiano con il cuore, la testa e l'esercizio dell'essere animali sociali.
Con questo spirito, io e il Saloon diremo sempre NO.
Per conquistare il diritto di poter dire SI.
Per quello che conta davvero. E non per quello che ci vorrà essere imposto.


MrFord


"El pueblo unido jamás será vencido,
el pueblo unido jamás será vencido!
De pie, cantar que vamos a triunfar.
Avanzan ya banderas de unidad,
y tu vendrás marchando junto a mí
y así verás tu canto y tu bandera
al florecer la luz de un rojo amanecer
anuncia ya la vida que vendrá."
Inti Illimani - "El pueblo unido jamas sera vencido" -



venerdì 22 febbraio 2013

Amour

Regia: Michael Haneke
Origine: Austria, Francia
Anno:
2012
Durata: 127'




La trama (con parole mie): Georges e Anne sono due anziani insegnanti di musica ancora legati all'ambiente, insieme da una vita, colti ed ormai lontani dai figli, tutti presi dalle loro vite e famiglie.
Quando la donna è colpita da un grave ictus la vita della coppia cambia radicalmente: Anne vorrebbe morire, Georges tiene duro cercando di mantenere la stessa indipendenza che i due hanno sempre mostrato facendo ad un tempo coraggio anche alla sua compagna, promettendole di non riportarla per nessun motivo in ospedale.
Le condizioni di Anne, tuttavia, progressivamente peggiorano fino a farla regredire ad uno stadio quasi infantile, e per Georges si presenteranno dilemmi sul futuro che l'uomo cercherà di affrontare senza tenere conto delle pressioni della figlia Eva e di suo marito.





A volte il mondo del Cinema è proprio strano: un Autore - di quelli con la A maiuscola - che da decenni incanta il suo pubblico, lo sorprende, fa incetta di premi in giro per il mondo di colpo, senza un motivo esplicito - come il fatto che sia morto, ad esempio - esplode letteralmente anche rispetto alle grandi platee e diviene, senza se e senza ma, una moda, finendo per raccogliere anche più di quanto si sarebbe mai potuto aspettare e, forse, avrebbe in qualche modo meritato.
Michael Haneke è uno dei protetti europei del Saloon sin da quando, ormai diversi anni fa, incrociai il suo cammino recuperando in edicola la versione Vecchio Continente di Funny Games, che mi colpì come un pugno in piena faccia ed originò un recupero rapido e deciso delle opere fino a quel momento conosciute del regista austriaco: ricordo lo sconcerto e la sensazione di disagio che molti dei suoi lavori lasciarono nel sottoscritto, da La pianista a Il tempo dei lupi, fino all'esplosione che furono Niente da nascondere e Il nastro bianco, opere gigantesche destinate a diventare dei veri e propri Classici, pur se insoliti rispetto all'idea comune del concetto.
Quello che non ho mai pensato di Haneke in tutto questo tempo, anche grazie al suo Cinema e nonostante le Palme d'oro e similari che hanno continuato a piovere su quello che ho sempre considerato un "regista entomologo" dell'animale che è l'Uomo, si è invece concretizzato con Amour, vincitore all'ultimo Festival di Cannes e ricoperto d'oro anche dalla critica USA in vista degli imminenti Academy Awards: il vecchio, spietato Michael si è imborghesito, e anzi, mi è quasi diventato un radical chic della peggior specie.
Senza dubbio, infatti, Amour è un ottimo prodotto, realizzato come una rappresentazione da camera sfruttando inquadrature fisse e movimenti di macchina statuari - un approccio reso grande dal Maestro Ozu -, interpretato magnificamente dai due ultraottantenni Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva, capace di emozionare con almeno un paio di sequenze strabilianti - il confronto finale tra Georges ed Anne ed il faccia a faccia tra il primo e l'infermiera licenziata -, eppure non riesce ad essere efficace ed assolutamente dirompente come mi avevano abituato ad essere i suoi film: non so se sia perchè la malattia e la decadenza della vecchiaia - così come, in una certa misura, la "dolce morte" - sono un argomento sensibile che difficilmente viene osteggiato in sede di Festival, o perchè le parentesi clamorosamente autoriali - non tanto date dalla fissità del ritmo, quanto da passaggi come le inquadrature dedicate ai dipinti, assolutamente ininfluenti - hanno finito per irritarmi profondamente, ma nello stesso ambito il ritorno emotivo della visione è stato decisamente più forte in A simple life, recuperato di recente da queste parti e toccato da ispirazioni simili, ed il risultato mi è parso perfino troppo tirato per le lunghe nonostante l'indubbia forza del messaggio, tanto da costarmi un appisolamento proprio sulla scena finale rinfacciatomi selvaggiamente da Julez, che aveva nel frattempo passato la maggior parte del tempo della visione prendendo amabilmente per il culo Haneke ed i suoi presunti "fermi immagine".
Comunque, non lasciatevi ingannare troppo da questa mia severità: parliamo comunque di un signor film girato da un signor Autore, che probabilmente ora riscatta il credito guadagnatosi con una carriera costellata di pellicole clamorose, dunque se dovesse capitare, non tiratevi indietro.
Solo armatevi di pazienza e coraggio - in fondo, i temi trattati non sono affatto una passeggiata, soprattutto se siete felicemente accoppiati - e preparatevi ad un'esperienza con la settima arte tutt'altro che semplice, e piuttosto sofferta.
Non pensiate, però, di essere di fronte all'Haneke in grado di compiere il miracolo di illustrare la violenza ed il Male presenti nel cuore umano facendolo passare per una sorta di algida fiaba da villaggio di montagna.


MrFord


"Don't know what's comin' tomorrow,
maybe it's trouble and sorrow;
but we'll travel the road, sharin' our load,
side by side."
Ray Charles - "Side by side" -


giovedì 21 febbraio 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): nuovo appuntamento con la rubrica settimanale che vede il sottoscritto accompagnato dal piccolo e pavido Peppa Kid accompagnarvi in una carrellata delle uscite che la settima arte - e la distribuzione, soprattutto - ha in serbo per il weekend di noi tutti.
Incredibilmente, anche a questa tornata quelli che ormai sono storicamente i due antagonisti più agguerriti della rete non paiono essere troppo combattivi, stremati da un 2013 che fino ad ora ha regalato più pellicole a proposito delle quali essere d'accordo - nel bene o nel male - che non titoli grazie ai quali alimentare il sacro fuoco delle Blog Wars.
Sarà una nuova tendenza o un fuoco di paglia? Solo il futuro ce lo dirà!

"Vedi Sean, quando incontri il Cannibale devi subito sparargli un bel diretto sul grugno, così!"

Gangster Squad di Ruben Fleischer


Il consiglio di Cannibal: una squadra di gangster? Ma per eliminare Ford basta anche molto meno!
Da una parte mi attira questo film. Il regista Ruben Fleischer ha firmato delle pellicole divertentissime che mi sono piaciute parecchio come Benvenuti a Zombieland e 30 Minutes or Less e c’è un grandissimo cast composto da Ryan Gosling, Sean Penn + la splendida Emma Stone. Dall’altra parte ho paura che si riveli un film gangster classico e vecchio stile, poco nelle corde del frizzante regista.
Figata o delusione?
Staremo a vedere.
WhiteRussian, figata di blog o delusione?
Delusione, sempre e comunque.
Il consiglio di Ford: una squadra di gangsters? E' forse la Juventus?
Il buon Fleischer, regista quasi di culto per i giovani Peppa Kids come il mio antagonista, non è ancora riuscito a convincermi appieno con i suoi precedenti lavori, carini ma niente di più. Vedremo se questa presunta prova di maturità lo definirà come un vero expendable da Saloon o come un coniglione da stanzetta del Kid di turno. Il cast promette scintille, l'ambientazione pure. Speriamo bene. E non speriamo troppo.


"Emma, te lo devo proprio dire: il Cannibale ha intenzione di chiederti di uscire." "Mio dio, no!"

Anna Karenina di Joe Wright


Il consiglio di Cannibal: the (w)right movie
Il film di Joe Wright è tratto dal celebre romanzo del russo Tolstoj, che però per fortuna non ha niente a che vedere con Whiterussian. Infatti, Anna Karenina è un’ottima pellicola. A livello di storia non mi ha coinvolto a livelli eccelsi, ma la regia è talmente strepitosa che è difficile non restarne estasiati.
A meno che non abbiate le fette di salame sopra agli occhi come Mr. Ford.
Per un’Italia giusta, fate la scelta giusta. Scegliete Wright e andate a vedere questo film.
Recensione cannibale coming soon.
Il consiglio di Ford: la Russia val bene una visione.
Ho sempre considerato Joe Wright un grandissimo talento della macchina da presa, in particolare grazie al meraviglioso Espiazione, che ancora è impresso nella mente del sottoscritto neanche fossi quella ragazzina
di Katniss Kid alle prese con i suoi idoli teen fotografati da Cioè e dalle riviste di quella stirpe.
Non ho ancora visto Anna Karenina, ma ho come l'impressione che si rivelerà una visione ottima, forse la più interessante della settimana. E se tutto va bene - o male!? - potrebbe addirittura rivelarsi come l'ennesimo titolo del 2013 in grado di mettere d'accordo i due antagonisti più in lotta - almeno fino a qualche tempo fa – della Blogosfera.


"Ecco, quello laggiù è il Cannibale: appena arriva qui per chiederti di uscire con lui, sparagli un diretto sul grugno!"

Beautiful Creatures - La sedicesima creatura di Richard LaGravenese


Il consiglio di Cannibal: beautiful creatures? Di certo non si parla di Ford.
Pellicola teen fantasy che hanno cercato di vendere come il “nuovo Twilight”, negli Stati Uniti è partito malissimo. Visto che successo e qualità sono spesso inversamente proporzionale, ciò può significare che la qualità sia più alta, anche se a far meglio della saga preferita da Ford dopo quella del Ragazzo dal kimono d’oro non è che ci vada molto. Tra l’altro io mi devo ancora recuperare Breaking Dawn - Parte 2 e spero sia involontariamente spassoso almeno quanto i precedenti films e quanto il blog di Ford. Questo Beautiful Creatures quindi può attendere, ma mi sa che da buon bimbominkid prima o poi me lo guarderò.
Il consiglio di Ford: di beautiful non ci vedo nulla. Neppure nel peggio.
LaGravenese non è garanzia di qualità. Il teen neppure. Il paragone con Twilight nemmeno.
Trovate voi un qualsiasi motivo per andare a recuperare una pellicola che interesserà giusto le groupie come il Cannibale, ansiose di portare i loro fidanzatini in sala giusto per fargliela annusare senza concedere neppure una limonata da ultima fila. Avanti un altro.


"Ma ti pare che con questo viso mi riduco ad uscire con Peppa Kid!?"

The Sessions di Ben Lewin


Il consiglio di Cannibal: preparatevi a piangere
Nella settimana del Festival di Sanremo, l’unico film che ho visto è stato questo. Ho pensato: “Oh, mi prendo una pausa dal buonismo di Fabio Fazio!” e poi mi ritrovo di fronte a una pellicola… buonista. Che sfiga! Ma almeno non è troppo buonista.
The Sessions tocca un tema molto delicato, il rapporto tra handicap e sesso. Non lo fa con il coraggio dimostrato dai francesi negli ultimi tempi, lo fa in maniera più ruffianotta, eppure senza eccedere. Alla fine dei conti, io lo consiglio. Meglio però se tenete i fazzoletti a disposizione, perché c’è da commuoversi. Pure per uno non troppo incline alla lacrima come me. E a me di solito viene da piangere giusto quando passo dalle parti del blog WhiteRussian.
Recensione in arrivo.
Il consiglio di Ford: Peppa Kid avrebbe bisogno di una bella session di allenamento expendable!
Nonostante quello che può affermare il mio rivale, i film ruffiani e giocati tutti sulle categorie "intoccabili" tendenzialmente hanno il potere di farmi incazzare come un bufalo - vedi il suo tanto decantato La guerra è dichiarata -. Io il mio servizio civile con i disabili l'ho fatto, e proprio in quei mesi ho lasciato il buonismo un pezzo per volta a casa senza passare dal via: mi affido dunque a Kate Winslet - che in un episodio di Extras prese per il culo i film di questo tipo giudicandoli "buoni solo per i premi" e di nuovo vado oltre.


Padre Ford e Scafandro Kid riflettono sull'argomento della prossima Blog War.

Gambit di Michael Hoffman


Il consiglio di Cannibal: gambizzate Mr. Ford!
So che Colin Firth ha un seguito di fan urlanti numeroso quanto quello di Marco Mengoni, quindi non dirò niente di male su di lui. Dico solo che a me non ha mai entusiasmato particolarmente, tranne che nell’ottimo A Single Man. Al suo fianco di questa commedia troviamo poi Cameron Diaz, una che purtroppo non azzecca più una pellicola valida da parecchio. Da questo remake di un vecchio (ma non quanto Ford) film con il vecchio (ma non quanto Ford) Michael Caine, mi aspetto il solito tentativo degli americani di replicare il british humour. Senza successo.
Il consiglio di Ford: ma Gambit non era un personaggio degli X-Men!?
Film inutile interpretato dall'inutile Colin Firth, spacciato per ficata ed opera dei Coen quando si tratterà, probabilmente, dell'ennesima ammmereganata senza troppo senso. Evidentemente questa settimana vogliono proprio farmi concentrare sulla notte degli Oscar.


"Ecco, arrivano Ford e Cannibal: sono sicuro che hanno intenzione di bottigliarci!"

Captive di Brillante Mendoza



Il consiglio di Cannibal: io captivo con Ford? Ma scusate, se lo merita.
Nuovo film del regista filippino di Kinatay, che non ho visto ma di cui ho sentito parlare sia benissimo che malissimo, questo Captive promette di essere piuttosto interessante.
Se poi non lo è, ci può scattare una mia brillante quanto captiva recensione.
Mentre quella di Ford sarà cattiva nel senso di pessima e basta. Ahahah.
Il consiglio di Ford: essere Captivo con Cannibal? Non ha prezzo.
Di Mendoza sento parlare fuori e dentro la Blogosfera già da parecchio tempo, eppure non sono ancora riuscito a confrontarmi con nulla di suo, nonostante sia sponsorizzato anche da persone che reputo qualificate in materia - e non sto parlando del mio rivale numero uno, sia chiaro -.
Questo Captive potrebbe essere la sorpresa della settimana come il bersaglio da bottigliate del weekend. Staremo a vedere.


"Ecco fatto: ora sono pronto per quel weekend d'avventura con Peppa Kid che mi ha regalato Ford per Natale!"

Pinocchio di Enzo D’Alò


Il consiglio di Cannibal: Mr. Ford mi sta simpatico… perché mi si sta allungando il naso?
Non ho mai visto niente di Enzo D’Alò. Ford magari dirà che è un genio dell’animazione, che è il Miyazaki italiano o qualche sua solita assurda sparata. A me i suoi lavori non mi hanno mai attirato minimamente, e questo Pinocchio non fa eccezione. Non sto mentendo come Pinocchio. Se volessi mentire direi che Ford è la mia guida cinematografica e spirituale. E direi che domenica agli Oscar tiferò per Lincoln e voterò Berlusconi.
Il consiglio di Ford: mi è bastato quello di Benigni.
Di Pinocchio, al Cinema, ce n'è solo uno. Quello Disney. Il resto è niente.
Specialmente se è robetta italiana senza alcuna pretesa. Bocciato senza colpo ferire neanche fosse quell'indecenza del Roberto Nazionale.


Peppa Kid e Nonno Ford tra le fauci del Cinema italiano.

The Summit di Franco Fracassi, Massimo Lauria


Il consiglio di Cannibal: non c’è bisogno di un summit per capire che i consigli di Cannibal sono migliori di quelli di Ford anche quando, come in questo caso, anziché un vero consiglio scrive una gran cacchiata.
Insieme al nuovo Twilight della settimana, insieme alla nuova bambinata della settimana, arriva puntuale come una nuova recensione assurda di Ford anche il documentario italiano della settimana.
The Summit ritorna sul G8 di Genova, ma dubito sia interessante quanto il valido ma non eccezionale (come sostiene Ford) Diaz. Per chi lo guarderà si tratterà comunque di un modo per ricordare chi c’era al governo in quel 2001. In un paese dalla memoria corta come il nostro, ricordare non fa mai male.
Il consiglio di Ford: in vista delle elezioni, per una volta Ford e Cannibal potrebbero unirsi in un summit per consigliare chi non votare.
Documentario italiano che passerà praticamente inosservato della settimana. Poco importa, nonostante gli importanti temi trattati.
Mi prendo questo spazio per un appello: ragazzi, mettetevi tutti una mano sul cuore quando andrete a votare.
Per favore.
Non fatelo salire un'altra volta.
Davvero.
O mi costringerete a prendervi a bottigliate uno per uno.

"Appena eletto cucirò la bocca a tutti i sovversivi come Ford e Cannibale."

American horror story - Asylum

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi : 13




La trama (con parole mie): siamo nel pieno degli anni sessanta, e mentre il serial killer Bloody Face impazza, l'istituto di sanità mentale Briarcliff nel cuore del Massachusetts ospita squilibrati e casi umani di ogni genere.
Quando Kit Walker, sospettato dell'omicidio della moglie Alma, e la giornalista Lana Winters vengono internati, ha inizio una serie di eventi che porteranno al confronto con alieni, psicopatici, possessioni demoniache ed una scia di sangue che condurrà fino al presente, e a vittime mietute ancora oggi in quello che è stato lo stesso istituto.
Chi è il vero Bloody Face? Chi sono i colpevoli ed i responsabili di tutti gli orrori commessi tra quelle mura nel corso degli anni? Chi, alla fine, sopravviverà alla follia e all'incomprensibile?




A volte è un piacere essere in qualche modo smentiti, soprattutto quando si tratta di visioni che finiscono per accompagnarci in un periodo di tempo non breve quanto un paio d'ore sul divano per una serata.
Ammetto infatti che, dopo la prima e deludente stagione, le mie aspettative a proposito di questa seconda tornata di American horror story erano piuttosto basse, ed il mio progetto segreto era quello di indurre Julez ad abbandonarla dopo una manciata di episodi se si fosse rivelata dello stesso livello rispetto allo scorso anno: invece, al contrario di ogni previsione, il prodotto firmato Murphy e Falchuck si è rivelato nettamente più maturo e solido di quanto credessi, abbandonando le eccessive slegature del suo primo giro di giostra per affidarsi ad una storia decisamente più solida ed addirittura quasi lynchana, in grado di mescolare lo stile dei sixties agli orrori di una versione sotto acido de Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Gran parte del merito di questo netto salto di qualità va agli autori, concentrati su un gruppo di storie ad incastro perfettamente - o quasi - legate tra loro anche quando parrebbe di no e su un cast in forma splendida, dal James Cromwell nel ruolo del mefistofelico Dottor Arden alla strepitosa Frances Conroy - pazzesca nel ruolo della galeotta sul finale di stagione, tra gli altri -, dalla conferma della straordinaria Jessica Lange alla sorpresa Lily Rabe, che con la sua suora posseduta dal demonio è stata forse le vera rivelazione della stagione: tutto fila talmente liscio che perfino cani maledetti come Joseph Fiennes e Dylan McDermott risultano quasi a loro agio nei ruoli assegnati.
Un vero e proprio miracolo.
L'istituto Briarcliff, location decisamente più interessante della casa degli Harmon della prima stagione, diviene dunque teatro di un viaggio nella follia, una fotografia agghiacciante da horror pieno - Bloody Face ricorda moltissimo il Leatherface di Non aprite quella porta - a thriller da lasciare senza fiato - i ruoli di Arden e Thredson -, un confronto con l'ignoto ed il tempo che si avvolge su se stesso per poi tornare a colpire e sorprendere - gli alieni, il parallelo tra passato e presente -, un'escalation a metà tra L'esorcista e Rosemary's baby ma anche una favola nerissima che racconta d'amore, salvezza, desiderio, sete di potere e volontà: in questo senso i due personaggi di Kit Walker e Lana "Banana" Winters divengono i volti della stessa proposta, come una moneta che presenti sui suoi lati le risposte differenti ad un trauma, ed i modi per lasciarsi lo stesso alle spalle.
Certo non mancano i disequilibri, eppure anche le imperfezioni trovano una loro precisa collocazione, e lo stile che pareva solo confezione la scorsa stagione si fonde alla grande con le vicende narrate, lasciando spazio anche a sperimentazioni visive ottime e ad episodi - come il season finale - diretti magnificamente - in particolare quello appena citato, portato sullo schermo da Alfonso Gomez-Rejon, regista della seconda unità di Argo, per dirne uno, è un vero gioiellino di memoria addirittura kubrickiana -.
Un'esperienza, dunque, completamente diversa da quella vissuta con il primo passaggio televisivo di questo prodotto che ora mi pone in fervente attesa per la prossima stagione, curioso rispetto a come potrà essere ulteriormente sviluppato dai suoi autori questo viaggio all'interno delle ferite - fisiche, mentali e morali - della "storia americana".


MrFord


"Dominique, nique, nique, over the land he plods
and sings a little song
never asking for reward
he just talks about the Lord
he just talks about the Lord."
The Singing Nun - "Dominique" -


mercoledì 20 febbraio 2013

Premium rush - Senza freni

Regia: David Koepp
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 91'



La trama (con parole mie): Wilee è un pony express che cavalca le strade di Manhattan in sella alla sua bicicletta senza cambio e senza freni, pronto a consegnare pacchi in extremis evitando taxi, pedoni e rivali su due ruote perchè assolutamente incapace di mettersi nell'ottica di abbandonare i pedali per sedersi ad una scrivania in un completo grigio.
Un giorno gli viene assegnato un incarico dalla coinquilina della collega Vanessa - che lui vorrebbe davvero fosse la sua donna, e ci sono le possibilità -, Nima, che ha risparmiato dollaro su dollaro per portare dalla Cina negli States suo figlio per una cifra considerevole destinata alle teste di serpente.
Peccato che in mezzo si metta Bobby Monday, poliziotto corrotto con la passione per il gioco d'azzardo che ha come unica chance di riscatto rispetto ai suoi debiti considerevoli di mettere le mani sulla ricevuta che può valergli cinquantamila bigliettoni.





Forse, ultimamente, mi sono rammollito.
Sarà la vecchiaia, o la paternità ormai incombente. 
Eppure mi rendo conto di rimanere spesso colpito da pellicole che, sulla carta o tecnicamente, hanno da offrire uno spettacolo coinvolgente soltanto fino ad un certo punto che riescono, in un modo o nell'altro, a sorprendermi in positivo quanto più le loro mire restano basse.
O forse, sono semplicemente un proletario della settima arte, oltre che della vita vissuta.
Ma partiamo dall'inizio: David Koepp, che molti di voi bolleranno come illustre sconosciuto, è un signore che in realtà si è dato da fare parecchio ad Hollywood come sceneggiatore e come regista - la sua penna è legata a Jurassic Park, Carlito's way, Mission impossible, Omicidio in diretta, Echi mortali, Spider man, tra gli altri, mentre dietro la macchina da presa è possibile trovare questa firma dietro cose interessanti come lo stesso Echi mortali o Ghost town ed altre decisamente pessime come Secret window -, un artigiano della settima arte in grado di mettersi in gioco esplorando più generi e sperimentando - per quelli che sono i suoi mezzi - ben più di uno stile.
Con questo Premium rush, di fatto, il buon David torna agli anni ottanta che furono dominati da pellicole come California skate ed ai primi novanta di Speed, ingranando una marcia costruita su ironia guascona e ritmo da vendere per un divertissement che richiama lo stile ad incastro del primo Guy Ritchie e che, di fatto, proprio per la sua semplicità, anche nei limiti finisce per coinvolgere e conquistare l'audience neanche fosse un cult di trent'anni fa riscoperto magicamente al giorno d'oggi dopo aver passato tutto questo tempo in una sorta di capsula del tempo.
Chissà, forse è perchè mio padre è fieramente un ciclista ancora oggi, a sessantacinque anni suonati, o forse perchè le cicatrici peggiori me le sono procurate proprio facendo il cazzone sulle due ruote a pedali - la sequenza del ribaltamento di Vanessa mi ha ricordato un "incidente" causato da un vecchio compagno di scuola che mi vide finire a cavallo tra selciato e terra battuta, con il cambio rotto ed il ginocchio praticamente smaciullato dall'asfalto -, ma ho trovato questa sorta di thriller tamarro e sguaiato assolutamente in linea con quelli che erano i film che, da ragazzino, mi esaltavano senza ritegno spingendo l'acceleratore dell'immaginazione fino a farmi sognare di essere proprio il protagonista outsider rispetto al rivale in amore ovviamente pompatissimo che alla fine riesce ad avere ragione di cattivo e non grazie ad un talento arrembante e alla voglia di fare, sempre e comunque.
Di sicuro, Koepp sa che mettere insieme il gusto eighties per il chiasso e l'ottica cool videoclippara e ludica più legate al presente ha tutte le potenzialità per produrre il cocktail perfetto, specie se, per servirlo, ci si affida a garanzie come Joseph Gordon Levitt - a metà tra il bravo ragazzo e la faccia di merda - e Michael Shannon - che ormai dovrebbe essere brevettato come sinonimo dello psicopatico -: il lavoro del regista, per quanto ad ispirazione assolutamente più simile ad una faticata di cuore che ad un colpo a sorpresa della classe cristallina, funziona dall'inizio alla fine, tocca temi interessanti nell'ambito della crime story - le teste di serpente, i poliziotti corrotti - ed altri decisamente più consoni alla leggerezza di quei titoli buoni buoni per un sabato sera perfetto per dimenticare ogni ansia della vita moderna - e della sua quotidianità -.
Niente marce, niente freni, fiato grosso e voglia di rischiare.
Decisamente roba più soddisfacente di un completo grigio.
Andare a fondo, e chiedere un altro giro di giostra.
Nel corso di questo post ho scritto molti forse.
E chissà che non abbia avuto ragione a citare almeno uno di essi.
Quello che è certo è che Premium rush è un gran bell'intrattenimento.
Che a volte, semplicemente, è quello che serve.
Come un respiro profondo dopo aver spinto il proprio corpo oltre il suo limite.
Un rutto liberatorio al termine di un pasto godurioso.
Avere l'impressione di poter tenere la vita per le redini, almeno una volta.
Almeno una sera.
O un signor pompino prima di dormire.
Direi che certo ci sono poche cose che si potrebbero chiedere più di questa.
Ecco: questo è il tocco scombinato e magico di Premium rush.
Avercene.


MrFord


"Bicycle bicycle bicycle
I want to ride my bicycle bicycle bicycle
I want to ride my bicycle
I want to ride my bike
I want to ride my bicycle
I want to ride it where I like."
Queen - "Bicycle race" -


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