lunedì 23 aprile 2012

I colori della passione

Regia: Lech Majewski
Origine: Polonia
Anno: 2011
Durata: 92'



La trama (con parole mie):  siamo nel cuore delle Fiandre dominate dai cattolici spagnoli, a metà del sedicesimo secolo, e Pieter Bruegel, pittore riconosciuto come un Maestro, decide di testimoniare la brutalità della repressione verso i protestanti da parte degli occupanti del suo paese grazie ad uno dei dipinti che lo renderanno famoso nei secoli seguenti: La salita al Calvario, infatti, rappresenta uno dei vertici dell'arte fiamminga, e ancora oggi è oggetto di culto e studio da parte degli appassionati di pittura di tutto il mondo per la ricchezza degli elementi e la potenza della rappresentazione.
Attraverso una scelta estetica ed un percorso che portano il quadro sul grande schermo passaggio dopo passaggio, assistiamo alle vicende che hanno definito la sua realizzazione in un esperimento quasi completamente nuovo nell'ambito della settima arte.




Raramente mi capita di vedere un film e giudicarlo quanto di più lontano esista dalla mia attuale sensibilità di spettatore arrivando quasi a detestarlo, eppure rimanere ammirato di fronte al suo valore: di recente, è successo con Synecdoche, New York.
Ora, replico con I colori della passione.
Certo, il lavoro di Majewski è molto diverso da quello di Kaufman - quest'ultimo decisamente più complesso e potente -, eppure questa sorta di fratellino minore del Faust di Sokurov, che mi avrebbe letteralmente fatto impazzire una decina d'anni fa, riesce a scavare nello spettatore a colpi di meraviglie visive celando - ma neppure troppo - una riflessione ben più profonda sull'arte ed il suo valore di fronte alla Storia e all'Uomo.
D'altro canto è indiscutibile che, nonostante la durata decisamente abbordabile si tratti di un film lento come solo i Classici più Classici dei russi sanno essere, costruito per essere ostico rispetto allo spettatore che non sia un assatanato adepto del Cinema d'autore senza compromessi, legato da un ritmo clamorosamente statico e ad intuizioni, più che ad una sceneggiatura vera e propria.
Probabilmente Majewski non aveva altro modo per rappresentare quello che, a tutti gli effetti, è il primo tentativo di portare sul grande schermo la rappresentazione più fedele possibile del lavoro di un pittore rispetto alla nascita di una sua opera: un viaggio complesso e non privo di difficoltà - artistiche e produttive - che può essere associato alla realizzazione di un film, pur se riferito, di fatto, all'opera di un solo artista - ma anche in questo caso si potrebbero considerare i soggetti di un lavoro incredibile come La salita al Calvario come attori, o parte integrante della stesso -.
La tecnica "a livelli" utilizzata, inoltre, risulta ipnotica ed affascinante, solo apparentemente statica - tanto da scomodare paragoni importanti come quello con una delle prime sequenze di Quarto potere, con la scena concentrata sull'interno della casa in cui il piccolo Kane è cresciuto con lui intento a giocare all'esterno, ben visibile in secondo piano dalla finestra - e trova il suo apice nella carrellata avanti e indietro che porta da Bruegel alla cima del monte e al mulino e di nuovo a Bruegel, in uno dei passaggi più intensi di questa sorprendente quanto sicuramente non per tutti visione.
In tutta onestà - e considerata la fama pane e salame del saloon - mi sentirei di consigliarvi di evitare I colori della passione - tra l'altro, pessimo titolo italiano -, davvero troppo votato all'arte "dura e pura" per trovare un riscontro effettivo nelle emozioni dello spettatore: eppure è curioso quanto il complesso di questo lavoro incredibile sia costituito da singole sequenze ispirate dalla quotidianità più fisica e vera possibile, come fosse un poema del popolo oltre che una chiara allegoria della lotta dell'arte rispetto all'oppressione - anche e soprattutto in questo caso religiosa -.
Doveste decidere di affrontarne comunque la visione, vi consiglio di liberare la mente dai pregiudizi per il radicalchicchismo e considerare di essere di fronte ad una sorta di lezione, una ricerca che porti da Bruegel come individuo inserito nel suo tempo a La salita al Calvario, che ancora oggi è in grado di fare rimanere ammirati visitatori di tutto il mondo - in questo senso, illuminante la sequenza finale -: superati questi scogli, I colori della passione sarà in grado di aprire occhi e cuore di chi sarà disposto a venire a patti con tutta la fatica che richiede.
E merita.


MrFord


"And I'll see your true colors
shining through
I see your true colors
and that's why I love you
so don't be afraid to let them show
your true colors
true colors are beautiful,
like a rainbow."
Cindy Lauper - "True colors"-


domenica 22 aprile 2012

Machine gun preacher

Regia: Marc Forster
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 129'



 La trama (con parole mie):  Sam Childers è un biker violento e tossicodipendente appena uscito di galera quando, a seguito di uno scontro con un autostoppista finito nel sangue, chiede aiuto alla moglie convertitasi negli anni della sua assenza trovando in Dio una nuova missione.
Disintossicato e ripulito, mette insieme un'azienda di costruzioni di successo e decide, dopo un illuminante viaggio in Africa, di aiutare i bambini vittime della guerra civile in Sudan contemporaneamente all'inaugurazione di un luogo di culto nella sua città, divenendo di fatto un pastore.
Gli anni passano, le difficoltà aumentano, ma Childers continua a lottare - spesso e volentieri con le stesse armi dei loro persecutori - in difesa degli orfani figli solo di uno dei tanti massacri tenuti sotto silenzio presenti sulla Terra: un predicatore unico nel suo genere, che quando le parole non bastano, imbraccia ben volentieri le armi.




Esistono alcuni film in particolare in grado di mostrare quanto, nell'economia di una pellicola, sia importante una sceneggiatura solida anche rispetto alla stessa regia: se, infatti, un mestierante dietro la macchina da presa servito da un ottimo script è in grado di realizzare comunque un'opera da ricordare, non è detto che una storia scritta con i piedi possa essere migliorata da un cineasta - come in questo caso - magari neppure così dotato.
In questo senso, Machine gun preacher è stato davvero un'occasione sprecata.
La figura di Sam Childers - un personaggio controverso e per molti versi sempre troppo "estremo" - e la riflessione legata al suo ruolo di "salvatore" in Africa potevano di fatto porre la base per un piccolo, grande cult in grado di scomodare assonanze con Cuore di tenebra e il Colonnello Kurtz, considerato l'approccio che l'ex criminale divenuto un armato eroe delle piccole vittime della guerra civile in Sudan ha deciso di mantenere contro i capibanda che imperversano in una parte di mondo di cui troppo spesso l'opinione pubblica si dimentica: il prodotto finito, invece, risulta essere un tentativo raffazzonato e di grana grossa di portare a casa sia il favore del pubblico esigente abituato al Cinema d'autore sia di quello più tamarro figlio dell'action dura e pura - lo stesso tentativo che era stato fatto, e decisamente meglio, da Andrew Niccol in Lord of war -.
Se, però, la regia di Forster può anche essere perdonata per quanto scialba, la sceneggiatura di Jason Keller - non per nulla autore anche dello script dello scellerato ed inguardabile Biancaneve - risulta elementare e tagliata con l'accetta: passaggi che fanno pensare a tagli malriusciti in fase di post produzione, dialoghi dozzinali, sagre di luoghi comuni in grado di gettare alle ortiche tutte le potenzialità di una vicenda che in mano a professionisti più esperti - qualcuno ha detto Steven Zaillian!? - avrebbe potuto davvero portare alla realizzazione di una delle pellicole "must see" dell'anno.
In questo modo, invece, ci ritroviamo con la sensazione di aver assistito ad una specie di versione alternativa dello scialbo ed inutile Blood diamond quando, in realtà, la speranza era quella di poter affrontare una sorta di fratellino - seppur molto minore - di Apocalypse now.
Del resto, Sam Childers e la sua crociata in nome di Dio e degli orfani sudanesi hanno più ombre che luci, e portano a galla una riflessione giustamente sottolineata anche da Julez nel corso della visione: questo ex biker e tossicodipendente, in effetti, è un uomo abituato a vivere sul confine, sempre in bilico tra l'estremismo e la generosità, la fede e la follia, la voglia di lottare e l'espressione della violenza.
Parlando di questo insolito attivista per i diritti umani terminata la visione - senza soffermarsi troppo sull'interpretazione del mio amicone tamarro Gerard Butler, che continuo ad apprezzare anche quando non è al meglio, come in questo caso - mi è passato per la mente un paragone con Che Guevara, che più che un medico o un politico è stato a tutti gli effetti un guerriero, e per quanto puri potessero essere i suoi ideali viene da chiedersi se non fossero spinti prima dall'irrequietezza del combattente attanagliato dalla paura di rimanere senza battaglie da affrontare che non dal desiderio di affermarli proprio in quanto puri.
Childers, in fondo, mette la stessa fervente energia nella droga e nel crimine e dunque nel lavoro e nella ricostruzione della sua famiglia, per finire a battersi con la stessa violenza conosciuta per le strade e in carcere contro i signori della guerra nel cuore dell'Africa: questo è il segno di qualcosa che va oltre gli ideali, e che segna profondamente la passionalità - e l'inclinazione alla violenza, e l'andare oltre - di una persona: scrivo questo non come una critica, ma piuttosto come una sorta di riconoscimento anche di un lato di me stesso che difficilmente riesco a gestire e che mi porta con la stessa energia a buttarmi a capofitto in quello che riesce a smuovermi.
Questo lato è pericoloso, perchè figlio di quel "cuore di tenebra" che Conrad e Coppola fotografarono così bene nelle rispettive "specialità", e che, come avverte anche l'attivista incontrata da Childers al campo profughi, può portare a superare anche il confine estremo, divenendo progressivamente, di fatto, una nuova immagine di quello che si combatte.
Peccato davvero che Machine gun preacher, più che la fotografia di una lotta struggente contro quello stesso abisso, risulti essere la cronaca di una guerra disorganizzata e scomposta: anche - e soprattutto - nella sua espressione.
E per il Cinema, questo equivale sempre ad una pesante sconfitta.


MrFord


"I saw a savior
a savior come my way
I thought I'd see it
at the cold light of day
but now I realize that I'm
only for me."
Portishead - "Machine gun" -


sabato 21 aprile 2012

Pirati! Briganti da strapazzo

Regia: Peter Lord, Jeff Newitt
Origine: Uk
Anno: 2012
Durata: 88'



La trama (con parole mie): Capitan Pirata, spinto dall'ammirazione della sua ciurma e dal desiderio di rivalsa dopo tanti anni da outsider, decide di candidarsi per l'ennesima volta al premio come "Pirata dell'anno", prestigioso riconoscimento che prevede il conteggio del bottino ottenuto nelle razzie in tutti e sette i mari.
Peccato che trovare dell'oro non sia affatto semplice, e lo sconforto sia dietro l'angolo: quando, però, il Capitano ed i suoi uomini si imbattono in Charles Darwin che rivela loro che quello che credono un pappagallo in carne è in realtà l'unico esemplare di dodo ancora in vita, le possibilità di arrivare al successo aumentano esponenzialmente.
Tutto questo, ovviamente, sempre che la terribile Regina Vittoria non ci metta il suo zampino, mossa dall'odio atavico per i pirati che la caratterizza.




Ricordo quando, poco prima dell'uscita e in occasione della rubrica settimanale che condivido con quello scellerato e per nulla piratesco mio antagonista Cannibale, bollai un pò troppo in fretta questa pellicola come trascurabile manco fosse l'ultimo dei Dreamworks di turno: niente di più sbagliato.
Corretto quasi subito dal vecchio lupo di mare - più o meno - Tom, finii per tornare sui miei passi quando scoprii che Pirati! Briganti da strapazzo doveva essere imputato ai ragazzacci responsabili di gioiellini come Galline in fuga e Wallace&Gromit, che in casa Ford godono di grandissima stima.
In effetti, il tocco ricco dell'ironia che pervade le avventure della coppia più improbabile dell'animazione in stop motion - sempre Wallace e Gromit, ovviamente - si sente fin dalle prime sequenze, conquistando con una maggiore facilità il pubblico adulto rispetto a quello "da proiezione pomeridiana", cui prontamente gli autori pensano sfoderando una serie di inseguimenti vertiginosi che sono un prodigio di tecnica e comicità slapstick - come l'incredibile sequenza ambientata nella villa di Darwin, uno dei pezzi forti dell'intera pellicola -: il mondo dei pirati, da sempre irresistibile per gli appassionati di Cinema d'avventura, è portato sullo schermo con un piglio che ricorda quello dell'indimenticabile serie di videogiochi Monkey Island - che tutti noi residuati degli anni ottanta e novanta ricordiamo bene e con immutato affetto -, senza contare un ritmo decisamente sostenuto che rende la visione piacevole come poche altre nel passato recente dell'animazione.
Pur non arrivando ai livelli del già citato Galline in fuga o di La maledizione del coniglio mannaro, comunque, questo lavoro risulta decisamente più riuscito di un altro prodotto di questo team di artisti - il da me non troppo amato Giù per il tubo -, e non lesina momenti assolutamente da ricordare: dall'inseguimento in casa Darwin cui accennavo poco fa all'utilizzo perfetto di London calling ad introdurre l'arrivo a Londra della ciurma di Capitan Pirata, senza contare le parentesi riuscitissime degli spostamenti sulla mappa - che mi hanno ricordato Indiana Jones - e l'impareggiabile aiutante dello stesso Darwin, uno scimpanzè dalle mille risorse che nel suo "mutismo" risulta espressivo quanto i grandissimi interpreti dell'altrettanto grande The Artist.
In un panorama che comincia ad essere intasato da inutili sequel, spin-off e prodotti non all'altezza come quello dell'animazione, un film come questo è una boccata d'aria fresca in grado di far respirare il pubblico di ogni età, intrattenere e lasciare che qualche sana risata intelligente possa con piglio da pirati far definire questo genere come "per tutti": e per una volta, non ci si può affatto lamentare anche del doppiaggio, con un ottimo Christian De Sica a prestare la voce a Capitan Pirata - ma ha mai pensato, il buon rampollo di Vittorio, di dedicarsi al doppiaggio invece che ai Cinepanettoni!? - e una tutto sommato sopportabile Luciana Littizzetto nel ruolo dell'arcigna Regina Vittoria, nemesi divertente e grottesca per questa banda di squinternati avventurieri di mare.
E proprio gli uomini del Capitano regalano anche spunti decisamente interessanti sia in termini di divertimento - il dodo Polly è magnifico, così come la serata del prosciutto - che di riflessione - il Pirata sorprendentemente procace è un omaggio azzeccatissimo sempre alla commedia slapstick -, per un piccolo gioiellino in grado di sorprendere con poche pretese e parecchia intelligenza.
Per un mucchio di pirati da strapazzo - e senza rhum - direi che è un risultato da elogiare in tutti e sette i mari.

MrFord


"Rolling the wave rolling the wave around the whale 
rolling the wave rolling the wave around the whale
della tempesta non s’importa
tanto sa sempre nuotare
è un gigante di forza, è la regina del mare!
Uhm che la smetta quel tuono,
a che ci serve un tuono?
uhm non vogliamo dei tuoni, noi vogliamo del rhum
uhm uhm
date un bicchiere di rhum!"
Vinicio Capossela - "L'oceano Oilalà" -


venerdì 20 aprile 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): ed eccoci alla consueta rubrica settimanale sui consigli che riguardano le uscite che aspettano le nostre sale nel weekend. Come di consueto avrete la possibilità di gustarvi le mie perfette imbeccate in pieno Messi-style e le ciabattate modello Poulsen del mio poco sopportabile collega Cannibale, mai così clamorose come a questo giro di giostra.
Poco importa: vi basterà saltare a piè pari i suoi commenti per guadagnarne in qualità! Ahahahahah!


Brr... I gusti del Cannibale fanno venire i brividi.

To Rome with love di Woody Allen


Il consiglio di Ford: Parigi val bene una messa, Roma mi sa di no.
Neanche il tempo di gridare al miracolo per il ritorno del vecchio Woody agli alti livelli del suo passato - http://whiterussiancinema.blogspot.it/2011/12/midnight-in-paris.html -, ed ecco che lui torna a proporre un film che già dal trailer mi pare una vera e propria vergogna, nonchè il solito ricettacolo di luoghi comuni su noi figli del pizzaspaghettimandolino.
Roba da far rimpiangere anche quella schifezza che fu Vicky Christina Barcelona.
Anche in questo caso, la Francia ci da una lezione - seppur involontaria -.
Il consiglio di Cannibal: vaccanze romane
Woody Allen non ce la fa a non far uscire il suo film annuale e, dopo l’ottimo Midnight in Paris, immancabilmente ora per compensare se ne esce con una pellicola che promette male, malissimo.
Magari fossimo dalle parti del valido Vicky Cristina Barcelona, qui mi sa che siamo più da quelle del pessimo Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, o magari anche da quelle di un cinepanettone qualsiasi…
Il trailer è tra i peggiori visti negli ultimi mesi, forse anni. Sperando che sia ingannevole il trailer più di ogni cosa, ma ne dubito.
Si preannuncia una brutta discesa per Allen da Midnight in Paris a questo. Come passare da Pensieri Cannibali a WhiteRussian. From Cannibal to Ford, with hate.

"Bischero d'un Cannibale, ormai ti resto solo io: pure Woody t'ha voltato le spalle!"
George Harrison: living in the material world di Martin Scorsese


Il consiglio di Ford: living in a world without Cannibal
Nonostante la delusione cocente del recente Hugo Cabret, occorre ammettere che il vecchio Marty è sempre stato un fenomeno di tecnica, nonchè come regista di documentari.
Se, a questo, si unisce il mio membro preferito dei Fab Four, il risultato non potrà che essere perlomeno da cult.
Certo, magari non lo consiglierei a tutti, ma avercene, di roba così in sala ogni settimana!
Il consiglio di Cannibal: living in a Ford world sucks!
Figuriamoci se Ford, uno a cui i talenti veri stanno sulle palle, non preferiva George Harrison al genio John Lennon… Comunque, sempre meglio lui di Paul McCartney.
Il documentario è potenzialmente interessante, certo niente per cui strapparsi i capelli e mettersi a lanciare mutandine sul palco stile Ford la groupie!

"My guitar gently weeps per tutti... Tranne per il Cannibale!"
Maledimiele di Marco Pozzi


Il consiglio di Ford: maledicinema
Come al solito non passa weekend senza che ci si debba puppare la consueta tirata italiana di dubbio livello a tematica importante. Vorrei proprio vedere cosa saprebbero fare i nostri cugini francesi in questi casi.
Noi, come al solito, ci accontentiamo delle briciole.
Un pò come il Cannibale alla fine di ogni Blog War. Ahahahahahah!
Il consiglio di Cannibal: malediFord
Prosegue la tradizione di rubare i titoli alle canzoni, in questo caso addirittura agli Afterhours. Questo film sull’anoressia non promette di essere nemmeno malaccio, un po’ in stile Fish Tank, anche se essendo in Italia il rischio è sempre quello di cadere nel neo-neorealismo di scuola fordiana. D’altra parte siamo pur sempre nell’italietta mentre in Francia, quando il modello di riferimento è quello della Nouvelle Vague, è tutto più facile…

"Su Cannibal Kid ci scatarro su!"
Sandrine nella pioggia di Tonino Zangardi


Il consiglio di Ford: siamo quasi a maggio, della pioggia mi sono rotto.
Non ho neppure finito di lamentarmi del titolo precedente ed ecco qui servito un secondo film italiano da bottigliare della settimana, proposta che mi pare uscita da una sala di quartiere degli anni settanta.
Vorrei e dovrei pormi delle domande sulla distribuzione italiana, ma questa volta non ne ho proprio voglia.
Me ne pongo abbastanza sul Cannibale, e mi bastano e avanzano. Ahahahahah!
Comunque, bocciatissimo.
Il consiglio di Cannibal: meglio starsene sotto l’umbrella-ella-ella-eh-eh-eh
Questo thriller noir risale addirittura al 2008 e trova un posto al sole nelle sale italiane solo ora. Le intenzioni sembrano buone, il risultato fin dal trailer sembra a mezza strada tra il ridicolo e l’amatoriale. Un po’ come Ford quando cerca di imitare le mie didascalie ahahah.
Meglio farli restare entrambi, film & Ford, sotto la pioggia. Sperando si prendano un bell’accidenti!

"Dici che abbiamo fatto bene a venire a Casale per girare il remake di The tree of life del Cannibale?"
Leafie - La storia di un amore di Oh Seongyun


Il consiglio di Ford: la storia del weekend cambia. Finalmente.
Ed ecco una delle mie due prime scelte per questa tornata di uscite: un film d'animazione made in Korea che promette faville e profondità neanche fossimo dalle parti dello Studio Ghibli.
Animali, diversità e sentimenti nella storia di una gallina "ribelle" pronta ad essere madre per un anatroccolo reso orfano da una donnola: Fedro incontra Miyazaki. E non può che essere un bene.
Il consiglio di Cannibal: roba per cuccioli fordiani
Oddio, ma che è sta roba???
Miyazaki e loStudio Ghibli lasciamoli stare, per favore, questa sembra la classica bambinata fordianata tutta buoni sentimenti pucci pucci gne gne che solo quel finto duro del mio rivale può amare con cotanto amoroso amorevole amore.
Leafie? Che schifi!

"Anche se sei un brutto anatroccolo Cannibale, mamma Ford ti aiuta comunque, per questa volta!"
Il primo uomo di Gianni Amelio


Il consiglio di Ford: il primo grande film italiano della stagione.
Fortunatamente, per ogni centinaio di film inutili made in Italy che distribuiamo nelle sale, ce n'è anche uno che riesce a farci dimenticare il resto.
Amelio - uno dei grandi della nostra Storia cinematografica recente -, autore di cose gigantesche come Lamerica e Così ridevano, torna sul grande schermo con una vicenda che ripercorre la storia ed il dramma dell'Algeria neanche fosse il Gillo Pontecorvo de La battaglia di Algeri - stupendo, recuperatelo! - in un film dal respiro finalmente internazionale.
Non perdetelo.
Il consiglio di Cannibal: l’ultimo film
Bah, non mi ha mai attirato il cinema di Gianni Amelio il fattucchiere che non ammalia. E questo non fa eccezione. Sembra la solita classica lagna neo-neorealista che fa impazzire Ford (che comunque è già pazzo di suo) e sbadigliare me. Yawn. Perdetevelo tranquillamente.

"Lo giuro, maestra: con questo fighetto del Cucciolo Eroico non parlo più!"
Una spia non basta di McG


Il consiglio di Ford: un film di basso livello non basta, propiniamone sempre almeno una decina!
Chiudiamo la settimana con una spy story votata alla commedia realizzata dal creatore della simpatica serie Chuck decisamente trascurabile.
Sinceramente, dopo aver parlato di Gianni Amelio, questa robetta non la prendo neanche in considerazione.
E mi dispiace pure di vedere Tom Hardy mosso dai soldi nel cast di una schifezzuola di questo tipo.
Il consiglio di Cannibal: un Ford non basta, un Cannibal sì
Commedia spy action con un bel cast: Reese Witherspoon + Tom Hardy + Chris Pine. Sembra leggero e forse troppo esile ma sembra pure divertente, di certo più di qualunque roba neo-neo-neo-neorealista di Amelio. Ah già che Ford è allergico, al divertimento! In una settimana di uscite pessime, sembra il male (di miele) minore. Certo neppure questo è imprescindibile, però magari una spia basta e, viste le alternative fordiane, avanza.

"Cannibale, sei pronto per la prossima Blog War?"

Modern family - Stagione 1

Produzione: Abc
Origine: Usa
Anno: 2009
Episodi: 24



La trama (con parole mie):  Jay, un uomo benestante ormai non più giovane, ha sposato l'avvenente colombiana Gloria, già madre del decisamente più maturo per la sua età Manny.
Phil e Claire sono sposati ormai da sedici anni, e hanno tre figli: l'adolescente Haley, la studiosa Alex e lo scapestrato Luke.
Mitchell e Cameron sono una coppia gay che ha appena adottato una bimba vietnamita.
Cos'hanno in comune? Sono famiglie fuori dall'ordinario con problemi assolutamente ordinari.
E qualche legame di parentela pronto a complicare le cose a suon di equivoci, coesistenze forzate e gag a ripetizione.
Benvenuti all'interno dei ritratti di tre "famiglie moderne".




Personalmente, non ho mai avuto un'opinione alta delle sit-com in genere.
Ricordo quando, nel pieno dei nineties, spopolavano serie come Friends o Seinfield, che io ho sempre cordialmente snobbato e che su questo tipo di formula hanno costruito la loro fortuna, ma anche lo scoppiare del più recente fenomeno di Big bang theory, passato praticamente inosservato in casa Ford: così, nonostante i premi vinti in questi ultimi anni, ho approcciato con un certo quantitativo di riserve Modern family, serial apprezzatissimo ovunque e vincitore, tra le altre cose, di un Golden Globe, mica proprio bruscolini.
Giunto alla fine della prima stagione, posso dire che la scommessa - principalmente di Julez che me l'ha proposto - è pienamente vinta, e che Modern family è riuscito a divertirmi e non poco, travolgendomi con la sua freschezza, i suoi protagonisti - tutti azzeccatissimi - ed una mancanza di pretese che può solo che fare bene al panesalamismo necessario per essere i benvenuti in casa Ford.
Il tutto, per l'appunto, nonostante mantenga alcune caratteristiche che ricordano - e non poco - il format della sit-com in genere.
La varietà di situazioni e le differenze tra le tre famiglie protagoniste, inoltre, permettono allo spettatore di far scattare il fondamentale meccanismo - per i serial televisivi - della preferenza per uno o l'altro gruppo di personaggi, andando ad alimentare in questo modo l'attesa per l'episodio successivo neanche si trattasse di una serie action o drammatica con risvolti che leghino una puntata alla successiva.
In questo senso, la mia personale preferenza va tutta alla famiglia Pritchett, complici il fare da cowboy di Jay - in assoluto il mio preferito -, lo stile impareggiabile di Manny e la "dirompenza" di Gloria, anche se occorre ammettere che personaggi quali Phil - in assoluto il mattatore della serie - e Cameron - rido ancora al pensiero della gag a proposito di "Cesar Salad" - siano charchters pressochè perfetti: certo, una serie di questo genere difficilmente raggiungerà mai vette particolarmente elevate - in fondo nasce come prodotto di totale intrattenimento -, eppure i margini di ulteriore miglioramento sono netti, così come la curiosità da parte del sottoscritto di scoprire cosa si inventeranno gli strampalati membri di queste tre scombinate famiglie per tenere viva l'attenzione e alto lo spirito degli spettatori con la prossima annata.
Considerato che, in partenza, non avrei scommesso un centesimo su questa visione, direi che il successo è stato clamoroso, e, magari alternandola a titoli più impegnativi, risulta un ingrediente perfetto per una visione leggera eppure intelligente, legata sempre e comunque al concetto di famiglia - che non fa mai male (ri)assaporare - e, cosa fondamentale, assolutamente a suo agio nel prendersi in giro e sfoderare un'ironia che non passava sui miei schermi - parlando di serial - dai tempi di Extras.
Dunque, belli - come direbbe Phil -, cosa aspettate a guardarlo?
In fondo, in questi specchi pur deformati del vecchio concetto di focolare domestico, potreste ritrovare anche un bel pò della vostra immagine.


MrFord


"We are family
I got all my sisters with me 
we are family
get up everybody and sing."
Sister Sledge - "We are family" -


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