Visualizzazione post con etichetta baracconate selvagge. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta baracconate selvagge. Mostra tutti i post

martedì 16 luglio 2013

The Lone Ranger

 Regia: Gore Verbinski
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 149'




La trama (con parole mie): nella San Francisco del 1933 un bambino con la passione per i cowboys incontra in un circo il nativo americano Tonto, spalla del leggendario eroe Lone Ranger, che più di sessant'anni prima divenne una vera e propria leggenda del West.
Preso in simpatia il giovane interlocutore - o forse solo desideroso di parlare - Tonto riporterà la memoria ai tempi in cui conobbe l'avvocato e procuratore John Reid, rivelando quali furono le vicende che lo portarono ad indossare una maschera ed agire oltre i confini della Legge solo ed esclusivamente per esercitarla e preservarla, nonchè per proteggere i deboli dalla tirannia di uomini malvagi e votati al denaro e al potere.
Ma i racconti di Tonto sono realtà o frutto dell'immaginazione ormai non proprio lucida di un vecchio indiano d'america ormai più vicino all'altro mondo che non l'altro mondo stesso?
Solo l'immaginazione, ed il cuore, potranno dirlo.




Da buon gestore di un Saloon, non posso che essere - come la maggior parte di voi ormai ben sa - un grande ammiratore del western, come genere, concetto ed oggetto dell'immaginario collettivo nonchè personale, dalle serate con mio nonno e John Wayne quando ero bambino al Clint de Gli spietati.
Potete dunque comprendere quale fosse il mio stato d'animo all'idea che la premiata ditta Pirati dei Caraibi - che comunque non ho disdegnato, nell'ambito dei giocattoloni per famiglie - si occupasse di West e di uno degli eroi più noti - almeno negli States - dello stesso, quel Lone Ranger che nel corso dei decenni ha stimolato la produzione di albi a fumetti, film, serie tv e chi più ne ha, più ne metta.
Sulla carta, le aspettative del sottoscritto erano pressochè nulle, tanto che se non avessimo avuto a disposizione i biglietti omaggio probabilmente non mi sarei neppure degnato di recuperarlo in tempi brevi, confinando l'ennesima baracconata ad una qualche serata senza impegno in data da destinarsi.
Fortunatamente, a volte le aspettative finiscono per essere disattese, ed in positivo: perchè The Lone Ranger non solo mostra tutto il meglio di cui è capace Gore Verbinski - artigiano di classe, oserei dire - nonchè l'industria hollywoodiana dello spettacolo di ampio respiro e fracassone, ma presenta anche un certo rispetto per il genere - soprattutto quello degli spaghetti e del più recente Tarantino, pur non avvicinandosi, ovviamente, neppure da lontano agli standard qualitativi del regista del Tennessee -, un occhio attento per quelli che sono i grandi temi della Frontiera - il concetto di Giustizia, il massacro dei nativi americani - senza per nulla eccedere in retorica ed una dose di autoironia consistente, che avvicina il lavoro del buon Gore a quello di Guy Ritchie con il suo Sherlock Holmes - il primo capitolo, almeno - e non concede troppo all'idea che il tutto è stato probabilmente concepito dalla Disney - che produce - come una macchina mangiasoldi pensata per le scampagnate di genitori e figli verso il multisala nel weekend.
Il fatto che negli States non stia incassando come previsto è la prova di quanto più interessante sia rispetto a quello che la distribuzione vuole far credere questo giocattolone, che ricorda moltissimo Indiana Jones, non patisce la durata decisamente consistente - due ore e venti piene piene che scorrono in un lampo -, presenta due protagonisti perfettamente amalgamati - l'allampanato e rigido John Reid di Armie Hammer, che gli occupanti di casa Ford hanno trovato ancora una volta più che convincente dopo le prove di The social network e J. Edgar, ed il Tonto di Johnny Depp, che senza dubbio è l'ennesima prova di quanto l'attore si sia ormai focalizzato su charachters folli e scombinati ma che funziona anche nella sua parte drammatica, oltre che negli irresistibili duetti con Lone Ranger, o Kemosabe - e regala emozioni sia nelle sue parti più nascoste - il massacro dei Comanche da parte dell'esercito - che in quelle più smaccatamente goliardiche - lo spettacolare e divertentissimo inseguimento tra i due treni nel finale -.
Senza contare che lo Spirito del cavallo, o Silver, come verrà ribattezzato dallo stesso John Reid, regala quel tocco di follia necessario affinchè l'intera operazione consideri di continuare a prendersi in giro senza se e senza ma, e due cattivi d'eccezione, uno sporco e selvaggio come solo i banditi del vecchio West possono essere e l'altro decisamente più terrificante, perchè figlio del denaro e della volontà nata dall'esercizio del potere e da un concetto di crimine legalizzato finanziato solo ed esclusivamente dalla corruzione.
E tutti questi spunti nonostante si tratti, a tutti gli effetti, di un divertissement che non si fa mancare nulla, che senza dubbio i cosiddetti cinefili snobberanno senza ritegno perchè troppo commerciale ed il pubblico occasionale non riuscirà a cogliere nel profondo perchè troppo stratificato: eppure nelle avventure di Lone Ranger e Tonto c'è tutto lo spirito della Frontiera di cui John Ford scrisse l'epitaffio - "Quando nel West la Realtà incontra la Leggenda, vince la Leggenda" -, ed allo stesso tempo la voglia di buttarsi a capofitto in un'impresa impossibile che fece dei miti degli anni ottanta come il già citato Indy dei miti, e non solo degli anni ottanta.
Per quanto i radical chic e chiunque si sia dimenticato della dimensione della propria fanciullezza possano affermare il contrario, in questo The Lone Ranger c'è tutta la meraviglia del Cinema larger than life, un viaggio folle e scriteriato - ma neppure troppo, Tonto docet - su un ottovolante che chiede soltanto di lasciarsi andare, come se a guidarci fosse un "Grande Spirito" che potremmo anche non avere mai visto.
E che invece è lì, di fronte a noi, proiettato sullo schermo di una sala.


MrFord


"Lascia l'ascia di guerra 
e accetta l'accetta dell'amicizia
è solo un presente per te
bevi un goccio da me
al bar di Brokeback Mountain
stringi le mie mani tu."-
Elio e Le Storie Tese - "Indiani (a caval donando)" -

giovedì 8 settembre 2011

Conan the barbarian

Regia: Marcus Nispel
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 113'





La trama (con parole mie): nel pieno dell'era Hyboriana, in un mondo popolato da grandi guerrieri, spietati tiranni e creature magiche, il giovane Conan, scampato al massacro del suo villaggio e cresciuto vivendo di imprese eroiche ed espedienti da strada, torna nel Continente dopo avere esplorato i mari per vendicare la morte del padre, avvenuta per mano dello spietato Khalar Zim, che con la figlia Marique ha intenzione di sacrificare l'ultima discendente di un'antica dinastia per attivare i poteri di una maschera in grado di resuscitare i morti.
Toccherà a Conan difendere la giovane e, al contempo, cercare vendetta e salvare il mondo conosciuto: selvaggio e spietato di certo, ma pur sempre libero dai tiranni come Zim stesso.



Negli ultimi anni, complici alcuni rilanci fortunati ed una certamente presente crisi di idee, il Cinema americano ha spesso e volentieri ripescato dalle pellicole di culto dei decenni passati nella speranza di bissarne il successo, spesso e volentieri incappando in clamorosi flop non soltanto di critica - in questi casi c'è sempre da aspettarselo -, quanto anche al botteghino.
Dunque abbiamo visto passare sui nostri schermi roba davvero di poco conto come Predators e Nightmare, trasformati da veri e propri miti degli anni ottanta a sbiaditissime brutte copie di se stessi.
Immaginate il sacro terrore che mi attanagliò quando venni a sapere che il nome successivo sulla lista era quello di Conan, uno dei cult assoluti della mia infanzia nonchè simbolo di quello che, ai tempi, fu il "superomismo" secondo Schwarzenegger, che allora fu protagonista di due film - il primo, di ottima fattura, praticamente una sorta di action epico d'autore; il secondo, una divertente baracconata che cavalcò il successo del personaggio - e divenne, a tutti gli effetti, uno dei riferimenti di un'intera generazione di spettatori.
Dunque, cosa è rimasto del granitico eroe interpretato dall'ex Governatore della California in questa pellicola costruita per l'audience del nuovo millennio?
Onestamente, poco o nulla, soprattutto pensando al primo dei due film allora dedicati al nostro cimmero preferito: la sceneggiatura di John Milius e Oliver Stone, che esplorava territori di epica ed avventura, ma costruiva attorno al personaggio l'aura del solitario barbaro in cerca di libertà che aveva in Tulsa Doom il nemico peggiore ma anche, in qualche modo, una sorta di distorta figura paterna, è sostituita da una più leggera macchina per lo spettacolo sfrenato che strizza l'occhio ai Pirati dei Caraibi e a Prince of Persia, dimenticando la quasi totalità della violenza di allora e concentrandosi sull'aspetto più cialtronesco anche dello stesso Conan, più simile a quello visto in Conan il distruttore, che non nell'originale Conan il barbaro.
Eppure, al contrario di schifezze inseribili nello stesso contesto come Scontro tra titani, questa nuova versione del personaggio che portò alla ribalta Schwarzy risulta tutto sommato godibile nei suoi limiti, fornendo l'intrattenimento necessario per un paio d'ore scarse di videogiocone senza troppe domande da godersi con birrozza, patatine e rutto libero, sentendosi un pò bambini e un pò barbari, e considerata la discreta autoironia dell'intera opera, senza dispiacersi troppo di questo potenzialmente rischiosissimo reboot.
Da par suo, Jason Momoa cerca in tutti i modi di fornire la sua versione dell'eroe hyboriano, lasciandosi alle spalle l'inespressività rocciosa dell'originale per buttarsi su un charachter rude ma più simile al Dastan del già citato Prince of Persia, risultando certamente più elastico e meno statuario del vecchio Arnold eppure, in qualche modo, più feroce e "sporco": certo, dopo aver visto il giovane attore e modello dare volto e corpo al dirompente Khal Drogo in Game of thrones la curiosità di osservarlo di nuovo in quelle vesti in un ruolo da protagonista assoluto era molta, ma tutto sommato si può dire che, data l'entità del confronto cui era chiamato, Momoa non abbia affatto sfigurato, peccando forse addirittura in eccessiva espressività.
Per quanto riguarda il resto del cast troviamo, nel ruolo di Khalar Zim, il sempre cattivissimo Stephen Lang - ormai noto per il suo ruolo in Avatar - affiancato dalla convincente Rose McGowan nel ruolo di Marique, mentre dall'altra parte della barricata il vecchio leone Ron Perlman si gioca il ruolo del padre di Conan, l'insipida Rachel Nichols quello di Tamara - l'ultima purosangue che Zim insegue per riattivare il potere della maschera - e Nonso Anozie quello di Artus, alleato del cimmero.
Curioso che proprio quest'ultimo sarà il nuovo alleato di Daenerys Targaryen nella seconda stagione della succitata Game of thrones, raccogliendo di fatto il testimone di Drogo/Momoa.
Dunque, per i fan hardcore del personaggio creato da Robert E. Howard, il mio consiglio è quello di prendere questa sua nuova incarnazione come un gioco, senza troppi (pre)giudizi a pesare sulla già non troppo resistente ossatura di questo lavoro di Marcus Nispel: da buoni barbari, preparate semplicemente un bel pò di arrosticini e un paio di panozzi come si deve, affogateli nell'idromele - o in un qualsiasi suo sostituto - e non pensate troppo.
In fondo, non è certo quella la specialità di Conan.

MrFord

"Stand and fight
live by your heart
always one more try
I'm not afraid to die
stand and fight
say what you feel
born with a heart of steel."
Manowar - "Heart of steel" -
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...