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giovedì 10 settembre 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): seconda settimana ufficiale dal "rientro", con i primi presunti blockbuster autunnali e le uscite di Venezia pronte a cominciare a fare capolino in sala. Purtroppo continua a fare capolino da queste parti e nella blogosfera anche Cannibal Kid, che continuo a sperare possa vincere il Macchianera e dunque ritirarsi all'apice della sua carriera di blogger.
Per fare fronte in particolare alla presenza del mio acerrimo nemico, come di consueto mi occorrerà rifugiarmi nell'alcool ed in alcune uscite che lui, ovviamente, schiferà da buon scarso intenditore di Cinema. 


"Ecco una bella ballad dedicata al mio fan numero uno, Cannibal Kid."

Fantastic 4 - I fantastici quattro

"E così quel brutto muso è Cannibal Kid!? E' proprio un mostro!"
Cannibal dice: Di questo film ne parlano tutti male e negli Usa è stato un flop clamoroso. Da una parte la cosa mi fa piacere, visto che le pellicole supereroistiche mi hanno stufato più delle recensioni di Preacher su WhiteRussian. Dall'altra mi spiace, perché il cast è composto da una serie di promettenti giovani attori come Kate Mara, Miles Teller, Michael B. Jordan, Jamie Bell e Toby Kebbell. Considerando che io e il resto del mondo sui film sui supereroi (e non solo) spesso la pensiamo al contrario, chissà allora che non avvenga qualcosa del genere pure in questo caso. Anche perché mi rifiuto di credere che questo nuovo Fantastic 4 possa essere peggio di quello uscito una decina d'anni fa.
Ford dice: i Fantastici 4 sono sempre stati tra gli eroi Marvel che meno preferivo ai tempi in cui divoravo albi senza alcun ritegno, e nonostante un cast che prometteva molto bene pare che il risultato cinematografico per Reed Richards e soci sia stato anche questa volta disastroso.
Ovviamente lo guarderò, ma per evitare di incazzarmi troppo, con le aspettative davvero al minimo.



Dove eravamo rimasti

"Hey Meryl, la tua ballad per Cannibal era proprio forte!"
Cannibal dice: Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti a Cannibal Kid che è uno dei più grandi blogger in circolazione, mentre Ford arranca tra i peggiori. Quanto al film, il fatto che sia diretto da Jonathan Demme e sceneggiato dall'idola assoluta Diablo Cody lo pone subito in cima alle visioni della settimana. La presenza nel cast dell'insopportabile prima della classe Meryl Streep e addirittura di Rick Springfield, rockstar fallita che oggi vanta un unico fan (Mr. Ford) abbassano però, e di parecchio, le aspettative. Di Diablo Cody ho apprezzato tutto, da Juno a Young Adult, passando per la serie tv United States of Tara e persino per lo spernacchiato Jennifer's Body. Spero che questa non sia la prima delusione che mi regala.
Ford dice: io ho sempre voluto un gran bene a Jonathan Demme, Diablo Cody è rock, Rick Springfield mitico, eppure dal trailer di questo film posso trarre solo le conclusioni peggiori, ovvero che si tratti della solita, bieca operazione per spingere l'insopportabile Streep verso un'altra inutile nomination all'Oscar, giusto per fare presenza.
Credo lo lascerò al mio rivale, che penso possa detestare la vecchia Meryl anche più del sottoscritto.



Metamorfosi

"Ma quale Cannibal!? Ai Macchianera vinco io!"
Cannibal dice: Questo è il vero film della settimana. Il documentario sull'esperienza di Fabrizio Corona durante i servizi sociali si preannuncia come l'evento “cinematografico” più trash dai tempi del “film” Troppo belli con Costantino e quell'altro di cui non ricordo più il nome. La classifica del peggio dell'anno reclama una visione di questa pellicola, che così potrebbe dare del filo da torcere ai lavori con Schwarzy tanto osannati su WhiteRussian.
Ford dice: se non fosse che difficilmente muoverò anche solo un dito sulla tastiera per cercarlo, probabilmente questo si rivelerà il titolo horror più importante dell'anno.
Pensare ad un documentario incentrato su Fabrizio Corona è da brividi almeno quanto le valutazioni cinematografiche di Peppa Kid.




Self/less

"Forse sarebbe stato meglio bere un White Russian, invece della tisana di Katniss Kid!"
Cannibal dice: Il regista Tarsem non mi piace. Il cast composto dall'inespressivo Ryan Reynolds, dal sopravvalutato Ben Kingsley e dalla pessima Natalie Martinez, che si è segnalata in negativo in serie come Under the Dome e Secrets and Lies, non mi piace. Ford non mi piace. E anche se quest'ultima cosa non c'entra niente, mi piaceva dirla.
Ford dice: ennesimo filmetto inutile di un regista che non mi ha mai coinvolto, con protagonista uno degli attori più cani del panorama statunitense che per l'occasione sfoggia una spalla illustre che, nonostante tutto, sotto sotto non ho mai sopportato.
Come se non bastasse, la trama sembra la solita mistura di generi un po' "do cojo cojo" ed il trailer non è accattivante neanche per sbaglio.
Ci manca giusto il Cannibale nel cast, ed il titolo di schifezza del mese è garantito.



No Escape - Colpo di stato

"Te l'avevo detto, di non fare incazzare Ford!"
Cannibal dice: Owen Wilson in versione action hero mi sembra più improbabile di me in versione action hero. Questo thrillerone d'azione sfoggia inoltre nel cast l'odioso Pierce Brosnan e pare un'americanata grande come una casa. Si chiamerà anche No Escape, ma a me ha fatto venire una gran voglia di scappare. Manco ci fosse un Mr. Ford in avvicinamento.
Ford dice: Owen Wilson mi sta simpatico. Da sempre. Ma come action hero è quasi meno credibile del mio scomodo co-conduttore.
Trailer ancora una volta pessimo, Pierce Brosnan a peggiorare la situazione, roba di grana grossa per nulla divertente come piace a me.
Qui c'è da pianificare un escape con i fiocchi per evitarlo.




Sangue del mio sangue

"Ci sono Cannibal e Ford, quei due blasfemi. Preghiamo tutti insieme."
Cannibal dice: Marco Bellocchio è un autore troppo fordiano per i miei gusti. Per quanto abbia anche fatto film validi come Buongiorno, notte, il suo ultimo Bella addormentata teneva però troppo fede al suo titolo e faceva davvero addormentare. Questo suo nuovo film in concorso a Venezia che “vanta” nel cast la solita Alba Rohrwacher lo lascio quindi alla visione del brutto addormentato, Mr. James Ford.
Ford dice: Bellocchio da queste parti è fortemente rispettato, avendo sfornato cose grandiose come Buongiorno, notte o L'ora di religione, nonchè uno dei più grandi film italiani degli ultimi trent'anni, Vincere.
Avendo raccolto le energie durante l'estate, direi che questa potrebbe essere la mia prima visione autoriale della nuova stagione.




Non essere cattivo

"Ford ha dato tre calci rotanti a Cannibal: potrò fare di meglio?"

Cannibal dice: Non essere cattivo, Cannibal. L'ambientazione anni '90 potrebbe rendere questa pellicola italiana quasi interessante, quindi eviterò di parlarne male. Come fare?
Non lo guardo, così non ne parlo proprio.
Ford dice: non essere cattivo, Ford. Smettila di bulleggiare Peppa Kid. È così piccolo, carino e coccoloso!
Come dici!? Posso scordarmelo!?
Sei davvero il più bruto dei bruti!​



lunedì 13 gennaio 2014

Il silenzio degli innocenti

Regia: Jonathan Demme
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 118'




La trama (con parole mie): la giovane recluta dell'FBI Clarisse Starling è aggregata alla squadra dell'unità comportamentale diretta da Jack Crawford in modo che possa instaurare un rapporto di complicità con il serial killer Hannibal Lecter, da otto anni rinchiuso in una struttura psichiatrica statale, e riuscire in questo modo ad ottenere dal "cannibale" un profilo per Buffalo Bill, psicopatico che terrorizza da mesi l'America rapendo e dunque uccidendo giovani donne particolarmente formose.
Il confronto tra l'aspirante agente ed il geniale, terribile ex-psichiatra segnerà le vite di entrambi, destinando la prima ad un confronto drammatico con lo stesso Buffalo Bill ed il secondo ad un clamoroso ed agghiacciante piano per tornare in libertà, pronto a vendicarsi di chi l'ha perseguitato durante la sua prigionia.




Di decennio in decennio, di epoca in epoca, nel nostro confronto di spettatori con la settima arte, capita di incontrare alcune pellicole destinate a segnare profondamente la cultura popolare anche al di fuori dei confini delle sale, fenomeni di costume che paiono nati per assurgere al ruolo di cult imprescindibili.
Nel 1991, partendo dai best sellers firmati da Thomas Harris - che avevano già ispirato il meraviglioso Manhunter firmato da Michael Mann a metà degli anni ottanta -, Jonathan Demme centra il suo Capolavoro regalando al pubblico Il silenzio degli innocenti, uno dei thriller più celebrati del Cinema, reso ancora più prezioso dalle interpretazioni indimenticabili di Jodie Foster - che pare aver trasformato e fatto evolvere il charachter di Sotto accusa - e Anthony Hopkins, che con il suo Hannibal Lecter segnò profondamente l'immaginario dell'audience con una performance destinata a fare epoca - e forse qualcosa in più -.
Eppure, Il silenzio degli innocenti è ben più di un thriller ad orologeria realizzato basandosi sui grandi esempi forniti dal Cinema USA anni settanta - Tutti gli uomini del Presidente di Pakula su tutti -: il confronto tra Clarisse Starling ed il terribile duo composto da Lecter e Buffalo Bill è il simbolo di uno spaccato dell'America oscura nascosta nelle tranquille cittadine di provincia e sotto i tappeti delle grandi città, la culla del disagio mentale e sociale che finisce per portare in superficie la violenza di predatori sessuali e non, e rende gli States la patria del serial killer come concetto, il ritratto delle miss del liceo mangiate - spesso letteralmente - da mostri ai margini della morale comune con i quali si arriva sempre e comunque a trattare nel momento in cui gli stessi mostrano di poter avere qualcosa da mettere sul piatto come merce di scambio.
Eppure, in questo banchetto di carne e sangue, ad uscire sconfitto finisce per essere il sistema, messo in ginocchio dal genio assoluto di Lecter - magistrale, e da brividi, la lunga sequenza della sua evasione, così come la prima visita ricevuta dal Dottore nella sua cella "speciale" - almeno quanto dal desiderio di giustizia di Clarisse, decisa a lottare affinchè gli agnelli che ancora piangono nella sua testa - e ogni volta, al racconto sull'episodio che segnò l'infanzia della recluta, corrono brividi lungo tutta la schiena - trovino la pace che meritano grazie alla guida del primo tra loro, lei stessa, sconvolta ancora bambina dalla morte del padre, unica figura di riferimento, nonchè agente di polizia.
"Non verrò a trovarti, Clarisse, il mondo è migliore se esiste una persona come te", sussurra Lecter al telefono alla sua antagonista, come se il Male bramasse, fosse dipendente, desiderasse - per parafrasare l'ex psichiatra assassino - il confronto con il Bene, o almeno con chi più lo rappresenta: in un certo senso, si potrebbe pensare che la ricerca di vittime da parte di un assassino seriale possa essere un estremo tentativo di confrontarsi con l'innocenza e quello stesso Bene, il bisogno, al contrario della giovane Starling, di provare sulla pelle le grida di quegli agnelli, affinchè il silenzio degli innocenti non renda troppo buia e soffocante la loro convivenza con un Io terribile ed oscuro.
Ma per quanto si possa pensare, supporre, immaginare, non ci saranno mai risposte effettive, agli estremi che il mondo e la Natura ci portano a conoscere e provare: come racconta Herzog nel magnifico Grizzly man, negli occhi neri di un predatore non c'è un significato, una risposta, un perchè. C'è soltanto l'istinto di uccidere, le grida di quegli agnelli, il buio.
Lo stesso che squarcia Clarisse a colpi di pistola di fronte a Buffalo Bill, in uno dei passaggi più incredibili che il Cinema - non solo recente - abbia regalato al pubblico.
Un boato affinchè la luce tracci il suo percorso verso la salvezza.
Un boato affinchè cali il silenzio.
E gli innocenti possano riposare al sicuro dalle fauci dei predatori.


MrFord


"My innocent victims are slaughtered with wrath and despise,
the mocking religion of hatred that burns in the night.
I have no one, I'm bound to destroy all this greed,
a voice inside me compelling to satisfy me."
Iron Maiden - "Killers" - 


mercoledì 19 ottobre 2011

The agronomist

Regia: Jonathan Demme
Origine: Usa
Anno: 2003
Durata: 90'



La trama (con parole mie): la vita dell'attivista politico haitiano Jean Dominique, dagli studi da agronomo alle battaglie come proprietario della prima radio libera dello stato caraibico vessato dalle dittature, dalla violenza e dalla povertà.
Un uomo carismatico ed affascinante, vitale ed entusiasta che accanto alla compagna Michele Montas è stato per oltre quarant'anni un simbolo dell'emancipazione dal potere e dalla sua oppressione per tutti gli abitanti di Haiti, dagli intellettuali di Port au prince ai più poveri dei contadini della valle dell'Artibonite.
Un Uomo di quelli che nascono una o due volte in un secolo, ad essere proprio fortunati, destinato con la sola forza di un ideale a cambiare il destino di un'intera Nazione, o lottare fino alla fine per provarci.





A volte capita, grazie ad alcuni film, di scoprire mondi di cui quasi si ignorava l'esistenza, e ancor più le persone che più li rappresentano, o li hanno rappresentati: quando vidi The agronomist per la prima volta, non molto tempo dopo la sua uscita, conoscevo Haiti soltanto per la posizione geografica, il mito del voodoo e quel gioiellino de Il serpente e l'arcobaleno di Wes Craven. 
Proprio grazie alla visione dell'opera del papà di Nightmare avevo scoperto parte della drammatica situazione del vicino sfortunato della Repubblica Domenicana, un Paese schiacciato dal peso di percentuali altissime di povertà ed analfabetismo e dalla dittatura di Duvalier padre e figlio, soltanto due tra i tanti despoti che, spesso sotto il beneplacito e silenzioso consenso degli Stati Uniti hanno potuto esercitare un potere pressochè assoluto sulla popolazione, reprimendo i dissidenti grazie ad una milizia scelta - i terribili Macoute - ed utilizzando alla luce del sole intimidazione, tortura ed una legge piegata completamente al loro volere.
Ricordo anche che, dopo la prima visione, accarezzai l'idea di organizzare un viaggio ad Haiti per visitare Radio Haiti International e provare a scrivere una sceneggiatura per un fumetto basato sulla vita di Jean Dominique e degli altri collaboratori dell'emittente: mi documentai, e risultò che anche secondo gli organizzatori più "wild" - e parliamo di anni prima del terremoto - un viaggio di quel genere risultava sconsigliato a qualunque viaggiatore non fosse sotto l'egida di organizzazioni umanitarie internazionali, e che a volte neppure quello bastava per avere la garanzia di un soggiorno "tranquillo": le condizioni sanitarie, la criminalità ed il regime costituivano rischi molteplici ed evidenti a qualsiasi turista, specie se bianco. Addirittura, in più di una guida e parlando di Port au prince - capitale di Haiti - si consigliava con viva decisione di evitare di uscire dalla piazza principale della città - dove sono radunati quasi tutti gli alberghi - dopo il tramonto.
Ma questa è un'altra storia, e certo non importante quanto quella che Jonathan Demme narra in questo strabiliante documentario, una lezione di tecnica cinematografica e, soprattutto, di umanità: grazie ad un montaggio praticamente perfetto, una regia che lascia campo libero alle immagini senza che la presenza dello stesso autore possa appesantire il risultato, una colonna sonora dalla grandissima intensità firmata da Wycleaf Jean e Jerry Duplessis - un musicista locale -, il regista de Il silenzio degli innocenti porta sullo schermo la battaglia durata una vita di Jean Dominique per i diritti umani e la libertà di stampa ed informazione nella sua terra, una terra che ama profondamente, e racconta con occhi carichi di ispirazione, passione, entusiasmo anche quando, nel corso dei due lunghi periodi d'esilio vissuti a New York fu costretto a far tacere la voce della radio, anche se non la sua.
Dai racconti delle sue sorelle a quelli di Michele Montas - una donna dal coraggio incredibile, grande almeno quanto lo stesso Dominique -, dagli aneddoti di questo "agronomo senza terra" divenuto il paladino del popolo legati alle similitudini tra dittatori, al Cinema, al bisogno di informazione e cultura, al padre che, fiero, esponeva la bandiera di Haiti ricordando al piccolo Jean "tu non sei inglese, non sei francese, non sei americano: tu sei haitiano", alla sicurezza con la quale, ad ogni momento drammatico vissuto da lui stesso e dai suoi collaboratori, rispondeva dicendo che le pallottole non avrebbero mai fermato la loro battaglia, perchè i proiettili non potranno mai uccidere gli ideali, e che non aveva "nessun dubbio" che la sua radio avrebbe ripreso a trasmettere, "neppure un'ombra di dubbio", anche quando erano passati anni dall'ultima messa in onda.
Una figura straordinaria e profondamente umana, vitale ed aperta al mondo, ma con le radici ben piantate nel suo Paese e nelle sue tradizioni paragonabile, per impatto storico e grandezza, a personaggi quali furono Gandhi o il nostro Giovanni Falcone.
Uomini dallo spessore enorme, dalla forza quasi inimmaginabile, eppure mai neppure apparentemente schiacciati dal peso delle loro responsabilità, del loro ruolo, della loro importanza.
Uomini incorruttibili, troppo grandi per i piccoli tiranni con cui hanno dovuto confrontarsi.
Uomini che sono andati incontro al loro destino senza abbassare il capo, e che come in vita, nella morte continuano ad essere esempi fondamentali per intere generazioni.
Gli ideali non possono essere scalfiti dai proiettili o dalle bombe, e hanno una potenza così grande da sorprendere perfino i loro stessi paladini: la sequenza del ritorno ad Haiti di Jean Dominique al termine del suo secondo esilio, quando lui stesso pensava che la gente si fosse dimenticata di lui e della radio, è in questo senso a dir poco clamorosa.
Osservare Dominique e sua moglie scendere dall'aereo ed essere accolti da una folla di sessantamila persone giunte da tutto il Paese, vedere il conduttore portato in trionfo con la commozione e lo stupore dipinti sul volto incitare la folla perchè cambiasse il suo grido da "Dominique!" ad "Haiti!" è una lezione di umanità di quelle che andrebbero mostrate come esempio a quei piccoli uomini da poco che amano crogiolarsi nel potere e pensano che nel sangue le voci di Uomini come Dominique possano essere zittite.
Perchè, come ad un mese dalla sua uccisione, nel corso della giornata mondiale della libertà di stampa, Michele Montas riaprì i microfoni della radio per comunicare una notizia appena giunta in redazione, che Jean Dominique non era morto, perchè era tra la gente, e lì con loro, anche qui al saloon, a distanza di undici anni da quel giorno, lontano mezzo mondo, anche io dico che Jean Dominique è ancora qui, e non c'è verso che riescano a farlo tacere.


MrFord


"Se le sak mirak la komansè
sa ki aveg gade yo wè
sa ki bebè gade yo palè
aveg yo di yo pa renmen sa yo wè
bebè di, yo pa renmen jan w'ap pale."
Wycleaf Jean feat. Jerry Duplessis - "Nou va rive" -





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