
Nonostante gli impegni lavorativi, la desertificata blogosfera e Red Dead Redemption 2 che mi cattura sempre di più, anche a questo giro di giostra sono riuscito a portare a casa qualche visione nel corso della settimana: titoli criticati, non perfetti, lontani dal poter essere considerati tra i migliori dell'anno, eppure a loro modo di carattere e ottimi da gustarsi per serate da divano e White Russian - ovviamente - lontani dal freddo ormai quasi invernale.
MrFord
RED ZONE - 22 MIGLIA DI FUOCO (Peter Berg, USA, 2018, 94')

Peter Berg da queste parti è sempre ben accetto dai tempi di Friday Night Lights, e nonostante si tratti di uno dei registi action più americani - nel senso stelle, strisce e se metti piede nella mia proprietà ti pianto una palla in corpo - che si possano immaginare, è sempre riuscito a trasportare la tipica retorica bianca, rossa e blu in qualcosa di sanguigno e tosto.
Non è da meno il tanto vituperato - in patria - Mile 22, action di stampo orientale - in più occasioni mi ha ricordato The Raid - che vede un altro fordiano d'eccezione, Mark Wahlberg, capitanare una squadra di operativi paramilitari incaricati di accompagnare un prigioniero politico fino ad un recupero che pare distante anni luce nel tipico action survival che quasi ricorda un videogiocone sanguinoso.
Strepitosi i combattimenti, da quello con protagonista Lauren Cohan a tutti quelli che vedono al centro dell'azione Iko Uwais, già star di The Raid - per l'appunto -: e come se non bastassero botte, proiettili ed un ritmo incalzante, i twist continui del finale aggiungono pepe ad un titolo, a mio parere, sottovalutato ed incompreso. Roba tosta.
BOHEMIAN RHAPSODY (Bryan Singer, UK/USA, 2018, 134')

Freddy Mercury e i Queen sono stati, ai tempi delle medie, una delle mie prime cotte musicali, con quel loro gusto kitsch e sopra le righe e pezzi che praticamente parevano nati per far parte di compilation e greatest hits vari: la storia di Mercury, legata a doppio filo all'AIDS e alle controversie sulla sua sessualità è da sempre materia di chiacchiere tra gli appassionati, e nonostante la critica illustre non veda la sua band come una delle più importanti del rock non ci sono dubbi rispetto al fatto che ne abbia fatto indubbiamente la Storia.
Il lungometraggio che ne racconta le gesta sul palco e non solo, firmato dal Bryan Singer de I soliti sospetti ed interpretato da un grandissimo Rami Malek, è a tratti troppo facile nel suo svolgimento, per certi versi clamorosamente hollywoodiano e pronto a fare leva nella seconda parte sul coinvolgimento emotivo ed ovviamente sui pezzi immortali scritti dalla band, eppure è, come Mile 22, pane e salame e di cuore anche nel mostrare quegli stessi limiti, esibiti al contrario orgogliosamente almeno quanto le modifiche "storiche" operate per alimentare la drammatizzazione del soggetto - come le tempistiche secondo le quali Freddy comunicò ai suoi tre compagni di aver contratto l'HIV -: in questo senso, probabilmente, sarebbe piaciuto ad un "eccessivo" come Mercury.
Ed il concerto del Live Aid replicato alla perfezione nel finale resta davvero da brividi.
MAKING A MURDERER - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2015)

La Storia della Giustizia americana è senza dubbio ricca di casi eclatanti raccontati spesso e volentieri dal grande e dal piccolo schermo, da Hurricane a O. J. Simpson.
In questo caso a portare sullo schermo l'incredibile lavoro in termini di dedizione degli autori è ancora una volta Netflix, che qualche anno fa fece parlare di sé grazie a questa serie dedicata all'incredibile vicenda di Steven Avery, condannato a metà degli eighties per uno stupro che non ha commesso e scarcerato grazie alla prova del dna dopo diciotto anni, che, dopo due anni di libertà ed una causa milionaria intentata contro il dipartimento di polizia della sua regione viene accusato di un omicidio dai contorni orrorifici con il giovanissimo nipote in quello che pare, dall'esterno, essere un vero e proprio caso di "costruzione di reato".
Stilisticamente antispettacolare - le riprese furono tutte fatte seguendo i protagonisti delle vicende, senza alcun fronzolo -, agghiacciante da seguire se non altro come critica feroce al sistema di giudizio negli USA, non privo di domande da una parte o dall'altra della barricata lo si guardi - in questo caso ricorda lo splendido Capturing the Friedmans di Jarecki -, forse non avrà la potenza emotiva o visiva di altri titoli, ma senza dubbio tocca nel profondo e fa riflettere su quanto fallibile sia o possa essere l'Uomo.