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giovedì 3 settembre 2015

1992 - La serie

Produzione: Sky
Origine: Italia
Anno: 2015
Episodi: 10






La trama (con parole mie): con l’arresto di Mario Chiesa, nel febbraio del millenovecentonovantadue, ha ufficialmente inizio quella che sarebbe divenuta nota come Tangentopoli. Il mondo dorato della politica e dell’imprenditoria selvaggia degli anni ottanta venne di fatto ribaltato – almeno all’apparenza – da Antonio Di Pietro e dal suo staff, impegnati in un’indagine che costò la carriera ad alcuni dei volti più in vista della cosiddetta “Prima Repubblica”.
Attorno alle vicende realmente accadute di quei giorni, assistiamo a quelle di fiction del pubblicitario arrivista Leonardo Notte, pronto ad intuire il futuro di Berlusconi in politica, Luca Bosco, ex rugbista e militare deputato per la Lega Nord, e Luca Pastore, agente di polizia il cui destino è legato a doppio filo con quello della famiglia Mainaghi dal momento in cui, a seguito di una trasfusione ricevuta a causa di una ferita subita durante un’azione, si è ritrovato infetto da HIV, scoprendo che l’origine dell’infezione stessa era legata ad una partita di plasma infetto messo in commercio senza alcuno scrupolo proprio da una delle società del patriarca dei Mainaghi.
Che destino riserverà il novantadue ad ognuno di loro?








Quando si parla di serial italiani, normalmente la prima cosa che passa per la mente sono le penose fiction realizzate per i canali nazionali ed i loro diretti concorrenti privati buone giusto per fare il paio con il peggio che la distribuzione nostrana possa offrire al pubblico in sala.
Negli ultimi dieci anni – e forse più, a ben vedere – gli unici prodotti che made in Terra dei cachi che paiono aver rotto gli argini ed aver assunto un respiro internazionale – ed una qualità degna di nota – sono stati senza dubbio il grottesco Boris, l’indimenticabile Romanzo criminale e il tanto celebrato ed ancora in attesa di un passaggio qui al Saloon Gomorra.
All’uscita di questo 1992, titolo pronto a richiamare un’epoca drammatica e ben precisa che ricordo molto bene anche di persona e a tentare di shakerare cronaca e fiction, dramma e fotografia di un periodo fondamentale per la Storia italiana, per la stessa Sky che aveva di fatto patrocinato i titoli già citati, non nego di aver storto il naso: l’anno che vide l’esplosione di Tangentopoli – partita con un’inchiesta che aveva come bersaglio Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio, detto “Bagina”, praticamente a meno di duecento metri da casa dei miei -, la morte di Falcone e Borsellino, l’accordo Stato/Mafia prendere forma, la Prima Repubblica cadere, passato attraverso un velo di finzione data dai protagonisti ed interpretato da Stefano Accorsi, che personalmente – fatta eccezione, in parte, per Santa Maradona – non mi è mai stato simpatico, mi dava l’impressione di una cosa patinata progettata a tavolino che non sarebbe stata affatto in grado di colpire ed emozionare come fu per le gesta del Libanese e dei suoi.
Fortunatamente per gli occupanti di casa Ford, mi sbagliavo: a partire dalla fulminante sigla musicata alla grande dal subsonico Boosta fino alla ricostruzione storica, i rimandi di cronaca gestiti ottimamente rispetto alla narrazione di finzione, 1992 ha rappresentato un altro grande successo per la brigata Sky, uno sguardo disilluso e drammatico su un’epoca che avrebbe dovuto segnare un cambiamento profondo nel Nostro Paese ed invece, al contrario, non ha fatto altro che veicolare il cambiamento di pelle di chi si è approfittato e continuerà ad approfittarsi della Legge e della Società per come le conosciamo.
Tolti, dunque, il già citato ed irritante Accorsi – che, comunque, con il suo Leonardo Notte finisce anche per starci quasi bene – e la canissima maledettissima Tea Falco – che pure ironizzerà sulla sua incapacità su Instagram, ma resta davvero una delle peggiori attrici che mi sia capitato di vedere sul grande e piccolo schermo -, il risultato è davvero eccellente, dalla rappresentazione di Di Pietro allo sviluppo di un personaggio come Bosco, senza dubbio quello che ho trovato più umano e vivo dell’intera produzione, dal male di vivere tipico di chi torna dalla guerra al legame insolito con il vecchio democristiano in caduta libera suo vicino di casa.
Lo spazio, dunque, per i testardi ed i pane e salame, gli arrivisti e “spietati”, i presunti salvatori della Repubblica delle banane – quasi terrificante la rappresentazione dell’eminenza grigia Dell’Utri, così come l’ascesa ancora solo suggerita di Berlusconi e di Forza Italia -, gli idealisti destinati a perdere anche nella vittoria e quelli e quelle che, semplicemente, passeranno, è distribuito con grande perizia e mestiere, coinvolge e conduce ad un finale di stagione che apre le porte ad un certo atteso 1993, che se saprà raccogliere i frutti seminati da questo inizio a tinte fosche potrebbe finire per settare un nuovo standard rispetto alla produzione seriale italiana.
Se non altro, da un’epoca senza dubbio buia e drammatica, potrebbe esser e uscito qualcosa di importante, intenso e prepotente come solo le grandi proposte – che si parli di tv o di Cinema – sanno essere.




MrFord




"Rhythm is a dancer
it's a soul companion
you can feel it everywhere
lift your hands and voices
free your mind and join us
you can feel it in the air."
Snap - "Rhythm is a dancer" - 





giovedì 26 aprile 2012

I più grandi di tutti

Regia: Carlo Virzì
Origine: Italia
Anno: 2011
Durata: 100'



La trama (con parole mie): quindici anni fa, i Pluto erano una realtà scoppiettante del rock alternativo di provincia.
Ora Loris, Sabrina, Mao e Rino non si parlano praticamente più, hanno vite lontane da quelle delle rockstar e cercano di fare fronte al tempo che passa e lascia indietro tutto e tutti, specialmente i sogni.
Ludovico Reviglio, un giovane giornalista musicale appassionato fan degli stessi Pluto nonchè più che benestante rampollo di una famiglia altolocata che nel pieno degli anni novanta, proprio dopo un concerto della band, perse la fidanzata e l'uso delle gambe in un incididente stradale, li contatta in modo da realizzare un'intervista da inserire in un documentario costruito interamente su di loro, e chissà, magari organizzare anche una storica reunion sul palco.
L'occasione darà modo ai componenti del gruppo di trovare nuovi stimoli e confrontarsi sui vecchi rancori.




Il fascino del rock di provincia ha sempre avuto una discreta presa, sul sottoscritto, vuoi per le velleità musicali mai effettivamente realizzate - non mi sono mai applicato abbastanza per poter effettivamente farmi il culo necessario per arrivare ad avere un gruppo fisso che avesse almeno un discreto giro di concerti, e non essendo propriamente un piccolo Hendrix o un Pastorius in erba, oltre alla saletta e qualche festa di amici non sono mai andato -, vuoi per un certo senso di appartenenza che ho sempre sentito rispetto ai rocker, specialmente fuori tempo massimo.
Già ai tempi di Radiofreccia mi ero gustato l'omaggio un pò naif e certamente lontano dai titoli effettivamente di valore nel panorama cinematografico italiano di Ligabue con piacere, e l'arrivo in sala di questa pellicola del meno talentuoso dei fratelli Virzì lasciava presagire un'operazione molto simile a quella che portò alla ribalta sul grande schermo il rocker di Correggio: in effetti I più grandi di tutti è uno di quei film da commedia all'italiana alternativa che si fa voler bene proprio per il suo essere outsider - come, del resto, i suoi protagonisti -, è piacevole e divertente, nonchè estremamente vero ed onesto nel finale e nell'evoluzione della storia dei Pluto e dell'intervista del caparbio Ludovico, che probabilmente vede nella band una possibilità concreta di confrontarsi con l'incidente che cambiò la sua vita per sempre.
Purtroppo, però, i modelli del genere come Ovosodo - firmato dal Virzì "titolato" - risultano decisamente distanti, e dal punto di vista prettamente cinematografico il risultato raggiunto da I più grandi di tutti è esile e poco consistente, giocato tutto sui siparietti forniti dai componenti della band neanche fosse un film d'animazione della Dreamworks - neppure dei migliori - e decisamente troppo semplicistico soprattutto rispetto allo script, davvero elementare e poco orientato verso un vero e proprio approfondimento della trama e dei personaggi.
Probabilmente l'interesse del regista era più quello di portare sullo schermo una storia di amicizia tendenzialmente raffazzonata per rivivere un amarcord personale - geografico e culturale - e mostrare un gruppo di quasi quarantenni lontano - fortunatamente - dagli stereotipi mucciniani, fatto di lavoratori - almeno in fieri - e casinisti, scombinati seduttori e padri di famiglia: in questo senso, è interessante scoprire il ruolo di Ludovico - cardine della pellicola, nonchè personaggio più sfaccettato - e la conseguente smitizzazione dei suoi racconti nei ricordi dei membri della band - su tutti il "leggendario" provino per Vasco di Rino, interpretato da Dario Cappanera, che i frequentatori della scena metal nostrana conosceranno di fama - che non l'evoluzione effettiva di una trama praticamente assente.
Interessante anche vedere nel ruolo del timido e barbuto batterista e padre di un futuro rocker Alessandro Roja, che qui in casa Ford era ancora noto come volto dello spietato e da me poco sopportato Dandi di Romanzo Criminale, la serie migliore mai prodotta qui nella Terra dei cachi.
Poco altro resta da dire di un film piacevole ma per nulla destinato a rimanere nella memoria degli spettatori, se non il consiglio di gustarvelo come se guardaste indietro a quando magari proprio voi, nel pieno degli anni del liceo - o dell'università -, rapiti dal dolce far niente dello studio, ci davate dentro con uno strumento insieme ad un gruppo di amici che, chissà, ora sarà disperso tra lavoro, famiglia, crescita o voglia di non crescere, ma che ai tempi vi pareva più vicino della famiglia: potrà essere bello, oppure mostrare il fianco a tutte i miti che il tempo inesorabilmente abbatte.
Ma anche in questo caso, non tutto il male verrà per nuocere.


MrFord


"E ogni volta che non sono coerente
e ogni volta che non è importante
ogni volta che qualcuno si preoccupa per me
ogni volta che non c'è
proprio quanto la stavo cercando
ogni volta
ogni volta quando..."
Vasco Rossi - "Ogni volta" -


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