La trama (con parole mie): Sul finale della seconda stagione, l'imbranato Chuck, alle prese con l'organizzazione segreta chiamata l'Anello, era riuscito ad entrare in possesso e scaricare la seconda versione dell'Intersect, il sistema di stoccaggio dati che gli aveva permesso di divenire una pedina fondamentale della CIA nella sua lotta alle minacce contro gli Stati Uniti ed il mondo, acquisendo la capacità di estrapolare abilità di lotta, acrobazia e quant'altro dalla sua "scheda madre".
Ritroviamo dunque l'ex nerd - più o meno ex - alle prese con il suo addestramento da spia vera e propria e pronto ad una cavalcata per una stagione mai avara di colpi di scena, non perfetta ma molto divertente, e tutta giocata sulla rivalità tra il nostro protagonista e l'agguerrito Shaw, prima compagno e poi rivale.
Parliamoci chiaro: qualitativamente, serie come Chuck sono assolutamente trascurabili rispetto alla produzione dei titoli di punta per eccellenza del piccolo schermo - si pensi a Misfits, Dexter, Mad Men, True blood -, eppure sono a dir poco fondamentali per distendere la mente e godersi un pò di relax, magari appena prima o appena dopo l'inizio di una serie particolarmente attesa o tosta.
Detto questo, non nascondo di aver sempre avuto un debole per questa versione comedy di Alias, un serial capace di divertire, senza alcuna pretesa e spesso e volentieri anche autoironico nel proporre in situazioni al limite della fantascienza personaggi clamorosamente incapaci - Morgan Grimes rules -.
L'atmosfera nerdiana che aleggia, inoltre, attorno a tutta la produzione risulta essere sicuramente meno voluta e finta di quella che si respira tra i corridoi della McKinley High di Glee, e riesce a mantenersi tale anche rispetto a new entries tutte d'un pezzo come Shaw - non avrei mai creduto che mi sarebbe potuto andare giù Brandon Routh - o colonne portanti dell'intera saga come John Casey - in assoluto il mio preferito -.
Il rischio che Chuck, con l'attivazione dell'Intersect versione 2.0 diventasse una serie d'azione "seria" è stato fortunatamente scongiurato fin dal principio, e se questa terza annata è stata, forse, la meno omogenea di quelle fino ad ora proposte, molta carne al fuoco è stata messa, soprattutto rispetto agli sviluppi - davvero molto Alias-style - che si prospettano per la quarta stagione.
L'idea di un'ipotetica squadra composta da quello che, fino ad una manciata di episodi prima del termine di questa stagione, era il gruppo di protagonisti ignaro della doppia vita come commesso e agente segreto di Chuck è davvero intrigante, e sinceramente spero che prevalga sull'idea di un ritorno alla doppia identità ventilato dalla promessa del protagonista alla sorella Ellie proprio nel corso del season finale.
Quel che è sicuro, comunque, è che la nostra spia di Burbank regala il meglio nei momenti in cui il concetto di drama non sfiora neppure da lontano trame e vicissitudini dei personaggi, e di conseguenza la speranza per il prossimo anno sarà quella di vedere più spesso sequenze ben lontane da quelle più "serie" tentate in alcuni episodi di questa stagione, dall'omicidio di Shaw al destino del padre del protagonista, decisamente fuori luogo rispetto all'atmosfera dell'opera ed assolutamente controproducenti per la resa finale, in quanto in grado di portare a galla tutti i difetti strutturali di questo Chuck che funziona benissimo come divertissement senza pretese e decisamente meno come potenziale sostituto della già citata Alias.
Un pò come l'Intersect e le sue bizze, dunque, il simpatico Bartowsky dovrebbe controllare i sovraccarichi e pensare soltanto a buttarsi a capofitto nel divertimento, per non rischiare, tutto sommato, che un prodotto come Spy Kids, di colpo, giochi a fare il Casino Royale.
Non sarebbe proprio un buon affare.
MrFord
"I’ll change the world
I’ll make a difference man
I’ll change the world with my hockey stick
solving all our problems".
The Vandals - "Change the world with my hockey stick" -
martedì 28 giugno 2011
Chuck Stagione 3
Maker's mark:
Alias,
Chuck,
comedy,
Dexter,
divertissement,
Mad men,
Misfits,
season finale,
Serie tv
Cold Case Stagione 5
La trama (con parole mie): Proseguono le avventure di Lily Rush e della squadra omicidi di Philadelphia che si occupa dei famigerati casi insoluti avvenuti nella città dell'amore fraterno nel corso degli ultimi decenni.
Nel corso di questa quinta stagione, passata negli States nell'anno dello sconvolgente sciopero degli sceneggiatori, gli approfondimenti sulle vite dei protagonisti perdono lo spessore costruito nel corso delle due annate precedenti, e l'attenzione si sposta principalmente sui singoli casi affrontati dal team di detectives.
Una serie che resta sempre e comunque sui binari della convenzionalità ma che non perde l'interessante atmosfera di intrattenimento senza pretese, come di consueto accompagnato da colonne sonore d'eccezione.
Come in più di un'occasione mi è capitato di sottolineare nel corso delle mie digressioni nel campo del piccolo schermo, le crime series sono sempre ben accette in casa Ford, in parte per la passione di Julez per i casi legati a morti ammazzati di vario genere, un pò perchè la Natura dell'oscurità che inevitabilmente ci portiamo dentro in quanto rappresentanti della razza umana incuriosisce ed affascina anche - e forse soprattutto - i più controllati tra noi.
Personalmente, ho sempre apprezzato la struttura assolutamente d'intrattenimento di Cold case, che ricordo iniziammo alternandolo alla visione di The Shield, controparte decisamente più realistica e dannatamente più devastante delle avventure di Rush e soci: in fondo, la scelta di mantenere un profilo più basso rispetto alla drammaticità e alle vicende personali dei personaggi - molto spesso soltanto accennate - per dare spazio ai singoli casi, quasi fossimo di fronte ad un fumetto seriale come potrebbe essere il nostrano Julia non mi dispiace affatto, specie se i flashback permettono di esplorare, musicalmente e non solo, società e punti di vista ormai distanti dai nostri - come dimostra l'episodio ambientato, ad esempio, durante gli attacchi di panico scatenati dalla storica trasmissione radiofonica di Orson Welles legata a La guerra dei mondi -.
Appare dunque evidente quanto la mia preferenza sia accordata agli episodi ambientati nel passato - in particolare ho apprezzato quello legato alla Seconda Guerra Mondiale e ai giapponesi nati in Usa trasferiti nei campi di prigionia a seguito di Pearl Harbour -, eppure nel corso di questa quinta stagione si è assistito per la prima volta ad un paio di esperimenti ben riusciti rispetto all'economia della serie e legati il primo ad un serial killer "collezionista" ed il secondo - ultimo episodio della stagione - ad uno scambio di persona rispetto ad un neonato morto apparentemente in un incendio, entrambi giostrati praticamente nel presente della narrazione.
Varianti in grado di rivitalizzare una stagione tutto sommato sottotono, figlia di un'annata maledetta per il piccolo schermo che, privato dei suoi sceneggiatori, conobbe una flessione di qualità anche nelle serie più importanti - non fu risparmiato neppure Lost - senza precedenti: ovviamente un serial come Cold case si inserisce in una fascia di qualità inferiore, e dunque, paradossalmente, lo scossone si è avvertito in misura minore rispetto ai pezzi da novanta di cui lo stesso Lost è stato capostipite, eppure l'impressione che una sorta di "tiriamo a campare" come indicazione principale nella realizzazione del prodotto sia stato la parola d'ordine della produzione si nota, e molto.
Certo, poco male, ma la curiosità di una ripresa che riporti la qualità degli episodi al livello della quarta stagione - probabilmente la migliore fino ad ora - è sicuramente presente, e l'idea di affiancare sperimentazioni come quelle svolte a proposito dei casi succitati ad un maggiore spazio concesso alel evoluzioni personali dei protagonisti - pur mantenendo la struttura molto compatta di un prodotto nato per l'intrattenimento, più che per l'indagine interiore - potrebbe essere quella necessaria a portare l'intera serie a fare il salto di qualità che necessiterebbe per essere posta al livello di colleghi illustri come Criminal minds e CSI.
Staremo a vedere.
Alla peggio, osservare Lily e i suoi colleghi dipanare le matasse dei misteri di vecchi casi insoluti sarà sempre un ottimo modo per rilassarsi e godersi quei quaranta minuti di relax con brivido prima di qualche bel filmone d'autore.
MrFord
"This is how you remind me
of what I really am
it's not like you to say sorry
I was waiting on a different story
this time I'm mistaken
for handing you a heart worth breakin'."
Nickelback - "How you remind me" -
Nel corso di questa quinta stagione, passata negli States nell'anno dello sconvolgente sciopero degli sceneggiatori, gli approfondimenti sulle vite dei protagonisti perdono lo spessore costruito nel corso delle due annate precedenti, e l'attenzione si sposta principalmente sui singoli casi affrontati dal team di detectives.
Una serie che resta sempre e comunque sui binari della convenzionalità ma che non perde l'interessante atmosfera di intrattenimento senza pretese, come di consueto accompagnato da colonne sonore d'eccezione.
Come in più di un'occasione mi è capitato di sottolineare nel corso delle mie digressioni nel campo del piccolo schermo, le crime series sono sempre ben accette in casa Ford, in parte per la passione di Julez per i casi legati a morti ammazzati di vario genere, un pò perchè la Natura dell'oscurità che inevitabilmente ci portiamo dentro in quanto rappresentanti della razza umana incuriosisce ed affascina anche - e forse soprattutto - i più controllati tra noi.
Personalmente, ho sempre apprezzato la struttura assolutamente d'intrattenimento di Cold case, che ricordo iniziammo alternandolo alla visione di The Shield, controparte decisamente più realistica e dannatamente più devastante delle avventure di Rush e soci: in fondo, la scelta di mantenere un profilo più basso rispetto alla drammaticità e alle vicende personali dei personaggi - molto spesso soltanto accennate - per dare spazio ai singoli casi, quasi fossimo di fronte ad un fumetto seriale come potrebbe essere il nostrano Julia non mi dispiace affatto, specie se i flashback permettono di esplorare, musicalmente e non solo, società e punti di vista ormai distanti dai nostri - come dimostra l'episodio ambientato, ad esempio, durante gli attacchi di panico scatenati dalla storica trasmissione radiofonica di Orson Welles legata a La guerra dei mondi -.
Appare dunque evidente quanto la mia preferenza sia accordata agli episodi ambientati nel passato - in particolare ho apprezzato quello legato alla Seconda Guerra Mondiale e ai giapponesi nati in Usa trasferiti nei campi di prigionia a seguito di Pearl Harbour -, eppure nel corso di questa quinta stagione si è assistito per la prima volta ad un paio di esperimenti ben riusciti rispetto all'economia della serie e legati il primo ad un serial killer "collezionista" ed il secondo - ultimo episodio della stagione - ad uno scambio di persona rispetto ad un neonato morto apparentemente in un incendio, entrambi giostrati praticamente nel presente della narrazione.
Varianti in grado di rivitalizzare una stagione tutto sommato sottotono, figlia di un'annata maledetta per il piccolo schermo che, privato dei suoi sceneggiatori, conobbe una flessione di qualità anche nelle serie più importanti - non fu risparmiato neppure Lost - senza precedenti: ovviamente un serial come Cold case si inserisce in una fascia di qualità inferiore, e dunque, paradossalmente, lo scossone si è avvertito in misura minore rispetto ai pezzi da novanta di cui lo stesso Lost è stato capostipite, eppure l'impressione che una sorta di "tiriamo a campare" come indicazione principale nella realizzazione del prodotto sia stato la parola d'ordine della produzione si nota, e molto.
Certo, poco male, ma la curiosità di una ripresa che riporti la qualità degli episodi al livello della quarta stagione - probabilmente la migliore fino ad ora - è sicuramente presente, e l'idea di affiancare sperimentazioni come quelle svolte a proposito dei casi succitati ad un maggiore spazio concesso alel evoluzioni personali dei protagonisti - pur mantenendo la struttura molto compatta di un prodotto nato per l'intrattenimento, più che per l'indagine interiore - potrebbe essere quella necessaria a portare l'intera serie a fare il salto di qualità che necessiterebbe per essere posta al livello di colleghi illustri come Criminal minds e CSI.
Staremo a vedere.
Alla peggio, osservare Lily e i suoi colleghi dipanare le matasse dei misteri di vecchi casi insoluti sarà sempre un ottimo modo per rilassarsi e godersi quei quaranta minuti di relax con brivido prima di qualche bel filmone d'autore.
MrFord
"This is how you remind me
of what I really am
it's not like you to say sorry
I was waiting on a different story
this time I'm mistaken
for handing you a heart worth breakin'."
Nickelback - "How you remind me" -
Maker's mark:
Cold Case,
detectives,
morti ammazzati,
Serie tv,
thriller
lunedì 27 giugno 2011
Il buio si avvicina
La trama (con parole mie): Caleb Colton, giovane aspirante cowboy di provincia, attratto dalla misteriosa Mae, tenta la strada del macho della situazione finendo non solo per innamorarsi della ragazza, ma per essere trasformato in vampiro da un morso della stessa.
A questo punto è costretto ad unirsi alla "famiglia" che si accompagna a Mae, un gruppo di fuorilegge immortali sempre a caccia di nuove vittime e brividi dal tramonto all'alba guidato dall'inquietante Jesse Hooker, un ex soldato confederato.
Proprio quando Caleb pare cominciare ad accettare le regole del gruppo e ad essere accettato al suo interno, però, il padre e la sorellina del ragazzo si mettono sulle sue tracce decisi a riportarlo a casa: sarà l'inizio di una vera e propria guerra che porterà il giovane a giocarsi la vita in una sfida ai suoi compagni di tenebre.
In un epoca cinematografica letteralmente invasa dai succhiasangue eredi della tradizione stokeriana filtrati attraverso le gesta teen-romantiche di Edward Cullen, è davvero difficile riuscire a trovare una pellicola che renda davvero giustizia ai Figli di Caino per eccellenza, che paiono perduti in melensi e patinati videoclipponi tanto da far rimpiangere i tempi in cui giravano in sala Intervista col vampiro, il Dracula di Coppola o l'incredibile, stratosferico The addiction di Ferrara.
Per un fan del genere come il sottoscritto - come dico spesso a Julez, attaccato come sono alla vita, per poter diventare potenzialmente immortale e viaggiare in lungo e in largo imparando il più possibile senza dimenticare la mia grande passione per "la caccia", rinuncerei al giorno anche stanotte stessa, nonostante certo il mio modo di pormi sia più associabile ai simpatici e mannari cugini dei vampiri in questione - riscoprire il secondo lungometraggio dell'ormai acclamatissima Kathryn Bigelow è stato un piacevole ed adrenalinico colpo al cuore, ritmato attraverso la straordinaria colonna sonora firmata dai Tangerine dream e dalle immagini splendide coordinate dal production designer Stephen Altman - sì, proprio il figlio del grande Robert -.
Ambientato in una cornice che ricorda le badlands di malickiana memoria, ed infarcito di un cast ottimo e tutto in parte, coraggiosissimo - si pensi al ruolo di Homer, vampiro imprigionato nel corpo di un bambino, come sarà per la Claudia del già citato Intervista col vampiro, che fuma, uccide ed impreca in barba a tutti gli odierni parental advisory - ed emozionante, riporta il genere ad una dimensione oscura come non ne capitavano in proposito sugli schermi di casa Ford da molto, molto tempo.
Certo, risulta ancora acerbo per stile ed impianto narrativo, e soprattutto nel finale tende ad essere fin troppo precipitoso nella risoluzione della trama, eppure l'incedere della storia d'amore di Caleb e Mae richiama alla memoria il mio da sempre adorato Cabal e lo mescola al meglio della new wave oscura, passionale e potente di gruppi come i Sisters of mercy, e note che paiono portare nel sangue passione e ferocia, esplosioni di vita ed ondate di morte, e la sensazione di avere di fronte un ritratto perfetto di ciò che l'animo umano - confinato alla sola notte o meno - sia in grado di scatenare una volta rotti gli argini dell'appartenenza ad una società per tuffarsi inesorabilmente in una Natura di predatore assoluto.
La sequenza girata all'interno della bettola di periferia, vera e propria iniziazione per Caleb in vista del suo ingresso nella famiglia di Jesse - un sempre efficace Lance Henriksen -, è impossibile da dimenticare, e fornisce una vera e propria ispirazione per i "futuri" massacri operati da Rodriguez e Tarantino.
La galleria dei protagonisti appartenenti a questo sanguinoso lato oscuro, oltre ai già citati Mae, Jesse e Homer porta in dono con la notte anche Diamondback - l'indimenticabile Vasquez di Aliens scontro finale - ed esplode il suo colpo migliore con Severen, indomabile selvaggio interpretato dall'allora giovanissimo Bill Paxton, vero e proprio braccio della famiglia nonchè mattatore delle parentesi di caccia grazie ai suoi modi rozzi ed al fare clamorosamente gigionesco in pieno stile tamarro anni ottanta.
In una certa misura, le grandi e disturbate famiglie dell'horror, dai mutati di Le colline hanno gli occhi ai cannibali di Non aprite quella porta, per finire a Spaulding e ai suoi figli prediletti del dittico La casa dei 1000 corpi/La casa del diavolo passano tutte, quasi il tempo non esistesse, attraverso le gesta di frontiera romantiche e senza speranza - o quasi, perchè Caleb e Mae camminano su una fune tesa al limitare della luce - di questa pellicola, un viaggio intenso e sanguinoso attraverso le passioni vampiriche, gli esseri soprannaturali più schiavi del cuore che abbiano mai messo piede in questa parte "normale" di mondo.
MrFord
"And the devil in black dress watches over
my guardian angel walks away
life is short and love is always over in the morning
black wind come carry me far away."
Sisters of mercy - "Temple of love" -
A questo punto è costretto ad unirsi alla "famiglia" che si accompagna a Mae, un gruppo di fuorilegge immortali sempre a caccia di nuove vittime e brividi dal tramonto all'alba guidato dall'inquietante Jesse Hooker, un ex soldato confederato.
Proprio quando Caleb pare cominciare ad accettare le regole del gruppo e ad essere accettato al suo interno, però, il padre e la sorellina del ragazzo si mettono sulle sue tracce decisi a riportarlo a casa: sarà l'inizio di una vera e propria guerra che porterà il giovane a giocarsi la vita in una sfida ai suoi compagni di tenebre.
In un epoca cinematografica letteralmente invasa dai succhiasangue eredi della tradizione stokeriana filtrati attraverso le gesta teen-romantiche di Edward Cullen, è davvero difficile riuscire a trovare una pellicola che renda davvero giustizia ai Figli di Caino per eccellenza, che paiono perduti in melensi e patinati videoclipponi tanto da far rimpiangere i tempi in cui giravano in sala Intervista col vampiro, il Dracula di Coppola o l'incredibile, stratosferico The addiction di Ferrara.
Per un fan del genere come il sottoscritto - come dico spesso a Julez, attaccato come sono alla vita, per poter diventare potenzialmente immortale e viaggiare in lungo e in largo imparando il più possibile senza dimenticare la mia grande passione per "la caccia", rinuncerei al giorno anche stanotte stessa, nonostante certo il mio modo di pormi sia più associabile ai simpatici e mannari cugini dei vampiri in questione - riscoprire il secondo lungometraggio dell'ormai acclamatissima Kathryn Bigelow è stato un piacevole ed adrenalinico colpo al cuore, ritmato attraverso la straordinaria colonna sonora firmata dai Tangerine dream e dalle immagini splendide coordinate dal production designer Stephen Altman - sì, proprio il figlio del grande Robert -.
Ambientato in una cornice che ricorda le badlands di malickiana memoria, ed infarcito di un cast ottimo e tutto in parte, coraggiosissimo - si pensi al ruolo di Homer, vampiro imprigionato nel corpo di un bambino, come sarà per la Claudia del già citato Intervista col vampiro, che fuma, uccide ed impreca in barba a tutti gli odierni parental advisory - ed emozionante, riporta il genere ad una dimensione oscura come non ne capitavano in proposito sugli schermi di casa Ford da molto, molto tempo.
Certo, risulta ancora acerbo per stile ed impianto narrativo, e soprattutto nel finale tende ad essere fin troppo precipitoso nella risoluzione della trama, eppure l'incedere della storia d'amore di Caleb e Mae richiama alla memoria il mio da sempre adorato Cabal e lo mescola al meglio della new wave oscura, passionale e potente di gruppi come i Sisters of mercy, e note che paiono portare nel sangue passione e ferocia, esplosioni di vita ed ondate di morte, e la sensazione di avere di fronte un ritratto perfetto di ciò che l'animo umano - confinato alla sola notte o meno - sia in grado di scatenare una volta rotti gli argini dell'appartenenza ad una società per tuffarsi inesorabilmente in una Natura di predatore assoluto.
La sequenza girata all'interno della bettola di periferia, vera e propria iniziazione per Caleb in vista del suo ingresso nella famiglia di Jesse - un sempre efficace Lance Henriksen -, è impossibile da dimenticare, e fornisce una vera e propria ispirazione per i "futuri" massacri operati da Rodriguez e Tarantino.
La galleria dei protagonisti appartenenti a questo sanguinoso lato oscuro, oltre ai già citati Mae, Jesse e Homer porta in dono con la notte anche Diamondback - l'indimenticabile Vasquez di Aliens scontro finale - ed esplode il suo colpo migliore con Severen, indomabile selvaggio interpretato dall'allora giovanissimo Bill Paxton, vero e proprio braccio della famiglia nonchè mattatore delle parentesi di caccia grazie ai suoi modi rozzi ed al fare clamorosamente gigionesco in pieno stile tamarro anni ottanta.
In una certa misura, le grandi e disturbate famiglie dell'horror, dai mutati di Le colline hanno gli occhi ai cannibali di Non aprite quella porta, per finire a Spaulding e ai suoi figli prediletti del dittico La casa dei 1000 corpi/La casa del diavolo passano tutte, quasi il tempo non esistesse, attraverso le gesta di frontiera romantiche e senza speranza - o quasi, perchè Caleb e Mae camminano su una fune tesa al limitare della luce - di questa pellicola, un viaggio intenso e sanguinoso attraverso le passioni vampiriche, gli esseri soprannaturali più schiavi del cuore che abbiano mai messo piede in questa parte "normale" di mondo.
MrFord
"And the devil in black dress watches over
my guardian angel walks away
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black wind come carry me far away."
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domenica 26 giugno 2011
Primo amore
La trama (con parole mie): Vittorio, artigiano veneto, conosce Sonia, giovane commessa di un negozio equosolidale e modella per l'Accademia di belle arti. Dopo un inizio difficile, tra i due nasce una storia d'amore forgiata dallo stesso Vittorio a immagine dei suoi desideri e dell'ideale che l'uomo nutre per Sonia, passato attraverso un progressivo dimagrimento alla ricerca della forma perfetta.
L'unione è così forte da sconvolgere le vite di entrambi, lavorativamente ed emotivamente, ma come tutte le grandi passioni, cela contrasti nati dal celato e presto divenuti insanabili.
Un film giocato sui silenzi, in grado di parlare all'universale - i ruoli dell'Uomo e della Donna nella Storia - così come a due persone alle prese con il primo, grande amore della vita.
Non nascondo di avere da sempre provato una certa quale antipatia, per Matteo Garrone.
Tra i registi della nuova generazione del Cinema italiano, è senz'altro il più a rischio di bottigliate, tanto in bilico tra la coscienza popolare ed il radicalchicchismo più estremo.
Eppure, ho sempre riconosciuto il suo assoluto valore come cineasta.
Gli preferirò tutta la vita Sorrentino, eppure ho molto apprezzato il grottesco L'imbalsamatore ed anche l'affresco - senza dubbio potentissimo - del Gomorra ispirato al lavoro del da me tanto osteggiato Saviano, una pellicola che senza dubbio ha il grande merito di trasformare in settima arte alcune realtà nostrane come non accadeva da molto, molto tempo.
Ma, in qualche modo, e pur sottostando ad alcune sbavature soprattutto in fase di script, forse il meglio del nostro sta tutto qui, in questo Primo amore.
Un film giocato per sottrazione, fotografato benissimo ed estremamente intenso, così tanto da far dimenticare le improvvisazioni e le leggerezze, ed in grado di mostrare per quasi tutta la sua durata il percorso che pare scritto in secoli di società a testimonianza dell'oppressione dell'Uomo sulla Donna, delle insicurezze mascherate dall'aggressività del primo confrontate allo stoico coraggio della seconda, dalla negazione dei diritti alla forza della ribellione, fino al faccia a faccia - di una scena geniale - tra passato e futuro, o almeno della percezione degli stessi.
E proprio nel momento in cui pare che quella voce sottile sia un'inesorabile requiem, il conforto e lo sguardo che induce a sostenere la fragile - ma solo apparentemente - Sonia nel suo lento scomparire dal mondo, ecco deflagrare l'ordigno più incredibile che la Natura abbia mai potuto progettare per noi piccole creature allo sbando in questo universo: una storia d'amore.
Perchè è anche questo, il rapporto tra Sonia e Vittorio. Una storia d'amore.
Che non vede vincitori e vinti, ma soltanto due anime che hanno incrociato i loro destini, senza neppure pensare, di fronte ad un semplice caffè, che quel momento avrebbe cambiato inesorabilmente le loro vite.
Che ci sarebbero state felicità, gioia, scoperta, sesso, la sensazione di specchiarsi nell'altro e trovare noi stessi.
Ed inesorabilmente solitudini, segreti, fughe, il non detto come espressione della propria libertà, il progressivo asciugarsi di un corpo come di un sentimento che appassisce, descritto in un'altra scena memorabile, giocata nel dialogo tra Sonia ed il fratello, purtroppo a tratti dimenticato dalla sceneggiatura.
La storia del primo amore che progressivamente scompare, si prende tutto ciò che eravamo e lo distrugge, ci porta sull'orlo del baratro, e pare chiedere ancora pegno.
La storia del primo amore che finisce, e si porta via tutto, come un fuoco che non conosce pace.
Eppure, in quel bruciare incandescente e senza posa, le parole di Vittorio paiono quasi profetiche: occorre ardere tutto, per giungere alle ceneri, e scoprire l'oro.
Quel curioso caso in cui lo stesso volume equivale ad un maggior peso.
La cosa più preziosa.
Che si ha quando si perde, e si insegue fino a quando non si ha davvero.
Fosse anche lungo la Storia intera.
Il primo amore è quello tra Uomo e Donna.
E Garrone, con un tocco quasi invisibile, è riuscito a portare secoli e secoli in poco più di novanta minuti.
Chapeau.
MrFord
"Never said thank you
never said please
never gave reason to believe
so as it stands
I remain on my knees
good lovers make great enemies."
Ben Harper - "Please bleed" -
L'unione è così forte da sconvolgere le vite di entrambi, lavorativamente ed emotivamente, ma come tutte le grandi passioni, cela contrasti nati dal celato e presto divenuti insanabili.
Un film giocato sui silenzi, in grado di parlare all'universale - i ruoli dell'Uomo e della Donna nella Storia - così come a due persone alle prese con il primo, grande amore della vita.
Non nascondo di avere da sempre provato una certa quale antipatia, per Matteo Garrone.
Tra i registi della nuova generazione del Cinema italiano, è senz'altro il più a rischio di bottigliate, tanto in bilico tra la coscienza popolare ed il radicalchicchismo più estremo.
Eppure, ho sempre riconosciuto il suo assoluto valore come cineasta.
Gli preferirò tutta la vita Sorrentino, eppure ho molto apprezzato il grottesco L'imbalsamatore ed anche l'affresco - senza dubbio potentissimo - del Gomorra ispirato al lavoro del da me tanto osteggiato Saviano, una pellicola che senza dubbio ha il grande merito di trasformare in settima arte alcune realtà nostrane come non accadeva da molto, molto tempo.
Ma, in qualche modo, e pur sottostando ad alcune sbavature soprattutto in fase di script, forse il meglio del nostro sta tutto qui, in questo Primo amore.
Un film giocato per sottrazione, fotografato benissimo ed estremamente intenso, così tanto da far dimenticare le improvvisazioni e le leggerezze, ed in grado di mostrare per quasi tutta la sua durata il percorso che pare scritto in secoli di società a testimonianza dell'oppressione dell'Uomo sulla Donna, delle insicurezze mascherate dall'aggressività del primo confrontate allo stoico coraggio della seconda, dalla negazione dei diritti alla forza della ribellione, fino al faccia a faccia - di una scena geniale - tra passato e futuro, o almeno della percezione degli stessi.
E proprio nel momento in cui pare che quella voce sottile sia un'inesorabile requiem, il conforto e lo sguardo che induce a sostenere la fragile - ma solo apparentemente - Sonia nel suo lento scomparire dal mondo, ecco deflagrare l'ordigno più incredibile che la Natura abbia mai potuto progettare per noi piccole creature allo sbando in questo universo: una storia d'amore.
Perchè è anche questo, il rapporto tra Sonia e Vittorio. Una storia d'amore.
Che non vede vincitori e vinti, ma soltanto due anime che hanno incrociato i loro destini, senza neppure pensare, di fronte ad un semplice caffè, che quel momento avrebbe cambiato inesorabilmente le loro vite.
Che ci sarebbero state felicità, gioia, scoperta, sesso, la sensazione di specchiarsi nell'altro e trovare noi stessi.
Ed inesorabilmente solitudini, segreti, fughe, il non detto come espressione della propria libertà, il progressivo asciugarsi di un corpo come di un sentimento che appassisce, descritto in un'altra scena memorabile, giocata nel dialogo tra Sonia ed il fratello, purtroppo a tratti dimenticato dalla sceneggiatura.
La storia del primo amore che progressivamente scompare, si prende tutto ciò che eravamo e lo distrugge, ci porta sull'orlo del baratro, e pare chiedere ancora pegno.
La storia del primo amore che finisce, e si porta via tutto, come un fuoco che non conosce pace.
Eppure, in quel bruciare incandescente e senza posa, le parole di Vittorio paiono quasi profetiche: occorre ardere tutto, per giungere alle ceneri, e scoprire l'oro.
Quel curioso caso in cui lo stesso volume equivale ad un maggior peso.
La cosa più preziosa.
Che si ha quando si perde, e si insegue fino a quando non si ha davvero.
Fosse anche lungo la Storia intera.
Il primo amore è quello tra Uomo e Donna.
E Garrone, con un tocco quasi invisibile, è riuscito a portare secoli e secoli in poco più di novanta minuti.
Chapeau.
MrFord
"Never said thank you
never said please
never gave reason to believe
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Ben Harper - "Please bleed" -
sabato 25 giugno 2011
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