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sabato 15 ottobre 2011

Il pettirosso

 Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Editore: Piemme
Anno: 2000 (2006 in Italia)



La trama (con parole mie): Harry Hole, detective dell'anticrimine, a seguito di un eccesso di zelo e una circostanza fortuita combaciati durante la visita del Presidente americano in Norvegia, viene trasferito al POT e promosso commissario, in una sorta di "esilio dorato" che permetta agli organi diplomatici di lasciare che l'episodio cada nel dimenticatoio. 
Assegnato al controllo delle possibili minacce neonaziste rispetto alla celebrazione nazionale del 17 maggio, il solitario segugio si ritrova invischiato in un caso di vendetta che porta ad una serie di omicidi legato a fatti risalenti ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Affidandosi al suo istinto e alla sua completamente imperfetta umanità, Hole dovrà affrontare un viaggio nel passato dalle ripercussioni più che drammatiche sul presente.



Spinti dall'entusiasmo mosso dal clamoroso Il leopardo - ultimo romanzo della serie dedicata al ramingo commissario Harry Hole, imperfetto, tendenzialmente alcolista e clamorosamente umano - con Julez abbiamo dato la caccia ai titoli precedenti dedicati al fautore principale del successo di Jo Nesbo, uomo dalle mille risorse e scrittore di capacità fuori dal comune: al suo indimenticabile protagonista, di quelli in grado di entrare dalla prima riga nel cuore del lettore, l'autore ha dedicato finora ben otto fatiche letterarie, delle quali, purtroppo, le prime due non hanno ancora avuto un'edizione italiana.
Dunque, il primo tomo con il quale confrontarsi in ordine cronologico è risultato essere Il pettirosso, che presenta un Harry Hole ancora tendenzialmente equilibrato, privo - o quasi - di tutte le cicatrici interiori e non che ho imparato a conoscere nel corso dell'ultimo romanzo lui dedicato, ma già incline ad una certa quale autodistruzione legata ai sensi di colpa derivanti dalle responsabilità che il nostro sente di avere specialmente rispetto alle persone a lui care: nel caso di questo romanzo, gli esempi più importanti sono quelli della collega Ellen e della futura compagna Rakel, personaggio chiave della sua intera saga, in grado con la loro presenza di sorreggere l'incostante e scostante protagonista e, ad un tempo, di abbatterlo, volontariamente oppure no, come nessuno potrebbe.
A conferma di quello che sarà con il già citato Il leopardo, Nesbo mostra - pur se soltanto "in fieri" - tutta la sua straordinaria abilità di scrittore chirurgico e di illusionista, lasciando il lettore spesso e volentieri a bocca aperta, invogliato a tornare sui suoi passi per poter capire a fondo quali "trucchi" lo scrittore abbia attuato per celare così bene la verità inevitabilmente portata a galla con il passare delle pagine.
La vicenda di Urias ed Helena, narrata parallelamente alle trame che mostrano il misterioso ruolo del neonazista di bassa manovalanza Sverre Olsen negli omicidi avvenuti ad Oslo e la drammatica vicenda di Harry ed Ellen, così come la resistenza di Rakel alla presenza invadente del funzionario Brandhaug si incastrano alla perfezione una con l'altra, dando vita ad un cast di personaggi unici, portati sulla pagina con passione ed una prosa coinvolgente ed acuta, conferma della natura "vulcanica" - e si torna di nuovo a Il leopardo - del suo autore.
Tutti i pezzi del puzzle trovano, capitolo dopo capitolo, una loro collocazione, le soluzioni proposte una giustificazione, i sentimenti una loro esplosione, sia essa attraverso un colpo del letale fucile di precisione Marklin - invenzione dell'autore, come fu per la mela di Leopoldo nel suo ultimo romanzo -, una partita a Tetris o la carezza di una persona che si scopre, quasi inconsciamente, di amare.
Perchè Il pettirosso è anche una drammatica cronaca di storie d'amore che iniziano e finiscono, incarnate dal piccolo pennuto che da titolo al romanzo, che affronta tutti i rischi del rigido gelo invernale per potersi garantire la tana migliore a primavera.
Dunque la domanda principale è questa: rischiare l'assideramento per il calore di un focolare, o arrivare troppo tardi, e morire soli, senza un nido?
La scommessa di Ellen, l'azzardo di Rakel, il ballo goffo di Harry, la vendetta di Urias, la morte di Daniel, il sentimento di Helena sono tutte espressioni dei tentativi che, da esseri umani, facciamo per cogliere appieno una Natura che ci accomuna clamorosamente al pettirosso.
Soprattutto e specialmente in amore.
Così come in guerra.
In fondo, spesso e volentieri, sono la stessa cosa.
In fondo, anche non volendolo ammettere, siamo tutti pettirossi.
Quello che ci distingue è il rischio di una scelta, e l'accettazione delle sue conseguenze.

MrFord

"Like a bird on a wire
like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free."
Johnny Cash - "Bird on a wire" -

venerdì 1 luglio 2011

I guardiani del destino

La trama (con parole mie): David Norris, giovane uomo politico venuto dalla strada, incontra per caso il giorno della sua sconfitta alle elezioni per il senato la giovane ballerina Elise, ed è amore a prima vista. Peccato che, sulla strada della loro storia, ci sia un'organizzazione di agenti "ultraterreni" che si occupa di ripristinare le linee principali delle vicende di ognuno di noi secondo i dettami di un fantomatico Presidente: i due, infatti, destinati a stare insieme in una versione precedente delle loro vite, per sviluppare al meglio le loro carriere non devono poter consumare il sogno d'amore.
Ha così origine la battaglia di David per riuscire ad ottenere l'unica cosa che davvero riesca a smuovere il suo cuore. Dovesse anche, per questo, sfidare il Destino ed i suoi emissari.

Due cose hanno preceduto l'arrivo di questo film sugli schermi di casa Ford: la sua già consolidata fama - se ne legge un gran bene praticamente dappertutto - ed il fatto che sia ispirato da un lavoro di Philip Dick, geniale autore di fantascienza responsabile, tra le altre cose, di opere quali Blade runner e A scanner darkly.
Nolfi, il furbetto regista di quest'ottima confezione, questo deve averlo saputo bene, e deve anche aver giudicato che tra partire con una sceneggiatura quasi pronta firmata Dick o scriverne una nuova - con tutti i rischi del caso - da zero non c'era proprio paragone.
Così, in un atmosfera vintage che tanto richiama Mad men - con tanto di presenza nel cast di John Slattery, che non interpreta nient'altro che lo stesso personaggio, con la sola rinuncia all'alcool e alle sigarette cui ci ha abituato nel corso dell'elegante serie appena citata - il regista trasforma la critica sociale tipica di Dick in una storia d'amore accattivante e dall'ottimo ritmo, che rende I guardiani del destino un film piacevolissimo e scorrevole, di quelli che danno una certa sicurezza del fatto di non essere stati derubati di quel paio d'ore di meritato riposo serale dopo il lavoro, capace di richiamare, nel suo lato più romantico, alcuni aspetti di cult del genere come Eternal sunshine of the spotless mind e (500) giorni insieme.
Ma basta, questo, a trasformare un film discreto in un piccolo cult?
Personalmente, no.
Certo, il lavoro di Nolfi è preciso, serrato, intrigante, porta a riflessioni che potrebbero essere importanti - il libero arbitrio, il controllo, la forza di una storia d'amore contro le regole di una società avviata ed apparentemente perfetta -, ma quanto del buono di questo film viene dalle riflessioni dell'autore del romanzo, e quanto dallo stesso regista?
In fondo, la parte davvero debole della pellicola - l'affrettata e tendenzialmente smielata e pacificatoria parte finale - mi ha riportato alla mente un altro film potenzialmente grande caduto rovinosamente proprio con la sua conclusione e sempre legato a Philip Dick: Minority report.
Nolfi non è certo Spielberg, eppure anche nel caso della pellicola interpretata da Tom Cruise la riflessione sul libero arbitrio e la lotta del protagonista per sfuggire al controllo, tesissime e dirette con mano esperta, crollarono inesorabilmente nel corso del climax finale, tanto scontato e buonista da distruggere quasi completamente l'ottimo lavoro svolto nell'evoluzione della vicenda.
Ora, trovo che I guardiani del destino funzioni decisamente meglio di Minority report, ma questo non significa che non soffra, pur se in misura minore, degli stessi difetti, che passano tutti da una sostanziale mancanza di coraggio del regista: e tutto si riduce come per il misterioso Presidente, che per anni segue la vicenda di David ed Elise impiegando agenti e risorse in modo che la loro storia d'amore possa non sbocciare e poi, all'apice della ribellione del primo - nella sequenza più affascinante della pellicola, l'inseguimento tra le porte, che tanto mi ha ricordato quel Capolavoro di Monsters and Co. -, decide che sì, se qualcuno lotta così duramente per ciò che desidera allora uno strappo si può fare, perchè in fondo è quello lo scopo di tutto questo suo serrato controllo.
Il senso è chiaro, ma forse esistevano modi migliori per raccontarlo perchè non sembrasse il classico finale da "benvenuti in America".

MrFord

"Another turning point, a fork stuck in the road 
time grabs you by the wrist, directs you where to go
so make the best of this test, and don't ask why
it's not a question, but a lesson learned in time."
Green Day - "Good riddance (time of your life)" -



 

domenica 26 giugno 2011

Primo amore

La trama (con parole mie): Vittorio, artigiano veneto, conosce Sonia, giovane commessa di un negozio equosolidale e modella per l'Accademia di belle arti. Dopo un inizio difficile, tra i due nasce una storia d'amore forgiata dallo stesso Vittorio a immagine dei suoi desideri e dell'ideale che l'uomo nutre per Sonia, passato attraverso un progressivo dimagrimento alla ricerca della forma perfetta.
L'unione è così forte da sconvolgere le vite di entrambi, lavorativamente ed emotivamente, ma come tutte le grandi passioni, cela contrasti nati dal celato e presto divenuti insanabili.
Un film giocato sui silenzi, in grado di parlare all'universale - i ruoli dell'Uomo e della Donna nella Storia - così come a due persone alle prese con il primo, grande amore della vita.

Non nascondo di avere da sempre provato una certa quale antipatia, per Matteo Garrone.
Tra i registi della nuova generazione del Cinema italiano, è senz'altro il più a rischio di bottigliate, tanto in bilico tra la coscienza popolare ed il radicalchicchismo più estremo.
Eppure, ho sempre riconosciuto il suo assoluto valore come cineasta.
Gli preferirò tutta la vita Sorrentino, eppure ho molto apprezzato il grottesco L'imbalsamatore ed anche l'affresco - senza dubbio potentissimo - del Gomorra ispirato al lavoro del da me tanto osteggiato Saviano, una pellicola che senza dubbio ha il grande merito di trasformare in settima arte alcune realtà nostrane come non accadeva da molto, molto tempo.
Ma, in qualche modo, e pur sottostando ad alcune sbavature soprattutto in fase di script, forse il meglio del nostro sta tutto qui, in questo Primo amore.
Un film giocato per sottrazione, fotografato benissimo ed estremamente intenso, così tanto da far dimenticare le improvvisazioni e le leggerezze, ed in grado di mostrare per quasi tutta la sua durata il percorso che pare scritto in secoli di società a testimonianza dell'oppressione dell'Uomo sulla Donna, delle insicurezze mascherate dall'aggressività del primo confrontate allo stoico coraggio della seconda, dalla negazione dei diritti alla forza della ribellione, fino al faccia a faccia - di una scena geniale - tra passato e futuro, o almeno della percezione degli stessi.
E proprio nel momento in cui pare che quella voce sottile sia un'inesorabile requiem, il conforto e lo sguardo che induce a sostenere la fragile - ma solo apparentemente - Sonia nel suo lento scomparire dal mondo, ecco deflagrare l'ordigno più incredibile che la Natura abbia mai potuto progettare per noi piccole creature allo sbando in questo universo: una storia d'amore.
Perchè è anche questo, il rapporto tra Sonia e Vittorio. Una storia d'amore.
Che non vede vincitori e vinti, ma soltanto due anime che hanno incrociato i loro destini, senza neppure pensare, di fronte ad un semplice caffè, che quel momento avrebbe cambiato inesorabilmente le loro vite.
Che ci sarebbero state felicità, gioia, scoperta, sesso, la sensazione di specchiarsi nell'altro e trovare noi stessi.
Ed inesorabilmente solitudini, segreti, fughe, il non detto come espressione della propria libertà, il progressivo asciugarsi di un corpo come di un sentimento che appassisce, descritto in un'altra scena memorabile, giocata nel dialogo tra Sonia ed il fratello, purtroppo a tratti dimenticato dalla sceneggiatura.
La storia del primo amore che progressivamente scompare, si prende tutto ciò che eravamo e lo distrugge, ci porta sull'orlo del baratro, e pare chiedere ancora pegno.
La storia del primo amore che finisce, e si porta via tutto, come un fuoco che non conosce pace.
Eppure, in quel bruciare incandescente e senza posa, le parole di Vittorio paiono quasi profetiche: occorre ardere tutto, per giungere alle ceneri, e scoprire l'oro.
Quel curioso caso in cui lo stesso volume equivale ad un maggior peso.
La cosa più preziosa.
Che si ha quando si perde, e si insegue fino a quando non si ha davvero.
Fosse anche lungo la Storia intera.
Il primo amore è quello tra Uomo e Donna.
E Garrone, con un tocco quasi invisibile, è riuscito a portare secoli e secoli in poco più di novanta minuti.
Chapeau.

MrFord

"Never said thank you
never said please
never gave reason to believe
so as it stands
I remain on my knees
good lovers make great enemies."
Ben Harper - "Please bleed" -

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