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martedì 8 agosto 2017

Song to song (Terrence Malick, USA, 2017, 129')





Ebbene sì, nonostante tutte le bottigliate piovute sulla sua testa da The tree of life in poi, ho voluto ugualmente sottopormi alla tortura della visione di Song to song, ultima creatura del regista un tempo grandioso e meno prolifico di Kubrick, Terrence Malick, divenuto oggi una sorta di Woody Allen in preda a crisi di divinità e passata giovinezza pronto a sfornare una pellicola dietro l'altra, nonostante la recente tonnellata di merda distribuita con Knight of cups.
E posso affermare, sentendomi tranquillo e libero, che Song to song finisce per essere addirittura peggio.
Perchè, se nei suoi orrendi lavori precedenti Malick mostrava quantomeno di poter dilettare l'occhio dello spettatore con la sua perizia tecnica, ora pare di assistere all'esibizione da cazzo piccolo di un giovane regista figlio della generazione del 4K e della Go Pro, o di un uomo che, giunto alla vecchiaia, abbia preso a desiderare quasi morbosamente di finire preda di un incantesimo pronto a portarlo indietro di quarant'anni e metterlo nei panni dei vari Fassbender e Gosling, e di filosofeggiare a vuoto e scopare e pensare di essere in cima al cazzo di mondo, intoccabile ed invincibile.
Ma sai che ti dico, Terrence?
Hai tirato fuori un'altra merda.
Ed è vergognoso, considerato il regista che eri.
Sappi, con tutto il dolore che provo nello scrivere queste parole, che stai superando perfino Lars Von Trier.
Dunque, vaffanculo.
Ti salvi da parole peggiori - o da un singolo bicchiere in bianco, meno ancora di quando scrissi di Knight of cups - perchè sei riuscito a mostrare Rooney Mara e soprattutto Natalie Portman - che pure non è tra le mie preferite - come delle fighe stratosferiche.
Ma questo non cambia tutto il resto.
E non cambia quello che, ormai, penso di te e del letame che spacci per grandi produzioni artistiche.




MrFord




 

lunedì 15 settembre 2014

Under the skin

Regia: Jonathan Glazer
Origine: USA, UK, Svizzera
Anno:
2013
Durata:
108'





La trama (con parole mie): un misterioso motociclista, recuperato il cadavere di una donna, rende possibile la "vestizione" di un'aliena dello stesso. L'entità extraterrestre, una volta assunte le fattezze umane, decide di vagare attraverso la Scozia seducendo uomini che finisce per destinare all'oscurità psichedelica delle sue "stanze". Quando l'incontro con un ragazzo sfigurato cambia le sue prospettive, per la misteriosa viaggiatrice i sentimenti umani cominceranno a fare sempre più breccia nel suo modo di rapportarsi alla realtà.
Ma non è detto che a questo cambiamento corrisponda, di fatto, qualcosa di positivo: e circondata dalla cornice di una Natura splendida, selvaggia ed incontaminata, l'ospite extraterrestre potrebbe finire per incontrare un destino ben più amaro di quello delle sue prede.








Complice una delle stagioni cinematografiche meno esaltanti degli ultimi dieci anni, quest'anno ho finito per rimanere a corto anche di pellicole da massacrare come si conviene a suon di bottigliate, considerato che addirittura - almeno in parte - Lars Von Trier con il suo Nymphomaniac ha finito per deludermi da questo punto di vista: fortunatamente, non più tardi di una settimana fa, Colpa delle stelle è giunto in soccorso risvegliando dal torpore il sottoscritto e dando una bella spolverata alle sue armi predilette, conscio probabilmente di scaldarle per un'altra clamorosa merda d'autore che qualcuno è riuscito addirittura a definire un filmone come Under the skin.
Ma partiamo dal principio: come se non fosse bastata la lezione di The tree of life, continua ad apparirmi assurdo e ben oltre i confini di tutte le realtà conosciute che un regista sano di mente si prospetti di scimmiottare - verbo scelto ovviamente non a caso - 2001, Capolavoro assoluto di Kubrick, pensando di poter stupire con qualche immagine da trip d'acido buttata a caso sullo schermo.
Nel passato recente, soltanto Enter the void e Holy motors sono riusciti nell'intento di ricreare atmosfere ben oltre il lecito traendone, di fatto, qualcosa di unico e destinato ad essere ricordato: Jonathan Glazer, probabilmente traboccante d'ego quanto il già citato Von Trier, decide di prendere di petto l'inarrivabile lezione dello Stanley di noi tutti confezionando un polpettone indigesto, lento, inutile, privo di capo e coda, giocato tutto sulle scene di nudo che coinvolgono la protagonista Scarlett Johansson, che se rapportata agli standard della vita di tutti i giorni potrà apparire una bella donna ma che, di fatto, se presentata come la figa stellare che non è finisce per deludere, una volta svestita, anche chi si aspettava un corpo da fantascienza - e non è il mio caso, considerato che già pensavo che non avrebbe retto il confronto con la Rosario Dawson dell'altrettanto deludente In trance di qualche mese fa -.
Certo, la cornice è splendida, e le location scelte dall'autore assolutamente perfette, tanto da riportare alla memoria il sapore del whisky di malto e le visioni del - quello sì - meraviglioso Valhalla rising, il finale interessante, la tesi legata alla dipendenza dei maschi umani adulti dal triangolo più importante del mondo - e forse dell'universo - assolutamente veritiera, ma non bastano poche - e scontate - verità per rendere interessante una pellicola assolutamente priva di attrattive e senso di esistere, buona giusto per i radical chic pronti a darsi un bel tono da spocchiosi decandando i sottotesti che Under the skin dovrebbe comunicare al suo pubblico.
Raramente, pure finendo per sforzare i pochi neuroni rimasti con gli occhi aperti a fatica cercando di ricordare una situazione analoga, ho finito per annoiarmi così mortalmente durante la visione di un film, mantenendo l'interesse sveglio - e non solo quello - grazie ad abbondanti rifornimenti di cibo ed agli scorci offerti dalle Highlands, finendo prigioniero di una sceneggiatura sconclusionata e solo apparentemente "geniale" in grado di saltare da dialoghi al limite del ridicolo involontario alle inquadrature su una Johansson - che non è mai stata chissà quale attrice, intendiamoci - alla sua di gran lunga peggiore interpretazione di sempre.
Come se tutto questo non bastasse, finisco anche per fare finta di niente e soprassedere rispetto ai riferimenti ad Elephant man e all'approccio in stile Cronenberg per evitare di infierire ulteriormente su quello che potrebbe essere uno dei candidati più autorevoli a film peggiore dell'anno, in barba a tutti gli snob che sono corsi a gridare al miracolo rispetto ad uno dei simboli più efficaci della definizione di "merda d'autore".
Se questi sono gli alieni che dovrebbero aprirmi gli occhi, preferisco tenere gli stessi decisamente "wide shut", per non essere da meno e citare un Maestro che certa gente come Glazer non dovrebbe neppure permettersi di immaginare.
Figuriamoci intraprendere una presunta carriera nello stesso campo.




MrFord




"Mi piace la bicicletta, ci faccio dei giri, 
incontro la fidanzata e poi le mostro il cambio. 
E tutto era partito da un mio caro amico, 
per questo dico fidati quando ti dico 
la visione della figa da vicino, la visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, la visione della figa."
Elio e le Storie Tese - "La visione" - 




 

mercoledì 12 febbraio 2014

The Canyons

Regia: Paul Schrader
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
99'




La trama (con parole mie): Christian, giovane figlio di papà tendenzialmente psicopatico e maniaco del controllo, produttore cinematografico improvvisato, prima si diverte a giocare con Ryan, futuro protagonista di uno tra i suoi film in cantiere, e dunque si ritrova indirettamente minacciato dalla presenza dello stesso, ex della sua attuale fidanzata Tara e miccia che accende la gelosia che tanto fieramente dichiara di non avere divertendosi a condividere la stessa Tara con gente sempre diversa.
Ryan, nel frattempo, si ritrova combattuto tra gestire la sua relazione con l'assistente di Christian o rivelare il suo amore per Tara, che a sua volta pare più affezionata alla vita da mantenuta che da innamorata senza prospettive di natura economica.
La vicenda si consumerà nel sangue per alcuni e nella passiva noncuranza per altri.






Praticamente dalla sua nascita il Saloon è stato il portavoce di una lotta all'ultima bottigliata contro il radicalchicchismo, fenomeno quantomai fastidioso che spesso e volentieri soffoca il Cinema - e non solo - grazie ad un bagaglio di spocchia, pretenziosità, immagini patinate quanto inutili vendute come se costituissero chissà quali meravigliose rivelazioni.
Ricordo quando, in una delle prime visite a Torino dopo esserci messi insieme, Julez mi portò al Castello di Rivoli, che al tempo ospitava una mostra temporanea dedicata a tale Bruce Nauman, presunto nome di punta dell'arte contemporanea conosciuto in tutto il mondo: ricordo anche che passammo la totalità della visita e gran parte del pomeriggio proprio a dileggiare le presunte idee geniali del suddetto, che divennero paragonabili alla mitica frase fantozziana "La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca" con tanto di novantadue minuti di applausi al seguito.
Come più volte mi è capitato di ammettere, ho avuto anche io un periodo - neppure così breve - nel corso del quale l'autorialità ha di fatto funto da piedistallo sul quale ergersi per differenziarsi dal resto degli stronzi che popolano il mondo, terminato - fortunatamente - nel momento dell'illuminazione definitiva: in fondo, siamo tutti stronzi che popolano il mondo, e poco importa quanto geniali si possa essere. Come cantava Guccini, del resto, "tanto infine tutti avremo due metri di terreno".
Quello che conta è avere una storia da raccontare, e ancora di più, una storia da vivere.
Ma veniamo a The Canyons.
Acclamato a gran voce dai radical chic per eccellenza della rete - i colleghi de www.spietati.it, nello specifico - e distrutto con estremo piacere dal resto del mondo, il lavoro di Paul Schrader - uno che non è propriamente un novellino, considerati lavori di regia come Affliction e di sceneggiatura come Toro scatenato, Al di là della vita, Taxi driver e Yakuza, che non sono esattamente bruscolini - con protagonisti la sempre più sfatta Lindsay Lohan ed il giovane pornodivo James Deen è una proverbiale, ben confezionata - almeno per quanto riguarda la fotografia -, gigantesca, incredibile e roboante montagna di merda d'autore.
Anche perchè a rafforzare il suo status in negativo accorre a prestare una penna più che prestigiosa Bret Easton Ellis, che lasciati alle spalle i fasti di American Psycho sembra ormai prigioniero di un ruolo "di rottura" che, francamente, a questo punto della storia rompe e basta.
E non vi sto neanche a dire cosa, perchè se avete visto questo film l'avrete già capito.
Personalmente credo che prodotti come questo, concentrati di pseudo intellettualismo e passaggi solo sulla carta "estremi", contradditori e sconvolgenti, traboccanti presunzione e noia, totalmente privi di passione, siano considerabili alla stregua di robaccia commerciale della peggior specie o dei cinepanettoni, pur se con meno dignità delle due suddette categorie: tutti avremo visto almeno una volta nella vita un film porno, o uno che prevedesse scene di nudo, o morti ammazzati, e chi più ne ha, più ne metta.
Ma il problema non sta in quello che si pensa venga mostrato, quanto in ciò che viene sottolineato ad ogni sequenza di una delle pellicole più inutili e vuote che abbia visto nel passato recente: la noia, profonda ed irrecuperabile, quella che attanaglia chi ha troppo e non è abituato a farsi il culo come si deve per godere davvero delle cose.
Non a caso come protagonista deve essere stata scelta la Lohan, simbolo perfetto di un "bling ring" intellettuale che non dovrebbe avere alcun futuro, al botteghino così come ai grandi Festival.
E poi chissà, forse Schrader ed Ellis hanno voluto dileggiare una realtà che conoscono bene, ma l'impressione che ho avuto io è stata quella di due uomini ormai non più giovani che vorrebbero tanto sfoggiare un attrezzo considerevole nello stesso modo del loro discutibile protagonista.
Se per caso passasse da queste parti Fassbender, potrebbe gridare uno "Shame" al loro indirizzo.
E pensare che, ai tempi, neppure il lavoro di McQueen mi aveva fatto impazzire.
Ma al confronto di questa schifezza, potrebbe addirittura risultare come una sorta di Capolavoro del cazzo.



MrFord



"By tomorrow I'll be leaving
by tomorrow I'll gone
if you want to tell me something
you had better make it strong."
Dum Dum Girls - "Coming down" - 



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