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domenica 6 ottobre 2013

Europa Report

Regia: Sebastiàn Cordero
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
90'
 



La trama (con parole mie): un gruppo di astronauti, scelti e selezionati per una missione unica ed ambiziosa - investigare a proposito della natura di Europa, satellite di Giove che si sospetta possa ospitare acqua ed un ecosistema di batteri che dimostrerebbe l'esistenza di vita nell'universo -, partono alla volta della loro destinazione consci di dover affrontare mesi nello spazio mai attraversato da alcun essere umano.
Perso il contatto con il campo base, l'equipaggio di Europa One - questo il nome della nave - si ritroverà ad affrontare la parte cruciale della missione senza il supporto della Terra, nonchè i drammatici sviluppi che i rilevamenti sul suolo - e soprattutto sotto il suolo - di Europa porteranno per tutti loro.
I ricercatori responsabili della missione stessa, dal nostro pianeta, scopriranno soltanto una volta ripristinato il collegamento e grazie alle riprese delle videocamere della navetta cosa è accaduto ai protagonisti dell'impresa.




Probabilmente, da quando l'Uomo ha iniziato a sviluppare una coscienza sociale, e probabilmente anche prima, l'esigenza dello stesso di confrontarsi con l'ignoto e la tentazione di fissare sempre nuovi confini è divenuta parte integrante della Natura di questa controversa forma di vita di cui tutti noi facciamo parte.
Le grandi scoperte - che si parli di scienza, medicina, esplorazione o quant'altro - sono passate, passano e passeranno tutte attraverso quella sottilissima linea che separa follia da coraggio, curiosità ed ossessione, ego e generosità: per il Cinema, una materia come questa, animata da folli sogni e grandi imprese, è sempre stata un bacino cui attingere per poter realizzare pellicole in grado di emozionare e coinvolgere il pubblico, stuzzicando il senso di meraviglia dello stesso in modo da rendere possibile, fosse anche su uno schermo, per un paio d'ore e forse meno l'immedesimazione dell'uomo comune con quegli uomini comuni che furono protagonisti di imprese straordinarie.
Nel caso di Europa Report non parliamo di resoconti o ricostruzioni di fatti realmente accaduti, eppure lo spirito che pare aver animato Sebastiàn Cordero pare essere proprio questo: a partire da uno straordinario utilizzo della tecnica del found footage - di gran lunga il migliore passato qui al Saloon nel passato recente -, degli effetti - rustici e dosati benissimo -, dall'influenza dei Classici del genere - su tutti Alien e 2001: odissea nello spazio - e dalla suggestione sottilmente imposta allo spettatore fin dal principio a proposito del destino che attende l'equipaggio dell'Europa One, tutto contribuisce a rendere questo lavoro non soltanto la migliore proposta sci-fi dell'anno - pronta a fare polpette di tutti gli Elysium figli delle grandi case distributrici -, ma, in una certa misura, addirittura degli ultimi cinque.
Dall'umanità - espressa attraverso pregi e difetti - mai portata sopra le righe dei protagonisti alla straordinaria suggestione che Giove ed Europa riescono ad esercitare sullo spettatore, quella che, di fatto, sarebbe la cronaca di un'eventuale nuova frontiera scientifica e non solo diviene una cavalcata emotiva straordinaria, dal primo incidente occorso a James Corrigan alla meraviglia provata da Katya, prima fra tutti a poggiare il piede sul suolo di Europa, combattendo la tentazione di togliersi il guanto della tuta per sentire il ghiaccio di quella luna così lontana, con il gigantesco Giove all'orizzonte, direttamente sulla pelle, fino alla strepitosa sequenza che chiude il diario video dell'Europa One e lo stesso film, una lezione perfetta su come andrebbe sfruttato il potere dell'attesa e della meraviglia in un pubblico.
Siamo di fronte ad un gioiellino assoluto e nascosto, dunque, quasi ignorato dalla grande distribuzione internazionale e totalmente dimenticato da quella nostrana, ma che meriterebbe una visione a prescindere dalla confidenza dello spettatore con i mezzi del mockumentary - anche se non è propriamente definibile in questo modo - o il fascino della fantascienza: Europa Report, infatti, è un coraggiosissimo titolo che parla del desiderio umano di varcare inevitabilmente uno o più confini, e confrontarsi a qualsiasi costo - per quanto drammatica questa scelta sia - con la tentazione mitica di "rubare il fuoco agli dei".
Di fronte ad una scoperta senza precedenti, non si pensa più ad una singola vita: più o meno in questi termini si sviluppa la riflessione che, uno ad uno, mette a nudo i protagonisti della pellicola, ed in qualche modo l'audience stessa.
Fino a che punto saremmo disposti ad arrivare, per arrivare dove nessuno prima di noi era mai giunto?
Saremmo davvero disposti a rinunciare a muovere un passo oltre per rimanere nell'oscurità?
O, come falene, siamo predisposti per tuffarci inevitabilmente verso quella luce all'orizzonte?
Nessuno può, probabilmente, scrivere un'ultima parola rispetto a questo argomento, soprattutto considerato quanto possiamo perdere, dall'altra parte.
Terra contro spazio profondo. Conosciuto contro ignoto.
Nessuno sa.
Eppure, dentro, finiamo per saperlo tutti.


MrFord


"La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi
non viene dalle stelle...
Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena
potete stare a galla."
Subsonica - "Up patriots to arms" -


domenica 2 dicembre 2012

Foreign lovers

 Regia: Teresa Sala, Cecilia Di Giulio
Origine: Italia
Anno: 2012
Durata: 2'




La trama (con parole mie): in una libreria si incontrano per caso un ragazzo indiano ed una ragazza russa. E' amore a prima vista, e i due vorrebbero dare spazio all'attrazione che provano approfondendo il fascino che esercitano l'uno sull'altra.
Ma una volta di fronte, le differenze linguistiche rischiano di spezzare quello che è l'incantesimo della seduzione: una piccola, profonda riflessione sull'abbattimento delle barriere culturali e la voglia di comunicare superando le difficoltà.





Sta diventando una davvero soddisfacente consuetudine quella di ospitare qui al Saloon giovani registi alla ricerca di uno spazio maggiore per farsi conoscere, tanto che comincio a pensare che non sarebbe davvero niente male riuscire a trasformare la stessa in una sorta di rubrica con una periodicità fissa.
Tra l'altro, questa sarà la prima volta - dopo Michele Torbidoni, Fabio Cento ed Antonio Prisco - in cui a fare capolino dalle parti del bancone del sottoscritto troverete non una, bensì due donzelle legate al Centro Sperimentale di Cinematografia della mia Milano d'origine: Teresa Sala e Cecilia De Giulio.
Fresche fresche di esperienza in quel di Berlino, le due fanciulle portano sullo schermo un lavoro che mostra un buon equilibrio tra leggerezza e voglia di esplorare una tematica decisamente importante come quella delle barriere linguistiche e della voglia di superarle affinchè, pur conservando la propria identità, si abbia la possibilità di comunicare evitando "incidenti diplomatici" non sempre piacevoli.
La via scelta per trattare un tema che, a livelli più alti della politica e della società è stato causa di guerre ed assassinii, è decisamente - ed intelligentemente - virata alla commedia romantica, sfruttando l'analisi dei problemi di comunicazione attraverso due ragazzi appartenenti a background culturali differenti colpiti l'uno dall'altra all'interno di una biblioteca - in qualche modo, una "culla" di quegli stessi background -.
In questo senso, ho trovato la scelta di Teresa e Cecilia decisamente interessante, frizzante al punto giusto ed azzeccata per quello che, di fatto, dovrebbe essere una sorta di spot culturale da diffondere quanto più possibile già a partire dalle scuole: sicuramente il corto - oltre al minutaggio - ha il limite della struttura di natura "pubblicitaria" - un messaggio che deve essere portato entro il termine del tempo a disposizione, legato con ogni probabilità alla partecipazione a concorsi e festival - ed un'impostazione "patinata" che ha qualcosa di televisivo, eppure lascia intravedere le capacità delle due persone dietro la macchina da presa e la loro voglia di sperimentare - l'utilizzo delle animazioni, anche se normalmente detestate dal sottoscritto in quest'ambito, è riuscito addirittura a non disturbarmi più di tanto risultando addirittura simpatico, il che è già un grande successo -, che non mi dispiacerebbe vedere applicata a qualcosa di più corposo e non soggetto a regole ed imposizioni esterne.
Trasformo dunque questa parte critica del post in un'esortazione all'indirizzo di Teresa e Cecilia rispetto all'idea di tentare qualcosa di completamente personale e fuori dagli schemi in modo da tornare a propormelo affinchè possa trovare la conferma che mi aspetto da opere di autori mossi dalla voglia di mettere in luce il proprio talento e promuovere per la prima volta a pieni voti un corto qui al Saloon.
Nel frattempo, ribadisco quanto sia importante che due giovani registe possano essersi cimentate con una problematica assolutamente importante ed attuale affrontandola da un punto di vista privo di troppa retorica e massimi sistemi fornendo al contempo all'audience tutti gli strumenti per comprenderne rispetto alla vita di tutti i giorni l'importanza in un mondo che è già governato - per certi versi - dalla comunicazione e da una rete globale.
Un bell'incontro, dunque, tra il futuro di internet e del tempo reale ed il tema dell'amore, più antico della scrittura stessa.


MrFord


"Don't know what's comin' tomorrow,
maybe it's trouble and sorrow;
but we'll travel the road, sharin' our load,
side by Side."
Ray Charles - "Side by side" -



mercoledì 23 novembre 2011

L'ospite inatteso

Regia: Thomas McCarthy
Origine: Usa
Anno: 2007
Durata: 104'



La trama (con parole mie): Walter è un tranquillo professore che da vent'anni ripete le stesse lezioni in un università del Connecticut, limitandosi ad apporre la firma su saggi che non ha neppure scritto, sognando di imparare a suonare il pianoforte in memoria della defunta moglie.
Quando, dovendo presenziare ad un seminario, si troverà a tornare nel suo vecchio appartamento di New York, Walter farà uno degli incontri più importanti della sua vita: Tarek e Zainab, due giovani immigrati non in regola, infatti, sono stati ingannati da un intermediario che ha concesso loro in affitto proprio l'alloggio da anni inutilizzato del professore.
I tre, ed in particolare Walter e Tarek, coltivano da subito un legame d'amicizia unico con le radici affondate nell'incontro tra la musica classica tanto amata dal primo ed i ritmi afro del secondo: quando, per una casualità, il giovane verrà arrestato e la minaccia dell'espulsione dagli States si farà incombente, Walter cercherà in tutti i modi di aiutare il ragazzo.



Devo ammetterlo: mi sento in colpa per avere lasciato da parte Thomas McCarthy per così tanto tempo.
Fortunatamente, l'approdo sugli schermi di casa Ford di Win win ha riportato in auge questo talentuoso volto del panorama alternativo statunitense, ed ha immediatamente indotto a recuperare la pellicola "di mezzo" della sua filmografia persa nel corso degli ultimi anni, quest'ottimo The visitor che, in una certa misura, rappresenta la prova più matura dell'autore del New Jersey, alle prese con una produzione decisamente più importante rispetto al suo esordio dietro la macchina da presa - The station agent, già citato a proposito della sua ultima fatica, giusto ieri - ed una tematica certo non facile, quella dell'immigrazione.
Sfruttando il misurato Richard Jenkins nel ruolo di Walter, infatti, McCarthy racconta con la sua ormai caratteristica onestà di scrittura una storia "sottovoce" legata a doppio filo alla scoperta dell'altro, di se stessi e alla paura serpeggiante dilagata negli States - e non solo - dopo l'undici settembre, tradotta in una denuncia che non grida allo scandalo o cerca lo sconvolgimento dello spettatore, ma sottolinea quanto, a volte, i piccoli drammi possano essere terribili quanto i grandi, da una parte e dall'altra di una frontiera.
Il tutto mantenendo una leggerezza quasi da commedia legata a doppio filo alla rinascita di Walter, che attraverso il passaggio dal pianoforte allo djembe e dalla musica classica a Fela Kuti riscopre se stesso neanche fosse il Lester di American beauty, tornando a vivere per la prima volta dopo un letargo volontario e noioso durato fin troppi anni, se non addirittura da tutta la vita: la scelta di percorrere questa sorta di rivoluzione interiore attraverso i piccoli dettagli - il cambio della montatura degli occhiali, le pause pranzo al parco, le prime jam sessions con i musicisti di strada - è profondamente stimolata da Tarek e da sua madre, personaggio fondamentale nell'economia della pellicola - decisamente più di Zainab - che permette al protagonista di compiere un ulteriore passo in avanti e al film di cambiare marcia, spostando l'attenzione dello spettatore su una sorta di misurato dramma romantico in grado di fare da contrappeso alle vicende del giovane musicista in custodia presso l'immigrazione e sulla via di essere perduto nelle labirintiche pieghe della burocrazia e dell'indifferenza al confine con la quieta violenza degli ingranaggi della stessa.
Ancora una volta rispetto ad un lavoro di McCarthy, non lasciate che un'apparenza retorica possa influenzarne la visione: lasciatevi conquistare dal ritmo lento eppure deciso e da una vicenda che trailer e distribuzione potranno anche aver mascherato da commedia alternativa leggera ma che, in realtà, cela una realtà assolutamente credibile e per nulla buonista o consolatoria, che nel corso di tutta la durata conserva il suo pregio più grande proprio nel saper trasmettere un messaggio e sentimenti forti senza mai avere bisogno di alzare i toni e la voce, ma che avanza sottopelle come l'incedere dei tre tempi delle percussioni.
Un pò come tutto il Cinema di questo ancora troppo poco conosciuto regista: storie come potrebbero essere le nostre, di quelle che, a fronte di una realtà sempre più caotica - quella che vede le luci e i colori di Broadway illuminare sogni e aspettative sempre e solo "in grande" -, resistono con le unghie e con i denti, il cuore e la musica, i sentimenti ed i ricordi: e nell'immagine di Walter finalmente deciso a suonare lo djembe in metropolitana, proprio alla fermata di Broadway - perchè si dice che lì si facciano i soldi, a detta di Tarek - c'è tutta la magia di una vita "normale" che pare aver trovato il suo palcoscenico migliore.

MrFord

"You dey go your way, the jeje way
somebody come bring original trouble
you no talk, you no act
you say you be gentleman
you go suffer
you go tire
you go quench
me I no be gentleman like that."
Fela Kuti - "Gentleman" -

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