Visualizzazione post con etichetta Diego Abatantuono. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Diego Abatantuono. Mostra tutti i post

sabato 18 maggio 2013

Marrakech express

Regia: Gabriele Salvatores
Origine:
Italia
Anno: 1989
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Teresa, una ragazza spagnola, arriva a Milano per incontrare gli amici del suo uomo Rudy, inseparabili fino a dieci anni prima ed ormai praticamente degli sconosciuti. Proprio Rudy, in prigione in Marocco, ha bisogno di una cauzione di trenta milioni in modo da poter tornare in libertà: Marco, Ponchia e Paolino, ritrovatisi a loro volta, decideranno di mettere insieme il denaro e partire per Marrakech in compagnia di Teresa, per assicurarsi che i loro soldi non vadano perduti.
Nel corso del viaggio, alla frontiera con la Francia, recupereranno anche Cedro, altro elemento del loro vecchio gruppo, prima di muoversi toccando Saint Tropez, Barcellona ed il continente africano.
I giorni passati insieme risveglieranno l'affetto all'interno del gruppo ed apriranno le porte ad un nuovo inizio per la loro amicizia: ma le sorprese, una volta giunti a destinazione, non saranno finite.





Pochi film si sono guadagnati sul campo il titolo di cult pur partendo da premesse di totale ed inesorabile panasalamismo quanto Marrakech Express, che in una certa misura ancor più di Mediterraneo ha rappresentato un punto di svolta per la carriera di Gabriele Salvatores, influenzando ben più di una generazione di spettatori ed aspiranti attori e registi: personalmente, affrontai per la prima volta il viaggio di Ponchia, Marco, Paolino e Cedro dalla nebbiosa Milano di fine anni ottanta - terrificante l'immagine del ponte della Ghisolfa, luogo in cui venne girata anche una delle parti più importanti di Rocco e i suoi fratelli, com'era ai tempi - al cuore della calda Marrakech, allora considerata probabilmente alla stregua di una meta esotica, dopo aver già visto e rivisto almeno una decina di volte l'epopea dei soldati esuli in Grecia che portò l'Oscar al clan dello stesso Salvatores, eppure questo non rese l'esperienza in qualche modo riduttiva - in fondo, soprattutto a livello cinematografico e recitativo, tra le due pellicole non c'è paragone -, e al contrario mi permise di avere un quadro più completo della mitologia alla base dei primi lavori del regista milanese - compreso Turnè, che con Marrakech Express e Mediterraneo compone una sorta di quasi trilogia - fatta di viaggi ed amicizie nate o da recuperare, storie d'amore, malinconia e ricordi.
Oggi, all'ennesimo passaggio sugli schermi di casa Ford, il racconto del viaggio di Ponchia e soci si rivela come una raccolta alla mano, sincera ed onesta di una serie di perle da risata sguaiata venata di quello struggimento da fine delle vacanze che pervade tutte le pellicole di questo genere, nell'ottica del viaggio che, con i suoi momenti magici e le difficoltà, prima o poi giunge alla sua naturale conclusione lasciando quel piacevole vuoto da occhio lucido cui nessuno riesce davvero a resistere - almeno nessuno che porti nel cuore la passione per la scoperta e l'esplorazione, l'esperienza ed il movimento -.
E dalle milanesate di Ponchia/Abatantuono con il suo inglese, francese o spagnolo maccheronici ed il mal di denti alla storica partita di calcio tra Italia e Marocco - ripresa ed omaggiata anche da Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una gamba -, dal rapporto tra Paolino e Cedro al fermo alla frontiera tra Spagna e Marocco con la scimmia anti-hashish fino alla biciclettata nel deserto e a quel "Chi sei, Lawrence d'Arabia!?" tutto funziona, e si perdonano sia i sentimentalismi che gli eccessi di naturalezza, riscoprendo anche una certa carica emotiva di sequenze come quella della partita di calcio già citata o del finale con la trivella.
Certo, siamo ben lontani dalla perfezione, ed il look e l'approccio spesso e volentieri artigianali si notano, eppure il risultato è confortante e piacevole come quelle serate che si possono passare solo con gli amici più stretti, con le battute sparate praticamente a memoria - come i passaggi sul campo di calcio di una squadra abituata a giocare insieme - e l'impressione che ci sia sempre qualcuno pronto a coprirti le spalle - così come a renderti la vittima di qualche "zingarata" -, la colonna sonora tra Santana e Dalla è praticamente perfetta ed il cast mostra tutta l'empatia che probabilmente era presente anche fuori dal set.
Dunque, nel pieno rispetto di quella che è la tradizione del Saloon, non posso che continuare ad amare Marrakech Express, con le sue imperfezioni e la sua sincerità, la voglia di viaggiare e ricominciare, lasciare alle spalle il grigio per buttarsi nel sole: e se per questo si dovrà passare lungo la Rambla sognando una notte d'amore con una caliente bellezza locale e finendo per rubare in un market aperto ventiquattr'ore, allora ben venga anche questo.
Fa tutto parte del bello del viaggio.


MrFord


"Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va."
Lucio Dalla - "L'anno che verrà" -


lunedì 30 luglio 2012

Puerto escondido

Regia: Gabriele Salvatores
Origine: Italia
Anno: 1992
Durata: 110'




La trama (con parole mie): Mario Tozzi lavora in banca, è single e ha un debole per le apparenze di lusso e gli status symbol figli della Milano da bere. 
Quando, per un caso fortuito, assiste ad un omicidio compiuto dal Commissario Viola, un poliziotto corrotto, le cose per lui si complicano assumendo le tinte fosche di un noir.
L'uomo è così costretto a rifugiarsi in Messico abbandonando la sua vita precedente, finendo a vivere in una capanna su una spiaggia insieme ad un altro fuggitivo di professione, lo scombinato Alex, che diviene il suo migliore amico dopo aver tentato di fregarlo.
Quando la donna di Alex, Anita, si unirà al duo, il gruppo finirà per cercare di concludere un losco traffico prima di trovarsi di nuovo nei guai con la legge ed il redivivo Commissario, partito per il Sud America alla ricerca di Mario.





In questo periodo di ritmi lenti e soffusi, in bilico tra l'afa e temporali troppo brevi per placare la morsa dell'estate, mi trovo spesso e volentieri a ripensare agli anni in cui buona parte della mia giornata, in questo periodo, era destinata ai film: complici le prime partenze degli amici del parco, le mattinate legate alle vhs diventavano intere giornate spese un fotogramma dietro l'altro in modo che il momento del mare e delle vacanze estive vere e proprie fosse ad ogni visione un pò più vicino.
Mediterraneo, titolo di punta di Salvatores che mi aveva già conquistato, aprì la strada al primo film post-Oscar del regista, un Puerto Escondido che vidi la prima volta senza sapere esattamente cosa aspettarmi, e che mi spiazzò fin dalle prime sequenze per l'ambientazione - un'invernale e nebbiosa Milano - e le vicissitudini del protagonista - preso a colpi di pistola in apertura -: allora ricordo che rimasi non poco deluso dal risultato - specie considerato il precedente più che illustre -, trovandomi di fronte una commedia d'avventura e di viaggio che pareva non riuscire ad avere una direzione precisa e di certo risultava vittima di una versione macellata in fase di distribuzione - come fu per lo stesso Mediterraneo, per anni reperibile con un buon quarto d'ora in meno rispetto al minutaggio originale - che rendeva alcuni passaggi della sceneggiatura improvvisati e nebulosi più di quanto già non fossero.
Con il trascorrere degli anni e le numerose visioni - recupero della durata originale compreso -, invece, devo ammettere di avere apprezzato sempre più questo scombinato ed estemporaneo thriller comico basato completamente sull'idea di orizzonti da ritrovare - geograficamente e non solo - e la volontà di reinventarsi ripartendo da capo, buttato tutto sulle spalle di Diego Abatantuono e le sue gag - che potranno anche non piacere, ma che ho sempre trovato divertentissime -, che scovarono in Claudio Bisio - in uno dei suoi primi ruoli da quasi protagonista - la spalla perfetta, dall'esordio come rivali alle vicissitudini legate al peyote e alla carriera di manager di galli da combattimento - mitico Tyson -.
L'esplorazione del Messico, seppur descritta con il piglio da alternativo soft tipico del regista - che, al contrario, di radical chic non ha proprio nulla, quando gli si è a tu per tu -, risulta interessante ed improvvisata quanto potrebbe apparire ad un qualsiasi disorganizzato turista - o fuggiasco - abituato a determinati lussi e condizioni catapultato in una realtà in cui le dimensioni della vita sono profondamente differenti: certo, le società cui si fa riferimento sono cambiate, e a vent'anni di distanza il ritratto della terra dei sombreros pare decisamente fuori tempo massimo, eppure il concetto alla base funziona, e condito dal tentativo di rendere la storia non soltanto una rimpatriata tra amici - come fu per il mitico Marrakech Express - non può che divertire il pubblico fornendo gli spunti per qualche riflessione sulla maturità che avanza ed il ruolo che abbiamo - o vorremmo avere - nel mondo.
Per tornare agli esuli di Meghisti, verrebbe da dire che anche nel caso di Mario ed Alex - ma perchè no, anche Anita ed il Commissario Viola - tutto si riduce a "quell'età in cui non si è ancora deciso se perdersi per il mondo o mettere su famiglia", e che non si può mai dire a cosa può portare anche una serie di vicissitudini che hanno tutta l'apparenza di non essere per nulla positive.
Puerto Escondido, in qualche modo, è stato - ed è - per il sottoscritto un piccolo rifugio perfetto per questa stagione, senza alcuna pretesa - sarebbe stato assurdo averne avute - e quel piglio raffazzonato e guascone che è uno dei tratti migliori di un certo Cinema made in Terra dei cachi, in grado di dare la perfetta rappresentazione di noi italiani tutto cuore e disorganizzazione schiacciati da una nebbia che, a volte, vorremmo si diradasse e lasciasse spazio ad una sorta di estate senza fine, un "Messico e nuvole" che non sia più soltanto cantato, ma che, tra una tequila ed una risata, ci regali la possibilità di essere liberi di diventare quello che avremmo sempre sognato.
O chissà, quello che non sapevamo di poter diventare.


MrFord


"Messico e nuvole il tempo passa sull'America
il vento suona la sua armonica,
che voglia di piangere ho 
Messico e nuvole la faccia triste dell'America
il vento insiste con l'armonica,
che voglia di piangere ho."
Enzo Jannacci - "Messico e nuvole" -


 

sabato 13 agosto 2011

Mediterraneo

Regia: Gabriele Salvatores
Origine: Italia
Anno: 1991
Durata: 99'


La trama (con parole mie): 1941. Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale un plotone di richiamati scombinato come solo un plotone di richiamati italiani nel pieno della Seconda Guerra Mondiale poteva essere è inviato a Kastelorizo, la più distante delle isole del Dodecanneso, praticamente un satellite della Turchia, per una missione di scarsissima importanza strategica.
Persi i contatti con la nave che li aveva condotti sul posto, i soldati dapprima affrontano la realtà di un'isola apparentemente deserta, dunque si integrano perfettamente con gli abitanti del luogo, dimenticandosi della guerra e del mondo, in un momento delle loro vite in cui ci si rende conto di essere ad un bivio che influenzerà il futuro di ognuno.


Ricordo ancora quando, in un servizio dedicato alla Notte degli Oscar, il buon vecchio Sly ed il suo labbro distorto dichiararono vincitore del premio come miglior film straniero questo lavoro di Salvatores: non avevo ancora visto Mediterraneo, ma quella strana sensazione di appartenenza che, in genere, si risveglia in noi in concomitanza con i Mondiali di calcio si fece sentire forte e chiara.
In questo senso, questa piccola, onesta opera è davvero molto italiana: assolutamente imperfetta e clamorosamente guascona, sgangherata eppure accattivante, divertente ma velata da una malinconia che all'interno dello stesso film il sergente LoRusso definirà "l'atmosfera che da piccoli c'era alla fine delle vacanze".
Proprio il personaggio interpretato da Diego Abatantuono è l'emblema della pellicola, protagonista di alcune delle sequenze più interessanti e perfettamente rappresentato dall'aria sempre caciarona e sopra le righe che nasconde, in realtà, tutti i dubbi e la solitudine di chi "ha quell'età in cui non ha ancora deciso se mettere su famiglia o perdersi per il mondo", come recita il Tenente Montini ad inizio pellicola: in realtà, furono proprio quelle sequenze - lo sbarco, la parola d'ordine, le partite di calcio, il primo incontro con Vassilissa - che, con le prime visioni, rimasero impresse nella memoria del Ford ancora non in fase adolescente tormentato, e che tornano a colpirmi oggi pur se stuzzicate da quella vena di malinconia legata al fatto che, ora, mi ritrovo io stesso ad essere in quell'età, e davanti ad un'esperienza come quella di LoRusso, Colasanti, Montini, Strazzabosco, i fratelli Munaron, Noventa e Farina non saprei davvero come comportarmi: andrei alla ricerca di me stesso e delle mie radici, o scoprirei che esiste un luogo in cui davvero tutto può accarere, e ricomincerei da capo, vivrei e basta quell'isolamento fatto di attese e riflessioni, scalpiterei per fuggire e tornare da chi mi aspetta, o sarei animato dal desiderio di tornare e costruire qualcosa di grande ed importante?
Quello che per anni è stato solo e soltanto un film d'intrattenimento nel pieno della tradizione della commedia all'italiana ora assume le dimensioni di una - certamente leggera - riflessione sulla vita, nonchè una delle ragioni della mia passione per le isole greche, che nel corso dell'ultimo decennio ho girato più che ho potuto - anche se a Kastelorizo ancora non sono stato -.
Le citazioni si sprecherebbero, così come le risate confortanti di uno dei miei piccoli, grandi cult estivi, ma mi piace pensare di prenderla con calma, quest'oggi, per lasciar depositare il fondo di un caffè che altrimenti sarebbe quasi sabbia, ascoltare il mare e sognare i tramonti e le notti, sorridere al pensiero di qualcuno prima di me, di fronte alle stesse onde, secoli e secoli fa, e al futuro, quello che potrò e mi lasceranno fare, e quello che, se dovessi stancarmi, mi porterà di nuovo indietro, a questo sciabordio che è una pace unica in una vita intera.

MrFord

"Natureza, deusa do viver
a beleza pura do nascer
uma flor brilhando a luz do sol
pescador entre o mar e o anzol."
Maria Gadu - "Shimbalaie" -

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...