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sabato 16 maggio 2015

L'isola del tesoro

Autore: Robert Louis Stevenson
Origine: UK
Anno: 1883
Editore: Feltrinelli





La trama (con parole mie): Jim Hawkins, giovane figlio del gestore di una locanda nei pressi di Bristol, si ritrova affascinato ed intimorito dall'ultimo ospite dell'Ammiraglio Benbow - questo il nome del locale di proprietà della sua famiglia -, il navigatore e pirata Billy Bones.
L'uomo, scontroso e solitario, è in realtà in fuga dai vecchi compagni perchè in possesso della mappa che condurrebbe al tesoro del leggendario Capitano Flint, uno dei predoni dei mari più terrificanti di sempre: quando, dopo alcune settimane, Bones viene raggiunto e minacciato dai suoi, per Jim inizierà un'avventura che lo porterà lontano dalle coste inglesi dopo aver seppellito il padre e lasciata la madre alla ricerca del famigerato tesoro dall'altra parte del mondo, facendo esperienza come mozzo e crescendo come uomo nel momento in cui l'ambiguo Long John Silver, cuoco di bordo della spedizione, si rivelerà essere l'unico che, ai tempi d'oro, teneva testa a Flint, nonchè il più determinato ad impadronirsi del tesoro stesso.








Di recente, grazie al vero e proprio colpo di fulmine che è stato imbattermi nel personaggio di Long John Silver, il mio amore - mai sopito - per le avventure marinaresche ed i charachters legati profondamente alla vita è rifiorito neanche fosse la primavera del secolo, spingendomi a recuperare il Classico responsabile ed ispiratore del già indirettamente citato La vera storia del pirata Long John Silver: L'isola del tesoro.
Evitato a causa delle imposizioni ai tempi delle superiori e mai più recuperato - al contrario di altre pietre miliari del genere come La linea d'ombra o Tifone -, il lavoro di Stevenson è uno dei più grandi romanzi - e non solo d'avventura o di genere - che mi sia capitato di leggere dai tempi del Capolavoro La figlia del capitano, un classico che si presta a letture ed interpretazioni da angolazioni anche diametralmente opposte tra loro, un magistrale esempio di tensione narrativa costante ed uno spirito che è stato modello per innumerevoli romanzi e film di formazione dall'epoca in cui fu pubblicato agli anni ottanta dei Goonies.
Tutto questo, senza neppure considerare Long John Silver.
Il pirata portato sulla pagina da Stevenson, privo di una gamba eppure agile come la più veloce delle scimmie, amichevole e pieno di attenzioni eppure crudele e selvaggio, gioviale e cortese ed in grado, con la sola voce, di mettere a tecere anche gli uomini più temibili che il mare possa offrire, è uno degli esempi più clamorosi di antagonista - o protagonista? - perfetto, delineato alla perfezione e mostrato con uguale passione dai suoi momenti di trionfo a quelli di sconfitta.
In fondo, è così che va, quando di affrontano il mare, e la vita: "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te", si sarebbe recitato in un film fondamentale per il sottoscritto più di un secolo dopo la stesura dell'incredibile avventura del giovane Jim Hawkins.
Ed è proprio questo che accade, nel corso dell'epopea volta al ritrovamento del tesoro del leggendario Capitano Flint, terrore dei mari in grado di essere messo all'angolo dal solo Silver, suo quartiermastro ed in qualche modo confidente: si assiste ad un continuo ribaltamento di fronti, ad eventi tanto clamorosi ed eccezionali quanto umani e semplici nello svolgimento, alla rappresentazione unica in parole di sapori, odori, sensazioni, ed alla capacità di uno scrittore di trasportare letteralmente i suoi lettori ove desidera, o dove è necessario che siano.
Dalle brume della provincia di Bristol ai paesaggi tropicali dell'Isola del tesoro, passando per le rappresentazioni dell'Hispaniola e del fortino sulla spiaggia dell'isola stessa, il dono più grande della prosa di questo Capolavoro è il potere di trasmettere il brivido dell'avventura, il sapore di una terra che si scopre per la prima volta, dell'ignoto, della sfida: L'isola del tesoro è paragonabile alla prima sbucciatura, o al morso ed alla scoperta del sapore del cocco, o del mango, o del rhum la notte della vostra prima sbronza.
Fortunatamente per Jim Hawkins, a dispetto delle apparenze, al suo fianco e come sua nemesi il ragazzo avrà il privilegio di confrontarsi con Long John Silver, che con le sue luci ed ombre, probabilmente, rappresenta l'esempio migliore di quello che potrebbe essere un Uomo per un giovane pronto ad affacciarsi sull'oceano della vita: perchè nel corso della nostra esistenza, nessuno di noi è esente da colpe o errori, risulta impermeabile ai sentimenti, alle sensazioni e all'istinto, alla voglia di confrontarsi con l'ignoto e, perchè no, anche con il proprio lato oscuro.
Ma a prescindere da quanto di me stesso possa mettere in questa interpretazione di Long John Silver e de L'isola del tesoro, questo romanzo andrebbe recuperato semplicemente per il suo spirito romantico e votato all'esplorazione, alla vita, al desiderio di muovere sempre un passo oltre, anche quando quello stesso passo apparirà avventato e lontano da ogni logica.
Un barbarico YAWP della Letteratura ingenuo e volenteroso come Jim, passionale ed oscuro come John Silver.
Quasi come se il Bambino e l'Uomo si incontrassero davvero, uno di fronte all'altro, per una volta nella vita.
Come un viaggio nel tempo.
Come il viaggio.
Quello che ognuno di noi compie.
A prescindere dal tesoro destinato ad essere ritrovato.




MrFord




"Mondo di uomini,
fatto di uomini
pronti a rincorrere il vento.
Partono deboli,
tornano uomini;
erano mille e son cento.
Mondo di uomini,
fatto di uomini soli.
Dimmi la bianca balena stasera dov'è;
nella tempesta infinita non c'è.
Mondo di uomini
fatto di uomini soli."
Enrico Ruggeri - "Bianca balena" - 





mercoledì 29 aprile 2015

Black sea

Regia: Kevin MacDonald
Origine: USA, Russia, UK
Anno: 2014
Durata: 114'





La trama (con parole mie): Robinson, esperto capitano di sottomarini lasciato a casa dalla multinazionale per la quale ha lavorato negli ultimi undici anni, cerca un finanziatore a seguito della scoperta di un ex collega che collocherebbe nelle profondità del Mar Nero un U-Boot tedesco ancora carico di lingotti d'oro frutto di un accordo finito male tra Hitler e Stalin.
Scelto l'equipaggio, diviso tra russi ed anglosassoni, ed acquistato un vecchio sottomarino, Robinson guida i suoi nell'oscurità degli abissi, senza sapere che dietro il denaro che ha permesso la loro rischiosa missione si cela proprio la multinazionale responsabile della sua disoccupazione, e che le differenze culturali tra i membri della spedizione finiranno per minare dall'interno la riuscita dell'impresa.
Chi, alla fine, riuscirà a tornare a galla? Ed esisterà davvero, questo mitico U-Boot carico d'oro?







Senza dubbio una delle esperienze più importanti per capire se si potrà mai davvero avere un legame unico con una persona è quella del viaggio, spartiacque fondamentale in grado di cementare rapporti destinati a durare una vita o far naufragare amicizie o amori che si credevano più che solidi: una sorta di versione "dopata" del viaggio stesso risulta essere senza dubbio la convivenza forzata, sia essa legata ad una realtà casuale - i naufraghi di Lost, per citare un esempio fondamentale di fiction -, a trascorsi di vita - il carcere - o scelte - il lavoro a bordo di una nave, o un sottomarino -.
Black sea, ultimo lavoro del discontinuo ma decisamente capace Kevin MacDonald, mostra - e molto bene - proprio questo: sfruttando meccanismi che rimbalzano dal film d'azione al thriller senza disdegnare il quasi horror, il regista scozzese consegna tra le mani del pubblico un cocktail artigianale ma ottimamente riuscito che rievoca tanto The descent - almeno rispetto al fatto che sia l'Uomo, il mostro più temibile che si può avere la sfortuna di incontrare - quanto The Abyss o il semisconociuto ma decisamente interessante Below, senza dimenticare in tutto questo la mitologia marinaresca ed appoggiandosi sulle spalle di un Jude Law che pare non aver dimenticato la lezione dell'ottimo Dom Hemingway, portando sullo schermo un personaggio che lo allontana dal suo status precedente di sex symbol mostrandolo al contrario decisamente più maturo e ruvido, quasi fosse una versione action degli antieroi sociali di Ken Loach.
Un prodotto non particolarmente originale, dunque, ma in grado di funzionare dal primo all'ultimo minuto, di tenere alta la tensione e risultare credibile anche nei momenti decisamente più legati alla fiction, dotato di un grande fascino vintage - e non solo per il sottomarino "d'altro tempi" sfruttato come location dal regista e come mezzo per giungere allo scopo della missione dai protagonisti - e capace di portare sullo schermo sia riflessioni legate al mondo del lavoro ed alla condizione di disperati di molti professionisti rimasti "a piedi" da un giorno all'altro sia il tipico crescendo adrenalinico che una ventina d'anni or sono rappresentava uno standard per titoli di questo genere che ambissero a diventare quantomeno dei piccoli cult: l'ambientazione sottomarina, inoltre, che si parli del claustrofobico interno del sommergibile o delle oscure profondità degli abissi - ci si riferisce spesso, soprattutto in termini cinematografici, allo spazio profondo, ma l'ignoto offerto dalle fosse dei nostri oceani è assolutamente all'altezza delle vastità siderali - conferisce ad una vicenda che, di fatto, è legata all'avidità ed alla voglia di riscatto tutte umane una cornice dal fascino del vecchio film d'avventura, quasi l'impresa praticamente impossibile di Robinson e soci fosse intrisa di quello spirito piratesco che diede origine ad una serie di leggende immortali della Letteratura come del Cinema.
In questo senso, l'aura survival del lavoro di MacDonald unita ai suoi tratti decisamente più umani - dalla stupidità del conflitto tra le due fazioni dei membri dell'equipaggio da piena Guerra Fredda al rapporto tra Robinson e Liam pronto a colmare il vuoto di quello lasciato dal figlio cresciuto da un altro uomo del primo e la futura paternità del secondo - rende Black sea una visione solida e di carattere, destinata probabilmente a non fare la Storia della settima arte ma non per questo non meritevole di attenzioni: in un certo senso, infatti, Black sea è uno di noi.
Uno qualunque, con i suoi pregi ed i suoi difetti, forse non geniale, ma di pancia, diretto e sincero, nel bene e nel male. Qualcuno presente. In qualsiasi termine lo vogliate interpretare.
Considerato che io per primo diffidavo di questa visione neanche mi avessero chiesto di prendere parte ad una missione pressochè suicida nelle profondità del Mar Nero, direi che neppure un finale con una qualche concessione di troppo sia riuscito a fermarmi: e sapete che vi dico?
Che con gente come MacDonald, o Robinson, mi imbarcherei tutti i giorni.




MrFord




"And I could write it down
or spread it all around
get lost and then get found
or swallowed in the sea."
Coldplay - "Swallowed in the sea" - 




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