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domenica 7 dicembre 2014

Orange is the new black - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Piper Chapman, poco più che trentenne promessa sposa al giovane scrittore di buona famiglia Larry, viene incarcerata a seguito dei reati commessi come corriere di denaro per l'ex fidanzata e trafficante di droga Alex di anni prima, e condannata a scontare una pena di poco più di un anno.
Quella che, però, dall'esterno pare un'impresa tutto sommato accessibile, per Piper diverrà una vera e propria corsa ad ostacoli all'interno: dalla sua incapacità di relazionarsi con le altre detenute alle regole non scritte della vita dietro le sbarre, infatti, molte saranno le complicazioni.
Come se non bastasse, poi, la stessa Alex - colei che ha fatto il nome di Piper, di fatto segnando il suo destino - è tra la popolazione della stessa struttura detentiva: sentimenti e sensi di colpa si mescoleranno, dunque, finendo per portare questa neofita della routine da penitenziario ad affrontare un giro di vite della propria esistenza.







Questo post partecipa con grinta e più caos possibile alla selezione dedicata da noi bloggers alle Bad Girls.




Probabilmente pochi luoghi fisici finiscono per portare alla luce la parte più animale e votata alla sopravvivenza del carcere: una prova in grado di schiacciare e seppellire anche i più forti, e portare in superficie, al contrario, la capacità di adattarsi di chi, apparentemente, pare destinato a soccombere.
Personalmente, pur non avendo mai provato sulla pelle - fortunatamente, direi - l'esperienza, resto comunque molto affascinato dalla geografia sociale ed umana dei racconti carcerari, siano essi tradotti in romanzi, film o serie televisive: qualche anno fa ricordo con quanto trasporto seguii Oz, uno dei titoli cult di casa Ford, interamente ambientato in un particolare braccio di un carcere di massima sicurezza all'interno del quale omicidi, ammazzamenti e violenze di vario genere erano all'ordine del giorno.
Nel corso delle ultime stagioni, invece, è stata una serie "in rosa" a far parlare e scrivere molto di se, nella blogosfera e non: Orange is the new black.
Sponsorizzato molto in casa Ford da Julez, fiduciosa del fatto che anche io avrei gradito, questo titolo ha finito inevitabilmente, dopo una partenza forse con il freno a mano troppo tirato, a conquistare pienamente il favore del sottoscritto, guadagnandosi di diritto lo status di "must see" con il quale era giunto su questi schermi spinto da aspettative decisamente alte.
Merito del grande lavoro degli sceneggiatori sui personaggi e dello straordinario gruppo di attrici protagoniste - bravissime dalla prima all'ultima, uno di quei casi in cui vige la regola di Lost rispetto alle scelte ottime della produzione in questo senso e della chimica che, probabilmente, si è venuta a creare all'interno della crew -, e di un crescendo assolutamente pazzesco partito con i primi segni di cedimento della protagonista Piper Chapman e con l'inserimento del personaggio forse più sfaccettato ed interessante della season, la terribile Pennsatucky, che per quanto insopportabile sia riuscita ad essere ha rappresentato, forse, sotto più aspetti, il charachter chiave per il cambio di direzione preso dalla serie nel mio cuore di appassionato.
Johnny Cash, nella sua straordinaria San Quentin, cantava quanto le mura di una prigione potessero rendere ancora più freddo il sangue dei detenuti che vi abitavano, di fatto amplificando le zone d'ombra che li avevano portati fino a quel punto del loro percorso: in questo senso il lento sprofondare di Piper verso il tostissimo finale è espressione perfetta delle parole del Men in black, sfruttato in equilibrio rispetto ad alcuni gesti di generosità e vicinanza tra le detenute, il rapporto tra le stesse e le guardie - interessante il personaggio della giovane donna, la più morbida tra i "controllori" -, il sesso - e in questo senso, nonostante la gettonatissima Alex Vause, continuerò sempre a preferire la rozza Nicky -, una buona dose di ironia nera - la mitica Boo - ed una critica neppure troppo velata ad un sistema che ingrassa le tasche della classe dirigente sulla pelle dei contribuenti così come della popolazione carceraria - altro spunto niente male in vista della seconda annata è quello dei fondi "mangiati" dai grandi capi dell'amministrazione a scapito delle attività da svolgere e delle strutture interne del carcere -.
Orange is the new black, dunque, trova conferma anche al Saloon del suo status di titolo con le palle e tutte le potenzialità per diventare ancora più tosto ed imperdibile per il pubblico: in fondo, tutti noi, anche i più posati e ligi alle regole, teniamo dentro un qualche animale pronto ad uscire e lottare per la propria sopravvivenza senza quasi guardare in faccia a nessuno.
E' la Legge della Giungla.
E non c'è giungla peggiore di una prigione.
Figurarsi quando la prigione in questione è territorio e dominio dell'altra metà del cielo.
Ho come l'impressione che per Piper, in questo senso, i guai siano appena all'inizio.
Per fortuna nostra, da questa parte dello schermo e delle sbarre.



MrFord


Di seguito il programma dettagliato della rassegna:



"Think of all the roads
think of all their crossings
taking steps is easy
standing still is hard
remember all their faces
remember all their voices
everything is different
the second time around."
Regina Spektor - "You've got time" - 




giovedì 16 agosto 2012

Cesare deve morire

Regia: Paolo e Vittorio Taviani
Origine: Italia
Anno: 2012
Durata: 76'





La trama (con parole mie): all'interno dell'area di massima sicurezza del carcere di Rebibbia il progetto che vede i detenuti portare in scena spettacoli teatrali prevede che si lavori alla realizzazione del Giulio Cesare di Shakespeare, una delle tragedie più note del Bardo.
Partendo dal giorno della prima e andando a ritroso, i fratelli Taviani scoprono le vite dei protagonisti della piéce, i reati che li hanno portati dietro le sbarre e le riflessioni che i ruoli inducono in ognuno di loro: dal traffico di droga all'omicidio, gli occhi profondi ed i dialetti di questi insoliti interpreti divengono lo specchio di una vicenda senza tempo in grado di comporre un affresco drammatico e potente sull'essere Uomini, e le prove di quello che sarà un successo il giorno del debutto diverranno un percorso più importante dell'applauso del pubblico.





Da tempo - e, lo ammetto, non ricordo neppure esattamente da quanto - non mi capitava di giungere al termine della visione di una produzione nostrana così convinto della sua potenza: in qualche modo, devo essermi sentito come i fratelli Taviani, premiati con l'Orso d'oro a distanza siderale dall'ultimo trofeo della Berlinale finito in Italia - era il 1991, La casa del sorriso di Marco Ferreri -, orgoglioso di aver assistito, di fatto, ad un piccolo miracolo.
Perchè i due fratelli, ormai non più di primo pelo - Vittorio classe 1929, Paolo 1931 -, noti da una parte e dall'altra dei confini nazionali per titoli quali Padre padrone - vincitore della Palma d'oro a Cannes -, ormai dati sul viale del tramonto da molti, riescono a mettersi in gioco trovando un ponte ideale tra la fiction e il documentario, appoggiandosi a quello che è e resta il più grande sceneggiatore sul quale il Cinema possa contare - il buon, vecchio Bill Shakespeare - e sfruttando al meglio il realismo ed il fascino della mitologia carceraria, da sempre fonte di ispirazione per scrittori e registi dietro le sbarre e non.
Decostruendo, di fatto, lo spettacolo messo in scena dai detenuti del carcere romano di Rebibbia in modo da mostrarlo nella sua interezza al pubblico attraverso i provini ed il percorso che ha condotto alla prima, i registi pongono l'accento sugli interpreti dei suoi protagonisti e sul legame progressivamente costruito dagli stessi nel corso dello studio delle battute e delle prove con Giulio Cesare, Cassio, Bruto, Antonio ed il resto del cast of charachters.
L'occhio della macchina, presente ed elegante - le inquadrature, anche quelle apparentemente più realistiche, danno l'impressione di essere studiatissime - riesce nonostante queste caratteristiche a non risultare mai davvero sopra le righe, regalando all'audience momenti che paiono istantanee di vite figlie di una cattiva strada che ha il sapore dei pezzi di De Andrè ed altri che esplodono dallo schermo come pagine di grandissimo Cinema - le voci dei detenuti, come fantasmi, che aleggiano sul carcere nella notte, in attesa del confronto finale tra i congiurati responsabili della morte di Cesare ed il suo braccio destro Antonio nella piana di Filippi, in Grecia.
Un lirismo realista che ricorda il tocco di Pasolini e la tecnica di Bresson, emoziona e scuote senza colpi bassi o ruffianerie e mostra quanto soprattutto l'opera di Shakespeare possa essere geniale ed interpretata a molteplici livelli di lettura - i congiurati in attesa di portare a termine la loro missione intenti a parlare della posizione del sole, i dilemmi di Bruto ed il paragone tra Cesare ed un amico infame liquidato in quanto tale anni prima, le osservazioni sul De bello gallico, lo straordinario monologo di Antonio nel cortile del penitenziario -, a prescindere dalle epoche e dai contesti storici e sociali.
Il tutto senza mai dimenticare l'occhio da Maestri, che sfodera alcuni passaggi coreografici perfetti nel corso delle riprese della prima dello spettacolo - che mi hanno riportato alla mente il Mahabharata di Peter Brook - e della già citata battaglia di Filippi così come sequenze in bilico tra l'ironia, la tristezza e l'indagine sociale come quella dei provini per assegnare le parti nello spettacolo.
Ma non ci sono scelte di regia, fotografia o montaggio che possano compensare il vuoto profondo che attanaglia le vite consumate in una prigione, non-luogo per eccellenza al centro delle città reali eppure profondamente lontano da tutto e da tutti, vissuto nella nostalgia di una donna - Antonio che accarezza le poltroncine del teatro ancora in allestimento pensando a chi le occuperà - o nella presa di coscienza dell'arte e del suo valore a dare significati nuovi all'esistenza.
E la sua vicinanza, che stimola, riscatta e in alcuni casi addirittura redime - Edward Bunker docet -, è anche la sofferenza più grande di chi tra quelle mura spenderà il resto dei suoi giorni.
Non si fa questione di giustizia, o si lamenta la propria condizione: al contrario, come il condannato del Folsom prison blues di Johnny Cash, si sogna di andarsene lontani, in un posto in cui una cella non divenga la misura tale da far sembrare Shakespeare così ingombrante da non avere più spazio per respirare.


MrFord


"Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte l'ore cò 'sta fetenzia
che sputa minaccia e s'à piglia cò me
ma alla fine m'assetto papale
mi sbottono e mi leggo 'o giornale
mi consiglio con don Raffaè 
mi spiega che penso e bevimm'ò cafè."
Fabrizio De Andrè - "Don Raffaè" -


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