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giovedì 11 aprile 2013

Alessandro il grande

Autore: Georges Radet
Origine: Francia
Anno: 1931
Editore: BUR




La trama (con parole mie): la vita di uno dei più grandi conquistatori dell'antichità - se non il più grande - raccontata attraverso le parole degli storici che per primi narrarono le sue gesta e le ricerche svolte sulla sua figura nel corso dei secoli.
Dall'infanzia a Pella all'influenza di Filippo ed Olimpiade, dall'educazione ricevuta da Aristotele all'ascesa al trono, dalla sfida all'impero persiano alla conquista del mondo, la leggendaria epopea del giovane sovrano, in bilico tra realtà e leggenda, mito e coscienza politica, una visione moderna e cosmopolita ed eccessi d'ira e passione degni del più dissoluto tra gli uomini.
Amato o odiato, illuminato o despota, un personaggio destinato a cambiare il destino del mondo ed essere ricordato come uno dei più temerari esploratori dell'esistenza mai vissuti.





Spinto dalla nascita del Fordino, di recente ho riscoperto il mio antico interesse per una delle figure che considero più importanti della Storia antica, Alessandro Magno.
Così, dopo aver rispolverato il film di Oliver Stone, mi sono lanciato su uno dei due testi che da troppi anni sonnecchiavano nella libreria di casa Ford venendo sfogliati soltanto con il pensiero: il rapporto con il lavoro di Radet - studioso dalla fama indubbia -, primo dei suddetti, si è rivelato in realtà molto più complicato di quanto potessi credere, scoprendosi almeno parzialmente una delusione.
Se, infatti, dal punto di vista della ricostruzione degli eventi che portarono il giovane sovrano cresciuto a Pella a dare inizio ad una delle imprese più incredibili della Storia ed al suo tentativo di conquista - ed unione sotto un'unica guida - del mondo allora conosciuto e del recupero di materiale proveniente dagli scritti che molti storiografi di allora dedicarono proprio al figlio di Filippo il macedone non si può certo rimanere delusi dalla lettura, l'approccio di Radet - fazioso al limite del sopportabile, neanche si trattasse di uno degli attendenti del buon Alessandro - appare pomposo ed estremamente pesante, ed il linguaggio decisamente datato - parliamo di un testo del 1931, del resto - non aiuta a rendere fluido lo scorrere dei capitoli.
Questo aspetto, tuttavia, non riesce a togliere fascino ad alcuni episodi dell'epopea del conquistatore macedone come l'arrivo a Babilonia, il confronto con l'oracolo di Ammone, la spedizione in India ed il periplo di Nearco, uno dei fedelissimi tra i suoi comandanti che il sovrano inviò in una spedizione che prevedeva la circumnavigazione del continente indiano risalendo verso la penisola arabica: immaginare quello che sono state città e società ormai sepolte, infatti, permette di provare un brivido addirittura superiore rispetto a quello che potrebbe offrire il grande schermo, senza contare che, obiettivamente, il grande viaggio del cosiddetto "nuovo Achille" fu qualcosa di talmente straordinario da eclissare le più recenti imprese dei grandi esploratori di terra e di mare, ed ispirarle almeno quanto fece con quelle di altri illustri condottieri come Giulio Cesare o Napoleone.
Per gli appassionati della figura del re che unì - o almeno, tentò di farlo - Oriente ed Occidente sotto un unica, grande bandiera portando avanti idee cosmopolite ed avveniristiche - come i matrimoni misti tra i suoi generali e le donne provenienti dai Paesi conquistati, o la formazione di giovani non ellenici in modo da poter contare su una nuova generazione ed un continuo ricambio per l'esercito, o la fusione dei culti religiosi - risulterà comunque un'interessante digressione sulla complessità di quello che fu il suo disegno globale.
Certo non si tratta di una lettura da pendolarismo facile e scorrimento veloce, e rispetto ad un romanzo - o ad una biografia resa allo stesso modo - apparirà in più di un'occasione paurosamente simile ad un testo scolastico da bombardamento di date e nomi fino alla perdizione, senza lasciare da parte riferimenti geografici o mitologici: tutte cose estremamente interessanti, ma che decisamente poco si prestano alla narrazione, e che fanno di Radet un esempio di professore esimio durante le lezioni del quale nove studenti su dieci finiscono per schiacciare un sonoro pisolino aprendo gli occhi di tanto in tanto giusto per buttare l'occhio all'ora, sognando nel frattempo l'incredibile avventura di questo indimenticabile protagonista della Storia in un modo certamente più avvincente.


MrFord


"And I want to conquer the world,
give all the idiots a brand new religion,
put an end to poverty, uncleanliness and toil,
promote equality in all my decisions
with a quick wink of the eye.

And a "God you must be joking!"
Bad religion - "I want to conquer the world" -





sabato 18 giugno 2011

The eagle

La trama (con parole mie): Marcus è il figlio di Flavius Aquila, comandante della famigerata Nona legione dell'esercito romano, scomparsa con le sue insegne mentre era in piena avanzata alla conquista della Britannia. Vent'anni dopo la disonorevole vicenda che vide coinvolto il padre, il giovane prende servizio come comandante di un forte tra i più vicini al Vallo di Adriano, valico voluto dall'Imperatore come segno tangibile della fine del mondo conosciuto.
Grazie al valore in battaglia saprà guadagnare il rispetto dei suoi uomini, ma le ferite riportate lo costringeranno ad abbandonare la carriera militare: così, per trovare pace rispetto al ricordo del genitore, il centurione si imbarcherà in un'avventura che potrebbe significare morte certa accanto allo schiavo nativo di quei luoghi Esca, destinato a divenire più di un compagno di viaggio per il protagonista.

In principio, era Centurion, guidato dalla mano ferma e violenta di Neil Marshall.
Dunque venne Kevin MacDonald, scozzese anch'egli, cresciuto a pane e documentari - ottimi, recuperate One day in september e La morte sospesa -, che torna ad occuparsi delle vicende della misteriosa Nona legione prendendole alla larga, e ripartendo vent'anni dopo la sua scomparsa per fornire un suo personale epilogo di una vicenda ancora misteriosa per storici, archeologi e romanzieri.
Il regista de L'ultimo re di Scozia non ha certo, almeno per quanto riguarda la fiction, gli attributi del cineasta di The Descent, e non si prefissa di certo come obiettivo primario quello di tracciare una linea tra gli accadimenti storici ed il mito, quanto di narrare una storia di solida amicizia virile nel pieno stile dei film d'avventura in grado di pescare a mani basse da pellicole note quali Il gladiatore, Braveheart o L'ultimo dei Mohicani, riflettendo al contempo sulla natura del diverso e le difficoltà di costruzione di un rapporto nato come una rivalità e divenuto progressivamente un patto, prima d'onore e doveri, dunque di vera e propria fedeltà.
Non una pellicola indimenticabile - ma del resto non lo erano neanche il già citato L'ultimo re di Scozia o il più discreto State of play -, ma comunque un buon intrattenimento nel pieno spirito del genere in grado di risvegliare passioni ormai sepolte - come quella del sottoscritto per la Storia antica - ed in grado di gettare, quasi fossero sassate improvvise, ottime idee accanto a più numerosi scivoloni nel territorio del già visto e sentito, soprattutto a livello di sceneggiatura.
Se dovessi essere maligno, affermerei che si tratta del tipico film che maschera il blockbusterismo con massicce dosi di finta autorialità, di quelli della razza peggiore, responsabili delle più basse dichiarazioni da lunedì dopo un weekend di divano e film dei colleghi normalmente a digiuno da grande schermo che dipingono anche le peggiori porcate come Capolavori.
Al contrario, ho deciso di seguire l'istinto ed il cuore, in una certa misura - in fondo il Cinema di questo genere, volente o nolente, tocca alcune corde di autoesaltazione assolutamente incontrollabili -, affermando che Kevin MacDonald ha fatto il meglio che poteva rispetto ai suoi mezzi - decisamente più limitati quando si tratta di fiction e non di documentari, per l'appunto - trasformando un potenziale polpettone retorico filo ridleyscottiano in un più che discreto lavoro di formazione come avrebbero voluto gli anni ottanta, in grado di allontanarsi dalle più becere situazioni da film di grande distribuzione - almeno in parte - strizzando l'occhio addirittura ad opere assolutamente anticommerciali come Valhalla rising, assolutamente lontano dalla materia qui trattata eppure in qualche modo richiamato dallo spirito desolato e desolante delle Highlands pronte ad inghiottire chiunque le sfidi, quasi fossero espressione di una Natura ben più grande e pericolosa dei giochi degli uomini e delle loro piccole, piccole regole d'onore.
Unica vera pecca, ben più grave rispetto allo spirito decisamente più leggero se confrontato al succitato Centurion, il crescendo finale, poco coraggioso rispetto alle possibilità di scelta a disposizione del regista, e decisamente legato ad un Cinema per tutti che, in fondo, per tutti non è, perchè delude le aspettative del pubblico occasionale come di quello di nicchia.
Molto più incisive le parti dedicate alla convalescenza di Marcus dallo zio - un sempre carismatico Donald Sutherland - e al viaggio di Esca e dello stesso Marcus attraverso i territori brumosi ed apparentemente sconfinati del profondo Nord dei tempi.
Ad ogni modo, liberatisi da quel piglio da so tutto io tipico dei cinefili, opere come questa risultano ampiamente fruibili nonchè palesemente superiori - nonostante, in questo caso, un montaggio ed uno script non impeccabili - ai comuni prodotti da grande distribuzione, ovvero il meglio che si possa chiedere per non sentirsi attanagliati dalla spiacevole sensazione di aver perso quasi due ore della propria vita e, al contempo, aver alimentato emozioni e curiosità parallele - l'interesse per la Storia, ad esempio, anche questo già citato - che sarà sempre possibile sviluppare a visione terminata.


MrFord


"And I hear the cry of an eagle
out in the heavens he will not obey
I hear the cry of an eagle
riding on wings of tomorrow
that take me away."

Gammaray - "Eagle" -
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