Ormai una decina d'anni fa, proprio a ridosso del mio compleanno - quindi sono anche quasi giusto, in termini di ricorrenze, considerato che i miei festeggiamenti precedono di un paio di giorni Halloween -, nel pieno di quello che fu il periodo più wild e senza controllo della mia vita, incrociai il cammino del Rob Zombie regista grazie a La casa dei mille corpi e - soprattutto - La casa del diavolo, due vere e proprie perle che mi lasciarono senza fiato e pronto ad acclamare un nuovo fenomeno del "grindhouse" sul grande schermo.
Neanche il tempo di godermi la scoperta, ed ecco che la fama e i due reboot del cult carpenteriano Halloween - per l'appunto - cominciarono a minare - e non poco - la fiducia del sottoscritto nel musicista convertitosi alla settima arte, prima di arrivare a Le streghe di Salem, una delle schifezze più atomiche passate da queste parti negli ultimi anni, in grado di porre la parola fine all'idillio di questo vecchio cowboy per l'autore qui presente tanto da ignorare che, a qualche anno di distanza, fosse in procinto di uscire un nuovo lavoro che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto riportare il buon Zombie proprio sulle orme dei due film che avevano illuminato e caratterizzato i suoi esordi.
Avrebbe dovuto, per l'appunto.
E dopo aver letto la recensione della Bolla, ci ho quasi creduto, per una buona metà.
Ci ho quasi creduto nonostante la presentazione assurda del gruppo dei protagonisti, uscita da un film anni settanta fuori tempo massimo, la confezione che pareva contare più del contenuto, la solita - per quanto attraente per una donna della sua età - Sheri Moon Zombie messa da battaglia a fare la figa di turno neanche avesse vent'anni, la sensazione che tutto risultasse come un calderone derivativo e sopra le righe proprio come era stato il già citato Salem.
Poi, uno "stage" dopo l'altro, come in un videogioco a livelli anni ottanta, ho tenuto duro confidando nel fatto che la parte finale potesse davvero rendere giustizia allo sforzo prodotto nel pensare che ci potesse essere qualche speranza: e invece, in barba ai Malcolm McDowell ed alla logica, ecco piovere dal cielo un epilogo non solo privo di alcuna spiegazione rispetto al macabro e mortale gioco che funge da ossatura a tutta la pellicola, ma anche e soprattutto in grado di sprecare anche la cosa migliore della stessa, il confronto tra il personaggio sopravvissuto e Doomhead, simbolo del desiderio degli autori del gioco stesso di scrivere la parola fine prima che il tempo concesso dalle regole potesse scadere.
Rob Zombie, invece, che probabilmente si crede una sorta di re del cazzo e della merda venuto tra noi mortali per salvare il Cinema, pretende di essere figo e cazzuto e sbattersene delle regole stesse, senza rendersi conto che quello che porta in scena altro non è che una versione in stile Alex De La Iglesia del supercult - quello sì, indiscutibile - Non aprite quella porta, che la sua robetta finto malata se la mangia a colazione senza sforzo, e pretende anche il bis.
Dunque, lascia che te lo dica io, caro Rob.
Lascia che sia quello che se ne sbatte delle tue regole.
Il tuo Devil's Reject.
Il tuo Doomhead.
Il Diavolo venuto a fare il lavoro del Diavolo.
Con La casa dei mille corpi e La casa del diavolo hai avuto solo due gran colpi di culo.
Un pò come quando un attaccante mediocre finisce non si sa come per vincere la classifica dei cannonieri, e passato in una grande squadra si rivela per quello che è: un panchinaro.
E forse neppure quello.
Sei una pippa, Rob.
Che, tra le altre cose, se la mena neanche dovesse fare le scarpe a Tarantino.
E lasciatelo dire: quelle scarpe, al massimo, puoi sperare di lucidarle per bene.
E dopo certe sofferenze che hai finito per infliggermi, dovresti farlo con la lingua.
MrFord
