Quando, grazie all'iniziativa della sempre mitica Alessandra, non solo si è riesumato lo zoccolo duro di F.I.C.A., ma si è deciso di celebrare il decennale della dipartita di quello che è stato senza dubbio uno dei Maestri del Cinema USA, ho avuto una doppia occasione per festeggiare: recuperare o rivedere, infatti, uno dei lavori del mitico Robert Altman, finisce per essere sempre un modo per godere del fatto di amare la settima arte, e potendo scegliere tra diversi titoli ho optato - in mancanza de I Protagonisti, che non ho recuperato per tempo - per I compari, perfetto per la stagione, Western di frontiera come piacciono al sottoscritto, inserito alla grande in quello che è stato il filone della prima rivoluzione operata rispetto ai classiconi del "cowboy contro indiani".
Come sarebbe stato successivamente per Eastwood, Peckinpah e via discorrendo, ed in epoca più moderna per Jarmusch o i Coen, infatti, Altman porta in scena un racconto che ha poco dell'epica degli Howard Hawks o dei John Ford, e che, al contrario, narra una quotidianità guadagnata con il sudore della fronte, le lacrime ed il sangue, in barba ai grandi duelli ed alle grandi speranze.
La vicenda di McCabe, giocatore d'azzardo con una fama da pistolero ben superiore alle sue reali capacità, e della sua socia in affari, la prostituta Constance Miller, pronti a sfruttare una località remota per far conoscere i piaceri della carne e dell'intrattenimento a minatori e cacciatori prima di finire nel mirino delle grandi compagnie minerarie per nulla disposte a farsi mettere all'angolo da imprenditori locali con un piglio troppo guascone come loro - o, più precisamente, come McCabe - è tutto tranne che epica o grandiosa: da un certo punto di vista, pare quasi di assistere ad un film di Ken Loach portato nel vecchio West, tra Legge della giungla, outsiders, avvocati che promettono una campagna "mediatica" che possa tutelare i piccoli affaristi rispetto alle grandi compagnie ed un approccio che, come sempre quando si parla di umanità, finisce, quando tutto è compromesso, per essere risolto con la violenza ed il sangue.
Dunque, ad uno svolgimento tranquillo e quasi svogliato incentrato sulla quotidianità dell'attività e delle questioni legate alla sua gestione da parte di McCabe e Miller, si contrappone una parte finale tesissima, triste e violenta, che riporta lo spettatore a quello che doveva essere il Far West: un luogo selvaggio in cui, se si giocava con il fuoco, si finiva inesorabilmente bruciati.
Altman in questo caso lavora più sull'atmosfera e sul fascino che non sulla coralità - per questo ci saranno Nashville e America oggi, forse i suoi due lavori più importanti -, affidandosi ad una fotografia perfetta e ad un crescendo che senza dubbio è diventato un modello per tutti i registi di western moderni venuti dopo di lui e dopo questo lavoro: per un vecchio appassionato di genere come me, avere l'occasione di godermi due ore di immersione tra neve, sparatorie, sogni di gloria e tavoli da gioco è stata come una manna dal cielo, oltre che una scusa per rivedere a distanza di oltre dieci anni - se non ricordo male - un titolo poco conosciuto e clamorosamente valido del Maestro.
Non sarà forse roba per tutti, in bilico tra Frontiera ed un tempo che, ormai, è purtroppo inesorabilmente andato - in termini cinematografici -, ma chiunque ami davvero il Cinema non può che rimanere affascinato dalla magia che alcuni autori e titoli riescono sempre a propagare.
Come Robert Altman.
E come I compari.
MrFord
Questo post partecipa alle celebrazioni in memoria di Robert Altman.
