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martedì 9 gennaio 2018

Coco (Lee Unkrich&Adrian Molina, USA, 2017, 105')




Credo che il momento esatto in cui decisi di farla finita con la religione, le credenze e quant'altro fu quello del funerale del mio nonno materno, lo stesso cui devo la passione per il Western ed il Cinema, accanto al quale vidi i primi incontri di wrestling, e che ancora oggi, avendo vissuto più anni senza di lui che con lui, avrei voluto avere accanto per raccontargli un sacco di cose, e ancora di più farmene raccontare.
Il giorno prima, nell'obitorio dell'ospedale, rimasi accanto al suo corpo per qualche minuto, da solo.
Toccando quella pelle fredda non mi pareva ci fosse più traccia dell'uomo con il quale avevo giocato a carte migliaia di volte, reduce della Seconda Guerra Mondiale, che non lasciava passare nulla a nessuno tranne a me e mio fratello.
Quel giorno misi nella tasca della giacca che l'avrebbe accompagnato per l'ultimo viaggio due biglietti, uno con una mia poesia ed un altro con una citazione legata alla Grecia antica: "L'immortalità sta nel ricordo di chi ci ha amati".
Una frase decisamente vera, nel senso che chi ci resta nel cuore fino alla fine, e nei ricordi, di fatto accompagna anche noi per quello che trasmettiamo al mondo e per quello che ci porteremo nell'ultimo, grande sonno.
Ieri, invece, per preparare il Fordino alla visione di Coco e raccontagli il senso dietro al Dia de las muertos, ho fatto presente per la prima volta che, quando toccherà a me, vorrei che lui e sua sorella organizzassero una grande festa, con musica, alcool e più casino possibile: per quanto mi riguarda, un funerale dovrebbe essere la celebrazione della vita di una persona, e non una cosa triste come quella cui assistetti quel giorno del settembre del novantasette.
Io non ci sarò per ovvi motivi, ma mi piace pensare che possano esserci loro, e godersela anche per me, magari raccontando aneddoti come ora io scrivo di mio nonno, e ricordo piccole cose che restano mie, e che nessuno potrà portarmi via.
Attraverso la visione di Coco, che pure è lineare e semplice, quasi prevedibile, ho avuto la fortuna di poter rivivere e provare emozioni da entrambi i lati di un'invisibile barricata, che passa da quando, piccoli, affrontiamo per la prima volta la perdita, o da adulti, quando capiamo di essere in procinto di passare il testimone, ed il pensiero non è più quello di ambire a chissà quale aldilà, ma al ricordo di chi viene dopo di noi.
L'ultimo film targato Pixar, sicuramente non geniale ai livelli di Inside out ma emotivamente potente quanto Up!, a prescindere dalla linearità della sceneggiatura o dalla meraviglia visiva, è un pozzo profondo, come canterebbe De Andrè, all'interno del quale ognuno si può specchiare, a diverse età della vita: nella fila davanti alla nostra avevamo una famiglia con i genitori di una decina d'anni più vecchi di noi e tre figli, che commentavano le canzoni o ridevano per i momenti più divertenti; ho sentito la bambina più grande, probabilmente in età da scuole medie, chiedere al padre se stava piangendo di fronte ad una delle sequenze più commoventi della pellicola, e poi abbracciarlo prima dell'uscita, stretta, a luci accese, come se fossero nel salotto di casa.
Allo stesso tempo, cercando di resistere alle lacrime, avevo il Fordino appoggiato ad una spalla, perso nei colori degli animali volanti del "mondo degli scheletri" e la Fordina che mi saltava sulle gambe, e pensavo a quanto capivo Coco, e soprattutto suo padre.
Questo, prima di tutto, è il bello di questo ennesimo miracolo Pixar: la semplicità.
Ognuno di noi ha vissuto la perdita. Ognuno porta nel cuore i ricordi di qualcuno che vivrà per sempre con lui. Siamo stati bambini pieni di sogni e adulti con il desiderio di essere ricordati.
Io ho chiuso con credenze e religioni il giorno del funerale di mio nonno, ormai più di vent'anni fa.
E ho cominciato a credere nel vivere, il più profondamente possibile per le possibilità che ognuno di noi ha. E quando arriverà il momento di chiudere i conti, celebrare la vita di chi non tornerà più da queste parti. Perchè è questo che ha fatto. Vivere. La cosa più bella che si possa immaginare.
E l'unica che ci garantisca dei ricordi.
Coco parla dell'importanza di quei ricordi.
E della festa che meritano.




MrFord



 

martedì 6 dicembre 2016

Swiss Army Man (Dan Kwan&Daniel Scheinert, USA, 2016, 97')




Era il settembre del duemilasei, nel pieno del periodo più wild della mia vita, e mi trovavo in Irlanda con il mio amico Emiliano: decidemmo, giusto per non stare sempre appiccicati alle due fanciulle che rimorchiammo a Galway, di farci una bella gita per ammirare il Connemara, spendendo praticamente tutto quello che avevamo a disposizione per quella giornata per mangiare - un favoloso brasato, devo ammettere - e per il pullman.
Con ancora negli occhi la bellezza strepitosa delle scogliere di Moher, l'autista fece tappa in una miniera che tutti gli altri partecipanti al viaggio organizzato ebbero l'occasione di visitare, mentre noi poveracci in canna optammo, nell'attesa, per un giro tra i negozi di souvenir ed un the nella caffetteria appena fuori dalla miniera stessa: proprio tra le cartoline, credo complice il brasato citato poco fa, cominciai a dare sfogo all'aria irlandese che si muoveva nelle mie parti basse, suscitando la furia di Emiliano che abbandonò il negozio per evitare di morire soffocato, andando a sedersi direttamente nella caffetteria, dove lo raggiunsi una volta conclusa la tempesta.
Lo scenario, a quel punto, era questo: tavoli tutti vuoti tranne uno, composto da una molto composta famiglia - padre, madre, figlia adolescente -, non troppo lontano dal nostro, e su ogni tavolo una zuccheriera, una piccola caraffa con il latte e tovaglioli.
Emiliano ordina un caffè americano, io the e muffin al cioccolato: si chiacchiera e si ride ancora per quello che è accaduto nel negozio qualche minuto prima, si alza un pò la voce tanto da notare l'irritazione negli occhi di mammina e papino e, forse, un velo di terrore in quelli della ragazzina, neanche fossimo i rednecks di Un tranquillo weekend di paura.
A un certo punto, una risata un pò troppo fragorosa lascia partire un altro missile degno di quelli sganciati tra i souvenir, innescando la protesta accesa di Emiliano per la puzza pestilenziale, mentre il sottoscritto cercava di contenere le risa, ormai fuori controllo: all'apice di questa nuova, clamorosa sequenza, doppio colpo mortale risata sguaiata/peto roboante, proprio mentre un asteroide che faceva un tempo parte del muffin al cioccolato esce dalla mia bocca entrando in orbita prima di ricadere, canestro perfetto, nella piccola caraffa del latte sul nostro tavolo.
Io mi contorco, Emiliano non resiste, e fuggendo dalla caffetteria ribalta la sedia dove stava sotto gli occhi sconcertati della famiglia Bradford versione irish.
Ho impiegato circa venti minuti per riprendermi e raggiungerlo all'esterno.
Questo ricordo, come tutti quelli di quel viaggio fantastico, ora è soltanto mio.
E' soltanto mio dalla notte tra il tredici ed il quattordici febbraio duemilaquindici, quando Emiliano ha deciso di togliersi la vita.
Questo aneddoto è una delle cose che mi sono passate per la mente guardando Swiss Army Man.
Mi sono anche passati per la mente l'amore, l'amicizia, il valore e l'importanza della libertà di essere come siamo, soprattutto con chi amiamo, perchè proprio con loro possiamo godere dell'essere noi stessi fino alla fine, scoreggione comprese, una colonna sonora stupenda, trovate che farebbero invidia al miglior Gondry, quanto cazzo sono stati bravi Radcliffe e (soprattutto) Dano, con quell'espressione tra la timidezza e l'orgoglio di fronte al complimento ricevuto dal suo nuovo, inseparabile amico.
Mi è passato per la mente "porca puttana, che film grandioso".
Mi è passato per la mente che se non fossi stato sul tappeto a giocare con i bimbi in stereo con Julez già in lacrime sul divano, mi sarei fatto uno di quei pianti liberatori che sono come il vento in faccia, una scopata, il segno che sì, stai vivendo, e lo stai facendo il più profondamente possibile.
Mi è passato per la mente che Swiss Army Man fosse una delle storie di amicizia più commoventi, poetiche e stramaledettamente vere che il Cinema abbia mai regalato al suo pubblico.
E non parlo di questa stagione, o degli ultimi anni. Di sempre.
Da quel cellulare rimbalzato tra i ricordi di uno e dell'altro, alle geniali trovate dell'autobus e del "cannone", dalla lotta con l'orso pronta a mangiarsi in un boccone tutto il realismo di qualsiasi  Revenant con la forza della pancia - in tutti i sensi -, dall'isola deserta alla città piena di gente.
Mi è passato per la mente Emiliano, che è morto nella vasca da bagno, e chissà che non abbia deciso di salutare chi ha pensato di giudicarlo per la scelta che aveva fatto con una scoreggiona come quelle che ho mollato io, quel giorno, in quella caffetteria, nel cuore dell'Irlanda che è stato proprio grazie a quel viaggio uno degli amori della sua vita.
Mi è passato per la mente che durante quel viaggio abbiamo riso, bevuto, letto, ascoltato musica, scritto, pensato a cosa avremmo fatto al nostro ritorno, scopato, siamo passati dal quasi calcio in faccia che mi presi la seconda sera a Dublino al penultimo giorno, quando Tommy, irlandese sposato ad un'italiana in gita di piacere nella sua terra cercò di trattenerci al tavolo con lui e due obese vestite come puttane da Far West offrendoci un drink dopo l'altro grazie alle vincite al gioco - almeno così ha dichiarato -.
Tutti quei ricordi, oggi, sono solo miei.
Ed ora, con Swiss Army Man negli occhi e nel cuore, e la coscienza di aver avuto la fortuna di trovarmi di fronte ad un cazzo di fantastico Capolavoro, e le lacrime che scendono, davanti allo schermo del computer sul quale scivolano via queste parole, mi passa per la mente un'altra cosa.
E' stato bellissimo.
Vorrei che ci foste stati anche voi.
Vorrei che ci foste stati anche voi.




MrFord




 

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