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martedì 4 aprile 2017

S is for Stanley (Alex Infascelli, Italia, 2015, 78')




Con ogni probabilità, e nonostante riconosca Maestri e geni assoluti del Cinema che nel corso degli ultimi due secoli hanno fatto la fortuna di questa meravigliosa forma d'arte, dovessi indicare un nome che possa rappresentarla in toto, non avrei dubbi: Stanley Kubrick.
Un regista - ma non solo - maniacale, ossessivo, dalla personalità complessa, certo non prolifico, scomparso senza dubbio troppo presto, che è stato in grado di regalare al pubblico - grande o piccolo che fosse - cult indimenticabili e Capolavori assoluti.
Da queste parti, ed è una cosa rara per un Maestro, Kubrick si è dovuto in un certo senso guadagnare questo status assoluto: il mio rapporto con lui, infatti, è stato inizialmente di studio, conflittuale, tanto da giungere ad un'epifania soltanto con la terza visione - se non ricordo male - di Arancia meccanica, che grazie ad una scena in particolare - l'aggressione in musica di Alex ai suoi Drughi - non solo ridefinì il mio rapporto con questo Mito, ma anche quello con il Cinema tutto.
Da quell'istante ebbero origine la venerazione per Orizzonti di gloria, Barry Lyndon, Full Metal Jacket, Eyes Wide Shut e 2001, solo per citarne una parte: dalle nottate con mio fratello ed Emiliano alle chiacchierate con colleghi, bloggers ed amici fino alla recente esperienza vissuta con Dembo nel rivedere in sala la versione 70mm dell'Odissea, per l'appunto, il vaso di Pandora del mio personale Cinema può considerarsi aperto proprio in quel momento, da questo autore.
Quello che, penso, ogni appassionato della settima arte avrebbe voluto conoscere, seguire, spalleggiare come fosse il più fedele dei collaboratori ed il più intimo degli amici.
Quello che ha un nome, un cognome ed una storia senza dubbio da film: Emilio D'Alessandro.
Emigrato in Inghilterra e coltivati sogni di gloria da pilota, quest'uomo venuto dalla provincia italiana più profonda degli anni dell'Italia di Fellini giunse a ricoprire il ruolo di factotum e quasi involontario consigliere, confessore e confidente di Kubrick, regista solitario e spesso inavvicinabile, in grado di fare uscire di senno i suoi attori e di rappresentare una scheggia impazzita all'interno dell'industria cinematografica soprattutto hollywoodiana - che non lo riconobbe mai quanto avrebbe dovuto -.
Un nome che, dopo questo documentario splendido e toccante firmato da Alex Infascelli, probabilmente diverrà il più invidiato da molti cinefili o aspiranti registi che avrebbero dato tutto - e lo darebbero oggi, subito - per avere l'opportunità che ha avuto lui.
Ma S is for Stanley è anche e soprattutto una meravigliosa storia di amicizia, che passa dagli occhi perennemente lucidi del signor D'Alessandro ai racconti dei dietro le quinte di alcuni dei più grandi film realizzati negli ultimi cinquant'anni: Emilio non è un cinefilo, uno che farebbe carte false per andare a ricoprire un incarico scomodo e stressante per inclinazioni da lecchinaggio o manie di protagonismo cinematografico da sfogare, bensì un uomo tutto d'un pezzo, d'altri tempi, che per la mia generazione potrebbe rappresentare un nonno di quelli un pò burberi ed antichi, ma sinceri e di cuore, che finiscono per mancare ai nipoti una volta terminato il loro viaggio, continuando a farlo per tutta la loro vita.
Se la memoria non m'inganna, dovrei aver visto almeno tre volte ogni film di Kubrick - che si moltiplicano e non di poco nel caso dei miei favoriti - fatta eccezione per il lungometraggio d'esordio Fear and desire, ancora fermo ad un solo passaggio, ed ancora oggi non smetto di meravigliarmi di fronte al genio di questo incredibile Autore: ma poco importa, almeno in questa sede.
Perchè S is for Stanley è una dichiarazione d'amore che solo un amico potrebbe fare.
Non un cinefilo, non un critico, non un fan che morirebbe per una stanza di cimeli come quella del signor D'Alessandro.
Una dichiarazione come quella che chiude l'aneddoto oltre i titoli di coda di questo piccolo, grande documentario firmato dal nostrano Alex Infascelli, quando Emilio, di fronte a Stanley in persona, dichiara che il suo preferito tra i tanti Capolavori del Maestro è Spartacus, film sottovalutato forse perfino dall'Autore in persona, che al parere dell'amico - perchè non si può definire che in questo modo - rispose semplicemente: "Per me non è un granchè".
E intanto, generazioni e generazioni di critici, registi o aspiranti tali, appassionati e chi più ne ha, più ne metta, ancora una volta sarebbero disposti a tutto, perfino per quel "non è un granchè".
Quel "non è un granchè" che va oltre il genio.
Ed abbraccia, commosso, l'Uomo.




MrFord




domenica 9 novembre 2014

Hearts of darkness - Viaggio all'Inferno

Regia: Fax Bahr, George Hickenlooper, Eleanor Coppola
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 96'





La trama (con parole mie): fin dal 1969, in cima alla lista dei progetti di Francis Ford Coppola si poteva trovare quello di un adattamento del romanzo Cuore di tenebra trasposto nel Vietnam, un viaggio nel lato oscuro dell'American dream esportato a suon di proiettili. Soltanto dopo il successo dei primi due film della saga de Il padrino, però, Coppola ebbe le possibilità economiche e produttive per avviare il progetto più ambizioso, titanico e destabilizzante della sua carriera, un'impresa che costò fatica, energia, milioni di dollari messi di tasca propria ed integrità fisica non solo del regista, ma anche del protagonista Martin Sheen.
Attraverso le immagini dei dietro le quinte girate dalla moglie Eleanor, scopriamo la genesi di uno dei più grandi Capolavori della Storia del Cinema.







Non ho mai creduto troppo nelle classifiche e graduatorie, che si parlasse di Cinema, Musica o Letteratura: i gusti personali e le esperienze di vita, in fondo, segnano talmente tanto da rendere ogni approccio "assoluto" decisamente poco utile se non per dare una qualche indicazione a chi per la prima volta si avvicina ad una qualsiasi forma d'arte.
Eppure, se esistesse un baule dove chiudere dieci film fondamentali da salvare da una qualsiasi catastrofe, credo che nessuno avrebbe dubbi nell'inserire nel novero Apocalypse now, che si parli della sua versione originale o del Redux.
Un film monumentale, gigantesco, assoluto, apice emotivo ed artistico della carriera di uno dei più grandi cineasti statunitensi viventi - e non solo -, un monumento al viaggio nel cuore del lato oscuro dell'Uomo ispirato da uno dei romanzi più affascinanti della Letteratura degli ultimi due secoli, Cuore di tenebra di Joseph Conrad, perfetto sotto ogni punto di vista, dalla tecnica alla recitazione, dalla carne al cervello.
Ma quale fu la strada che Francis Ford Coppola percorse per arrivare a regalare al pubblico l'esperienza quasi mistica di questo affresco incredibile?
Grazie ai filmati di repertorio girati dalla moglie Eleanor durante la sfiancante sessione di riprese nel cuore delle Filippine e al contributo dei due registi Bahr e Hickenlooper ogni spettatore avrà modo di scoprire il viaggio dentro il viaggio, il percorso devastante - fisicamente, economicamente ed emotivamente - che Coppola per primo dovette intraprendere per giungere a quello che, ad oggi, può essere considerato uno dei trionfi più clamorosi della Storia della settima arte, dai due Oscar e tre Golden Globes vinti alla Palma d'oro a Cannes, passando per l'aura mitica che questo film si è giustamente conquistato nel corso dei decenni.
Veniamo dunque a scoprire che, prima ancora di passare alla Storia grazie a Quarto potere, Orson Welles cercò di portare in scena una sua versione di Cuore di tenebra - poi mai realizzata per questioni di costi di produzione -, che il primo attore selezionato per la parte di Willard fu Harvey Keitel, clamorosamente scartato da Coppola dopo solo una settimana di riprese, che il regista arrivò ad impegnare perfino la sua casa per poter garantire la fine delle riprese, che Marlon Brando, oltre a creare problemi sulle tempistiche ed avere una paga da capogiro per i tempi e non solo - un milione di dollari a settimana per tre settimane - si presentò sul set ignorando sia la lettura del Capolavoro di Conrad che le promesse fatte a Coppola di mettersi in forma, che Martin Sheen ebbe un infarto nel corso delle riprese, e che il cast dei main charachters passò la maggior parte del tempo sotto l'effetto di alcool, marijuana, acidi e speed, senza contare il tifone che distrusse gran parte dei set e gli accordi con il governo delle Filippine rispetto all'utilizzo degli elicotteri del loro esercito - gli USA non misero a disposizione alcun mezzo a causa della posizione critica della pellicola rispetto alla Guerra in Vietnam -.
Un documentario completo, teso e ben girato, che rimbalza dai tempi delle riprese ai primi anni novanta - curioso vedere un Lawrence Fishburne quattordicenne, dunque adulto ai tempi della realizzazione di questo Hearts of darkness, e rivederlo ora, da Mystic river alla recente serie Hannibal - e che riesce ad avvincere non solo i fan di questo enorme Capolavoro, ma chiunque possa manifestare anche solo un parziale interesse per la Storia del Cinema e per gli enormi sforzi produttivi che vengono compiuti affinchè il pubblico possa sognare in sala davanti al grande schermo: il finale, inoltre, con un Coppola pronto ad accogliere un futuro più maneggevole e ad uso e consumo di tutti gli appassionati - "Anche una ragazza sovrappeso dell'Ohio potrà essere Mozart, e a quel punto il Cinema sarà diventato solo arte, e non mestiere" - apre uno spiraglio oltre il vero e proprio "orrore" che fu riuscire a sopravvivere ad un viaggio come questo, che dal Cuore di tenebra letterario passa da quello cinematografico, per aprirsi completamente nel profondo dell'anima di chi lo sta vivendo sulla pelle.




MrFord




"Fear of the dark, fear of the dark
I have constant fear that something's
always near
fear of the dark, fear of the dark
I have a phobia that someone's
always there."
Iron Maiden - "Fear of the dark" - 




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