martedì 12 ottobre 2010

Cielo di piombo Ispettore Callaghan

Nonostante la promessa a me stesso di completare visione e post su tutta la saga dell'Ispettore Callaghan all'inizio di giugno, quando recuperai i dvd, mi ritrovo ancora al terzo capitolo, in attesa di creare una sezione ad hoc sul blog che racchiuda i link delle epopee cinematografiche come questa: questione di tempo, tranquilli.
Rispetto ai primi due capitoli della saga dell'inossidabile tutore dell'ordine interpretato dal grande Clint ci si trova di fronte ad una pellicola certamente inferiore non tanto per messa in scena o azione quanto per sceneggiatura, certamente meno solida rispetto ai due precedenti lavori messi in scena da Siegel e Post, senza dubbio registi di un'altra caratura - soprattutto Siegel - rispetto a James Fargo.
L'umorismo corrosivo di Callaghan e i suoi metodi spicci la fanno sempre da padroni, ma, escluso l'inserimento dell'elemento femminile come nuova controparte dell'Ispettore i passaggi logici - soprattutto quelli legati al gruppo di terroristi veterani del Vietnam che decide di prendere di mira San Francisco - risultano nebulosi a tratti, e in molti punti estremamente superficiali per la facilità con la quale avvengono - il rapimento del sindaco, il recupero delle armi per la "crociata" di questo eterogeneo, eversivo esercito -.
Eppure, nonostante non ci si trovi certo di fronte ad una pellicola memorabile - a quanto ricordi io stesso, forse la meno valida dedicata al personaggio -, il divertimento e la sana goduria da film poliziesco non mancano mai, e la durata non eccessiva influisce nella fruizione estremamente liscia di ogni spettatore: personalmente mi sono concentrato ai plausi legati alle pungenti incursioni di Callaghan nei territori minati di Stato e Chiesa, dalla battuta rifilata al potenziale ricercato che diviene informatore - "Se non lo fai per chi comanda, per chi lo fai?" "Saresti sorpreso della risposta." -, allo scontro con il prete che protegge i terroristi - fantastico il "lancio" nel confessionale - fino al dialogo con il Capitano ed il Sindaco - "Sei sospeso, Callaghan!" "Allora ecco questa bella supposta a sette punte, Capitano, si diverta!" "Non capisco cosa intende." "Intendo che può prendere il mio distintivo e infilarselo su per il culo (nel didietro, nell'edulcorata versione italiana)." -.
Per gli appassionati, i vecchi fan dell'incarnazione originale di quello che sono divenuti il Detective Caleb di Debito di sangue e Walt Kowalski di Gran Torino, o gli ammiratori del poliziesco duro e puro, bastano questi pochi, magici momenti per trascorrere un'ora e mezza di ruvida, piacevole compagnia con l'Ispettore Callaghan, da sempre meno reazionario di quello che si possa credere, più affidabile di chi grida ai quattro venti di difendere leggi e diritti per poi farsi i propri comodi e decisamente credibile come difensore da chi, invece, di leggi e diritti non si interessa affatto. 
Saranno male parole per i primi - in attesa di una rivalsa che varrà il suo silenzio - e gran revolverate per i secondi.
Da democratico in pieno stile dell'Hap lansdaliano, mi sento tutto dalla sua parte.
Vai così, Dirty Harry!
Anche quando il film attorno non è all'altezza, resti sempre un mito.


MrFord


"People looking for
fortune and fame
they don't know
that it's all the same."
Black crowes - "By your side" -

lunedì 11 ottobre 2010

Bright star

John Keats mi riporta alla mente il Ford degli ultimi anni del liceo: chiuso, irrimediabilmente stronzo, in guerra con il mondo, tutto preso a scrivere i racconti di quel primo libro uscito poi all'inizio del 2000 pensando che non avrei mai potuto inventarmi qualcosa di meglio - come dice Guccini "a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa, a quell'età".
I romantici inglesi erano senza dubbio tra i miei preferiti, ognuno per un motivo differente: Wordsworth per la disciplina, Coleridge per la visionarietà, Byron per la voglia di vivere, Shelley - ancora oggi il mio favorito - per la passione e Keats per il genio che trasudavano i suoi versi.
Keats, il più timido, il più giovane. 
Quello che, più di ogni altro, ebbe la sorte schierata al lato opposto nel grande campo di battaglia della vita.
Eppure, nonostante la scarsità di successo, una capacità lirica unica, dirompente, clamorosa: una sorta di Leopardi inglese.
Jane Campion, a mio avviso la migliore regista donna - non me ne voglia la Bigelow - attualmente in circolazione nel mondo, dopo i più esplosivi Holy smoke e In the cut - sottovalutati entrambi, ed entrambi stupendi - torna all'introspezione ribollente che rese unici Lezioni di piano e Ritratto di signora, raccontando la storia d'amore che vide protagonisti il succitato Keats e la giovane Fanny Brawne, mai realmente consumata ed osteggiata dal Destino per le condizioni sociali del poeta, i dubbi della famiglia della ragazza e l'ingombrante amicizia di Brown, geloso compagno di lettere di Keats stesso.
Sfruttando la soavità di musica ed immagini - mai così "dipinte", se penso alla filmografia della Campion, e addirittura quasi simili a Malick - ed una sceneggiatura ermetica eppure estremamente comunicativa, Bright star si pone da subito come una delle pellicole d'amore più intense e ben narrate delle ultime stagioni cinematografiche, riuscendo a conciliare passioni ed emozioni clamorosamente popolari - l'amore, in fondo, è il motore del mondo e della quasi totalità delle opere d'arte - con una confezione ed uno stile assolutamente autoriali, che nonostante la loro elegantissima messa in scena non risultano mai pesanti o supponenti agli occhi dello spettatore.
La scelta, inoltre, di mantenere Fanny come specchio dell'audience e Keats all'esterno, quasi fossimo tutti le sue innamorate in attesa di un rientro, una lettera, un biglietto, la notizia di un'insperata guarigione risulta da subito vincente, ancor più se legata ad una protagonista che non risulta immediatamente "simpatica" al pubblico, ma che conquista la stima della platea minuto dopo minuto.
Gli stessi comprimari - in particolare la famiglia Brawne - sono descritti con incredibile perizia e sempre grazie a pochi dettagli, visti e non visti, definiti con immagini che si perdono sullo sfondo, ma che eguagliano in potenza i confronti magici tra Fanny e Keats.
Confronti che nascono e si sviluppano seguendo la traccia dirompente di quando si prova un sentimento nuovo ed inarrestabile, che non conosce tempo, spazio o limiti, toglie il respiro, e permette di immaginare anche la morte con sollievo, se accanto alla persona amata.
L'ineluttabile fato di Keats - che morirà a Roma, di tubercolosi, a soli venticinque anni, per una scena resa splendidamente dalla Campion e debitrice, volutamente oppure no, di Barry Lyndon - rende ancora più carica di passione la pellicola, rompendo e ad un tempo mantenendo vivissimo il sentimento di meraviglia che il Cinema - ed ogni opera di fiction - hanno reso e continuano a rendere grande.
Un film che sa di autunno, di caducità, di sogni infranti e strade interrotte, nonostante gli appelli che ogni personaggio, a modo suo, trasmette al cielo e alle sue stelle - la piccola Toots che allontana una foglia caduta cercando di tenere l'estate più vicina possibile -, ma che ugualmente riesce a stupire per leggerezza e gioia, quasi un istante d'amore possa risollevare la sorte avversa di un'intera esistenza.
Quasi quella stella fulgida fosse in grado di cambiare la dimensione di un'esistenza, i colori di una stanza, l'ispirazione per un verso.
Quasi quella stella fulgida fosse l'amore.
Quasi si potesse rimanere in bilico, non da soli, per sempre.


MrFord


"E di notte, e di notte, per non sentirti solo
ricorderai i tuoi giorni felici,
ricorderai tutti quanti i miei baci."
Mina - "Un anno d'amore"- 





Criminal minds Stagione 5

In casa Ford, nel periodo estivo, ormai da qualche anno ci sono alcune serie che, dopo una stagione di attesa, tornano ad accompagnare pranzi o cene del sottoscritto e di Julez come vecchi amici.
Una di queste è Criminal minds, sottovalutata da gran parte del pubblico d'elite del piccolo schermo eppure ottimo prodotto per ogni appassionato di crime stories, specie se legate al fenomeno serial killers.
Inutile dire che, data la passione per questo tipo di trame - gente morta, omicidi e quant'altro - di Julez e la mia curiosità rispetto alle storie personali di assassini e squilibrati di vario genere, la visione delle stagioni di Criminal minds è sempre stata un ottimo incontro fra l'intrattenimento teso e la stimolazione di un immaginario che arricchisse la nostra cultura personale senza smettere di alimentare paure e curiosità: partito senza particolari picchi, questo serial era riuscito, nei suoi primi quattro anni di programmazione, ad avvincerci ed alimentare aspettative ed attese anche grazie ad una tecnica - seppur subdola e prevalentemente commerciale - che caratterizzava l'ultima puntata come fosse la prima metà di una doppia vicenda da andare a concludersi con la prima o le prime della serie successiva.
In particolare, la scorsa stagione - la migliore fino ad ora prodotta - aveva senza dubbio innalzato la qualità narrativa della serie, sfornando puntate capaci di inchiodare alla sedia ed inquietare neanche fossero le figlie minori pensate per il piccolo schermo di Manhunter e Il silenzio degli innocenti - con le dovute proporzioni, ovviamente -.
Così, con l'inizio della quinta serie, la speranza era non solo di vedere confermate le aspettative, ma di assistere ad un ulteriore cambio di marcia che potesse portare Criminal minds al posto giusto fra i serial di maggior successo e qualità degli ultimi anni: purtroppo, quella che poteva essere la stagione della definitiva consacrazione è risultata essere un ritorno agli standard delle prima due annate, piacevoli ma non serrate, capaci d'intrattenere ma non di stupire.
La conclusione della vicenda di Foyet, legata a doppio filo con la vita dell'agente Hotchner, il passaggio a capo di Morgan, l'utilizzo maggiore di Penelope sul campo sono stati poco sfruttati, nonostante le potenzialità che avrebbero potuto esprimere.
Dovessi scegliere un episodio, probabilmente, opterei per Sindrome abbandonica, uno dei momenti più interessanti e coinvolgenti della serie, specie nell'ottica della riflessione sulla colpa, forse l'unico davvero in grado di colpire a fondo lo spettatore.
Ad ogni modo, e nonostante tutto, l'anno prossimo saremo ancora qui, ad attendere gli sviluppi della vicenda del Principe delle tenebre, pronti ad accogliere di nuovo questo appuntamento che ormai è diventato uno dei nostri piccoli cult: solo, con un pò di aspettativa in meno.
Chissà che, in questo caso, non faccia bene.


MrFord


"The brim of my hat hides the eye of a beast
I've the face of a sinner but the hands of a priest."
Sting - "Moon over Bourbon street"- 

L'ultimo dominatore dell'aria

Che il buon vecchio Shyamalan fosse da tempo bollito non è certo più un mistero.
Dopo il molto promettente esordio con Il sesto senso e l'inferiore ma comunque interessante Unbreakable aveva fatto ben sperare una buona fetta di pubblico e critica.
Signs, suo terzo lavoro, vide spaccarsi lo zoccolo duro dei suoi sostenitori fra chi cominciò a ritenerlo un fuoco di paglia e chi, al contrario, continuava a sostenere la sua genialità.
The village, invece, mise d'accordo (quasi) tutti: un film solo apparentemente semplice, molto ambizioso, girato alla grande - la scena dell'accoltellamento di Joaquin Phoenix ancora mi fa venire i brividi -, che pareva significare un ritorno all'autorialità mainstream - di cui Nolan è l'esempio attualmente più importante - e ai favori di un pubblico sempre più diversificato.
Poi, il crollo clamoroso: con Lady in the water le aspettative dei sostenitori del regista non solo ricevettero una doccia da era glaciale, ma persero ogni speranza di potersi accendere di nuovo.
Speranza morta, sepolta e passata all'altro mondo con l'orrido - e dico proprio orrido - E venne il giorno, un film potenzialmente interessante dal sapore apocalittico della sci-fi anni cinquanta buttato nel cesso con una clamorosissima pomposità, dovuta sostanzialmente al fatto che Shyamalan, dopo i primi successi, ha probabilmente coltivato nel cuore il pensiero di essere il nuovo Welles. 
Ma no, caro M. Night, non lo sei.
E così arriviamo a L'ultimo dominatore dell'aria: scritto e diretto dal regista di origine indiana, e pensato come il primo capitolo di una lunga epopea (brrrrr) questo film si inserisce appieno nel filone dell'avventura per ragazzi che negli ultimi anni pare essere rifiorito grazie a Harry Potter, Un ponte per Terabithia, il ciclo di Narnia, Lemony snicket, La bussola d'oro e via discorrendo. 
Peccato che, nonostante un discreto occhio mostrato rispetto alle ambientazioni e alle scene di massa, Shyamalan confezioni un prodotto scontato, poco emozionante, piatto, interpretato distrattamente e neppure lontanamente paragonabile a quelli che sono stati, sono o diverranno cult per le future generazioni di adulti.
Non che la cosa mi turbi, onestamente le mie aspettative per questo film erano davvero molto basse, e occorre ammettere che rispetto all'abominio dell'opera precedente, L'ultimo dominatore dell'aria risulta quasi un film piacevole. Quasi.
Pare ormai chiaro che, per Shyamalan, valga il detto "il talento non è all'altezza delle ambizioni", e forse lo stesso autore dovrebbe concentrarsi sui suoi prossimi progetti abbassando il target delle sue aspettative e cercando di misurarsi, in modo da tornare, se non  ai livelli di The village e de Il sesto senso, almeno a quelli di Unbreakable, che con tutti i suoi difetti, risulta ancora oggi tutto sommato divertente e piacevole.
Se, poi, la saga de L'ultimo dominatore dell'aria dovesse effettivamente proseguire, l'ideale sarebbe partire dalla buona base della messa in scena e del fascino visivo per poi concentrarsi effettivamente sullo script, vero e clamoroso punto debole di questo lavoro: una buona cosa sarebbe, per una volta, per il regista, farsi da parte e lasciare che sia uno sceneggiatore con i cosiddetti al loro posto a cercare di tamponare le falle e riportare al largo una nave che, più che alla deriva, pare stia colando a picco.


MrFord


"Fly on your way like an eagle
fly as high as the sun
on your wings like an eagle
fly and touch the sun."
Iron maiden - "Flight of Icarus"- 

venerdì 8 ottobre 2010

Machete

Questo 2010 è davvero un anno particolare, per il Cinema: tutta la stagione, infatti, pare essere caratterizzata da un dualismo fra autorialità sfrenata - Inception, Il profeta, Vendicami ma anche Toy story 3 - e il ritorno della pacchia formato anni '80, con tutta la gioia per il sottoscritto che essa porta in dono - un nome solo che ne vale mille: The expendables -.
Machete entra prepotentemente a far parte della seconda categoria, riportando Robert Rodriguez nel mio personale circolo dei registi di culto superando, pur mantenendo uno stesso stile, il precedente Planet terror e tutta la divertentissima saga dedicata al "suo" Mariachi.
La confezione finto sporca nel pieno rispetto delle regole "grindhouse", ormai marchio di fabbrica del regista tex-mex, ci porta in dono il primo ruolo da protagonista di Danny Trejo, caratterista passato attraverso decine di pellicole e per le mani di altrettanti registi, quasi sempre in ruoli da comprimario, ma ancor prima pericoloso leader di gang, culturista, esperto di coltelli e grande amico di Edward Bunker, che conobbe, se non ricordo male, dietro le mura della famigerata San Quentin.
Così come il romanziere di Come una bestia feroce, anche Trejo ha reinventato se stesso negli anni della maturità, ed è ora considerabile - specie dopo Machete - come una delle star di prima grandezza dell'Hollywood alternativa.
Ma torniamo al film, che, protagonista permettendo, è il pezzo forte di questa portata che brucia come chili sparato dritto negli occhi: il taglio, evidente omaggio al b-movie con citazioni a profusione - personalmente ho gradito moltissimo quella di Sartana - e sbudellamenti vari - da antologia il lancio dalla finestra con intestini annessi -, è sporco, divertente e divertito quanto basta, e pur non raggiungendo i livelli della scena nella chiesa del trio Willis/Sly/Schwarzy nell'ultimo lavoro di Stallone riesce a mostrare il talento e a sbeffeggiarlo al contempo con non comune abilità.
Colonna sonora, fotografia e montaggio, come sempre nei lavori di Rodriguez, sono curati al millimetro, e per quanto permeati da quell'aura di finto alternativismo che hanno questi autori "sporchi" sono sempre un piacere per lo spettatore.
La sceneggiatura, invece, gode dello stato di grazia che solo i peggior action movie anni '80 avevano, motivo di vanto maggiore per il buon Bob, che si dimostra capace di scrivere un "brutto" copione con perizia da killer: creare un'opera fingendo che sia un sottoprodotto di scarso spessore quando le proprie capacità e cultura porterebbero a tutt'altro non è affatto cosa facile, e riuscirci con naturalezza è solo che un pregio.
Ma è con il cast che Machete si eleva a secondo supercult personale dell'anno - parlando in termini di tamarreria, ovviamente -: in un'operazione molto simile al già citatissimo Expendables, Rodriguez riunisce sotto la sua ala eccessiva da sbronza selvaggia di tequila accanto a Trejo tre bombe a orologeria per il pubblico maschile - Jessica Alba, Lindsay Lohan, Michelle Rodriguez -, una nutrita schiera di eccezionali comprimari - e qui la palma di migliore va a Cheech Marin, che interpreta il fratello prete di Machete e regala almeno tre/quattro perle di anticlericalismo che ancora mi fanno crogiolare, gustandomela, in tutta la personale avversione per l'istituzione vaticana -, Robert DeNiro in una spassosissima parodia del fortunatamente fu Presidente George W. Bush ma soprattutto, e dico SOPRATTUTTO, il "debuttante" Don Johnson - molto Marlboro man in versione reazionario di frontiera - e Steven Seagal.
Proprio lui.
L'uomo il cui parrucchino può soverchiare dopo una lunga lotta quello di Nicholas Cage, il protagonista dei film che possono rivaleggiare, per intensità e livello di cagotto provocato nello spettatore, con quelli interpretati da Chuck Norris, il maestro di arti marziali più bolso della storia di ogni disciplina di lotta.
E non solo, qui è pure il cattivo responsabile del massacro della famiglia di Machete e l'obiettivo finale della sua vendetta.
Quasi Rodriguez avesse messo in pratica il desiderio di tutti gli spettatori sani di mente del mondo che non vedevano l'ora di vedere Seagal prendere un sacco di calci nel culo da un vero, stracazzuto protagonista.
E chi meglio di Machete, per questo? Poliziotto tutto d'un pezzo, uomo della strada, indistruttibile antieroe dalle pochissime parole, gladiatore di frontiera, sciupafemmine, vendicatore degli oppressi: e dopo aver sistemato il bolso imparruccato, vederlo sfrecciare via sul chopper verso l'orizzonte di due già attesissimi sequel -che spero proprio giungano presto sugli schermi - omaggiando nientemeno che L'uomo che uccise Liberty Valance, uno dei miei personali miti western/cinematografici - "Perchè dovrei voler essere realtà, quando sono già mito?", dice Machete, a fronte di quel "Nel West, quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda." - con Jessica Alba a cavallo sulle sue gambe, beh, che altro si può dire?
Soltanto "continua così, Robert", o "vaja con Dios, Machete".
Oppure, ma questa è giusto una preferenza personale, "io avrei portato Michelle Rodriguez".
In fondo, per un Sawyer come il sottoscritto, Ana Lucia resta sempre Ana Lucia.

MrFord

"Viva la raza!"
Eddie Guerrero's Entrance theme song
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