A volte ci sono film che, nonostante l'indiscutibile valore artistico, perdono clamorosamente e senza possibilità alcuna la loro sfida con il tempo.
Un pò come il grunge per la musica, insomma.
Roba che al momento dell'uscita ha fatto gridare al miracolo, e che poi, inesorabilmente, è rimasta come chiusa in una sorta di "prigione dorata" d'epoca.
Svengali fa parte di questa cerchia: una sorta di elite intrappolata come ne "L'angelo sterminatore" di Bunuel, che vista fuori tempo massimo - e innaffiata di un ottimo rum agricolo della martinica - ha avuto un effetto a tratti soporifero, nonostante momenti di indubbia intensità e perizia tecnica notevole per i mezzi disponibili all'epoca (si parla del signor millenovecentotrentuno).
La trama parte da uno dei presupposti più antichi del mondo, l'amore non corrisposto che si tramuta in ossessione e diviene dapprima un sopruso, e poi un esempio di quella che verrà chiamata, tempo dopo questa pellicola, Sidrome di Stoccolma, e si sviluppa giocandosi il tutto per tutto grazie al suo protagonista, il misterioso, rasputiniano Svengali, musicista, filosofo, ipnotista e chi più ne ha più ne metta.
Una specie di Crudelia DeMon in versione maschile.
Eppure qualcosa, nell'incedere della storia, nonostante il fascino indiscutibile che la stessa irradia, cade nella trappola del tempo, mostrando il fianco a quello che nei capolavori si giustifica come un'ovvia collocazione temporale, appunto - penso a Il mostro di Dusseldorf o La morte corre sul fiume - e che nei film "normali" pesa come un macigno di proporzioni titaniche.
Restano comunque due scene memorabili e tanto fascino: la carrellata all'indietro a partire dallo sguardo ipnotico di Svengali che finisce con il volo d'uccello sulla città - espediente utilizzato anche da Murnau nel suo Faust, tanto per continuare a citare capolavoroni - e il finale, quando l'umanità pare avere il sopravvento sia sul protagonista che sulla sua "vittima", che esce dai panni dell'ipnotizzata Mrs. Svengali per tornare a mostrare tutta la dolcezza di Trilby, suo personaggio "originario".
Una sequenza davvero da brividi, certamente avanti - quella sì - per i tempi in cui fu girata.
Ad ogni modo, per tornare al discorso dell'altra sera, questo sì, che è "un film dei miei".
Quindi, se non siete vaccinati almeno un pò al cinema dell'epoca che fu, forse Svengali, per quanto la durata possa far pensare, non è roba per voi.
A meno che non sfoderiate il mio stesso rum, e allora tutto potrà andar bene, anche Martinelli.
In caso, Bally è il nome della suddetta bevanda.
Nel caso doveste incontrare un bellissimo "vintage" come Svengali o una merda totale come Il mercante di pietre.
Che, ora posso rivelarlo, è il primo della lista dei film peggiori che abbia mai visto.
Ma ci sarà tempo anche per quello.
Ora vado a farmi ipnotizzare, così, almeno fino a domani, fingerò di non averlo mai visto.
Grazie, Mr. Svengali!
"Mesmerize the simple minded
propaganda leaves us blinded."
MrFord
giovedì 29 aprile 2010
mercoledì 28 aprile 2010
Il potere del cane
L'ho già citato, giorni fa.
Ma ancora non avevo colto la grandezza dell'affresco dipinto da Don Winslow, un ritratto crudele e drammatico del rapporto "d'affari" che lega Messico e Stati Uniti rispetto al traffico di droga.
Trent'anni di storia, di avvenimenti reali - il terremoto a Città del Messico, la presidenza Reagan, la guerra in Vietnam - filtrati attraverso le vite (e le morti) di protagonisti costruiti da Winslow magistralmente, profondi quasi fossero realmente vissuti, tutti vittime del famigerato "potere del cane".
Ma cosa sarà mai, questo potere che da titolo ad uno dei più grandi romanzi americani della storia recente? Una presa per il culo, la citazione di un manuale per addestratori, una sbronza colossale del suo autore?
Il potere del cane è l'anello di Sauron, il lato oscuro di Star Wars, la capacità tutta umana di perseguire uno scopo a scapito di qualsiasi cosa si ponga sul cammino: è la corruzione, morale e fisica, giustificata da un fine "superiore", che giustifica i mezzi, l'hybris greca che torna a chiedere il conto, anche quando si pensa che non accadrà mai.
Dalle strade ai vertici del potere, come la morte, entra senza differenze nelle vite di chi si fa ghermire, anche solo per necessità, anche soltanto una volta.
Art Keller, Sean Callan, Nora Hayden, Adan e Raul Barrera, Juan Parada hanno tutti in comune un conto in sospeso con questo Destino ineluttabile, e il fardello che lo stesso porta.
Un fardello fatto di fantasmi, di sangue e morte, di sacrifici legati sempre - o quasi - alle persone più amate: perchè quando entri in un mondo, è impossibile uscirne.
Potrebbe dirlo anche Frankie Machine, personaggio successivo di Winslow, anch'egli accarezzato da questa irresistibile pulsione, vittima di un gioco all'interno del quale è egli stesso carnefice e vittima.
E in questo gioco è terribile realizzare che, per quanto si possa giustificare come una questione "divina", tutte le regole peggiori sono dettate, ed esercitate, mosse dal cuore dell'uomo, impossibilitato - nella maggior parte dei casi - a resistere a se stesso.
Questo libro è una storia di poveri e ricchi, rivincite e rivalse, amore e morte, ma soprattutto, una storia incredibilmente umana, all'interno della quale non si possono distinguere "buoni" e "cattivi", solo vivi e morti. Ma è il tempo, a fare la differenza. O a non farla.
Prima o poi, tocca a tutti.
Perchè la spada pende sulle teste di chi l'ha sentito.
Nel frattempo, bisogna solo pensare al proprio giardino, e pregare.
Pregare i santi fuorilegge di "stare lontani dalla spada, ed essere salvati dal potere del cane."
Pregare perchè è un'eccezione, e non una regola.
Perchè tutti noi ci siamo sotto.
E solo alcuni sono così forti da non sentirlo.
Ancora meno, e ancora più forti, quelli che quel giardino se lo godranno, seduti al sole, aspettando l'inverno.
Ma questa è un'altra storia.
"The wealtiest person is a pauper at times,
compared to the man with a satisfied mind."
MrFord
Ma ancora non avevo colto la grandezza dell'affresco dipinto da Don Winslow, un ritratto crudele e drammatico del rapporto "d'affari" che lega Messico e Stati Uniti rispetto al traffico di droga.
Trent'anni di storia, di avvenimenti reali - il terremoto a Città del Messico, la presidenza Reagan, la guerra in Vietnam - filtrati attraverso le vite (e le morti) di protagonisti costruiti da Winslow magistralmente, profondi quasi fossero realmente vissuti, tutti vittime del famigerato "potere del cane".
Ma cosa sarà mai, questo potere che da titolo ad uno dei più grandi romanzi americani della storia recente? Una presa per il culo, la citazione di un manuale per addestratori, una sbronza colossale del suo autore?
Il potere del cane è l'anello di Sauron, il lato oscuro di Star Wars, la capacità tutta umana di perseguire uno scopo a scapito di qualsiasi cosa si ponga sul cammino: è la corruzione, morale e fisica, giustificata da un fine "superiore", che giustifica i mezzi, l'hybris greca che torna a chiedere il conto, anche quando si pensa che non accadrà mai.
Dalle strade ai vertici del potere, come la morte, entra senza differenze nelle vite di chi si fa ghermire, anche solo per necessità, anche soltanto una volta.
Art Keller, Sean Callan, Nora Hayden, Adan e Raul Barrera, Juan Parada hanno tutti in comune un conto in sospeso con questo Destino ineluttabile, e il fardello che lo stesso porta.
Un fardello fatto di fantasmi, di sangue e morte, di sacrifici legati sempre - o quasi - alle persone più amate: perchè quando entri in un mondo, è impossibile uscirne.
Potrebbe dirlo anche Frankie Machine, personaggio successivo di Winslow, anch'egli accarezzato da questa irresistibile pulsione, vittima di un gioco all'interno del quale è egli stesso carnefice e vittima.
E in questo gioco è terribile realizzare che, per quanto si possa giustificare come una questione "divina", tutte le regole peggiori sono dettate, ed esercitate, mosse dal cuore dell'uomo, impossibilitato - nella maggior parte dei casi - a resistere a se stesso.
Questo libro è una storia di poveri e ricchi, rivincite e rivalse, amore e morte, ma soprattutto, una storia incredibilmente umana, all'interno della quale non si possono distinguere "buoni" e "cattivi", solo vivi e morti. Ma è il tempo, a fare la differenza. O a non farla.
Prima o poi, tocca a tutti.
Perchè la spada pende sulle teste di chi l'ha sentito.
Nel frattempo, bisogna solo pensare al proprio giardino, e pregare.
Pregare i santi fuorilegge di "stare lontani dalla spada, ed essere salvati dal potere del cane."
Pregare perchè è un'eccezione, e non una regola.
Perchè tutti noi ci siamo sotto.
E solo alcuni sono così forti da non sentirlo.
Ancora meno, e ancora più forti, quelli che quel giardino se lo godranno, seduti al sole, aspettando l'inverno.
Ma questa è un'altra storia.
"The wealtiest person is a pauper at times,
compared to the man with a satisfied mind."
MrFord
martedì 27 aprile 2010
Agora
Confesso di aver avuto dei pregiudizi, a proposito dell'ultima fatica di Amenabar, anche prima che le luci si spegnessero e iniziassero le due ore di peplum in stile cinema finto autoriale: del resto, se The others era passabile - ma comunque una copia ottocentesca de Il sesto senso - Mare dentro era una paraculata al 100%, così irritante da far dimenticare anche quello che, di buono, poteva esserci, appunto, dentro.
Simile, seppur inserito in una cornice completamente diversa, si è rivelato essere Agora.
Tante parole, interessanti premesse - quasi shakesperiane - per arrivare, in conclusione, a quello che i filosofi erano soliti definire "una bella mazza".
Questo senza contare che in fase di scrittura Amenabar non è proprio un Terrence Malick, e che il suo approccio alla regia è di quelli che più fanno incazzare gli appassionati di cinema, perchè provocano il fastidioso effetto finto autoriale che porta gente improbabile a dire cose del tipo "ho visto uno di quei film che piacciono a te" e cose simili.
Quasi peggio dei radical chic alla ricerca dei brividi solo con i film di Desplechin.
In realtà, Agora - e le pellicole di questo stampo - non sono affatto "quei film che piacciono a te", e pur non essendo schifezze inguardabili - lo ammetto senza problemi, meglio dieci Agora che un Lebanon, tanto per tirarlo di nuovo in mezzo - sono assolutamente ininfluenti nel percorso di una persona all'interno di quella meraviglia di mondo che è il Cinema.
Ed è anche un peccato, perchè sicuramente dalla storia di Ipazia si poteva trarre molto più che un semplice melò percorso da polemiche - neppure poi così scandalose come l'Italia governata dal Vaticano temeva - religiose all'indirizzo del cristianesimo e pillole di scienza in stile trasmissione tv: così come dal triangolo che attorno alla stessa filosofa si forma, quei tre uomini così diversi tra loro capaci di nascondere dietro politica, religione e rancore personale il fatto che, molto semplicemente, volevano lei senza mezzi termini.
I temi della libertà di pensiero e dei peccati dei culti di tutti i tempi - quel signore che professava che la religione fosse l'oppio dei popoli non lo diceva propriamente a torto -, soprattutto filtrati da una filosofia - che caso! - che avrebbe rimembrato Eyes wide shut - domanda: "E ora cosa dobbiamo fare?" Risposta: "Scopare." - di certo sarebbero stati linfa preziosissima per la penna di uno sceneggiatore come si deve e di un regista con voglia di fare, più che di stupire.
Se penso a quelle visioni da satellite che partono dalle stelle per arrivare lungo le strade di Alessandria o al ribaltamento dell'inquadratura durante l'assalto dei cristiani all'università e alla biblioteca pagane un brivido di terrore percorre inesorabile la mia schiena.
Ma, del resto, Amenabar è un pupazzo.
E questa l'avevo promessa.
Senza contare il fatto che, sottilmente, è un piacere.
"Giù dalla torre,
butterei tutti quanti gli artisti."
MrFord
Simile, seppur inserito in una cornice completamente diversa, si è rivelato essere Agora.
Tante parole, interessanti premesse - quasi shakesperiane - per arrivare, in conclusione, a quello che i filosofi erano soliti definire "una bella mazza".
Questo senza contare che in fase di scrittura Amenabar non è proprio un Terrence Malick, e che il suo approccio alla regia è di quelli che più fanno incazzare gli appassionati di cinema, perchè provocano il fastidioso effetto finto autoriale che porta gente improbabile a dire cose del tipo "ho visto uno di quei film che piacciono a te" e cose simili.
Quasi peggio dei radical chic alla ricerca dei brividi solo con i film di Desplechin.
In realtà, Agora - e le pellicole di questo stampo - non sono affatto "quei film che piacciono a te", e pur non essendo schifezze inguardabili - lo ammetto senza problemi, meglio dieci Agora che un Lebanon, tanto per tirarlo di nuovo in mezzo - sono assolutamente ininfluenti nel percorso di una persona all'interno di quella meraviglia di mondo che è il Cinema.
Ed è anche un peccato, perchè sicuramente dalla storia di Ipazia si poteva trarre molto più che un semplice melò percorso da polemiche - neppure poi così scandalose come l'Italia governata dal Vaticano temeva - religiose all'indirizzo del cristianesimo e pillole di scienza in stile trasmissione tv: così come dal triangolo che attorno alla stessa filosofa si forma, quei tre uomini così diversi tra loro capaci di nascondere dietro politica, religione e rancore personale il fatto che, molto semplicemente, volevano lei senza mezzi termini.
I temi della libertà di pensiero e dei peccati dei culti di tutti i tempi - quel signore che professava che la religione fosse l'oppio dei popoli non lo diceva propriamente a torto -, soprattutto filtrati da una filosofia - che caso! - che avrebbe rimembrato Eyes wide shut - domanda: "E ora cosa dobbiamo fare?" Risposta: "Scopare." - di certo sarebbero stati linfa preziosissima per la penna di uno sceneggiatore come si deve e di un regista con voglia di fare, più che di stupire.
Se penso a quelle visioni da satellite che partono dalle stelle per arrivare lungo le strade di Alessandria o al ribaltamento dell'inquadratura durante l'assalto dei cristiani all'università e alla biblioteca pagane un brivido di terrore percorre inesorabile la mia schiena.
Ma, del resto, Amenabar è un pupazzo.
E questa l'avevo promessa.
Senza contare il fatto che, sottilmente, è un piacere.
"Giù dalla torre,
butterei tutti quanti gli artisti."
MrFord
lunedì 26 aprile 2010
Green zone
Già mi immagino la critica più autoriale, all'idea di un nuovo Greengrass con la camera a spalla e l'ex Jason Bourne, Matt Damon, catapultato nell'Iraq delle fittizie armi di distruzione di massa.
Tutti seduti in sala storcendo il naso di fronte all'ennesimo soldato americano duro e puro che si ribella contro il sistema tanto cattivo.
Ebbene, Green zone è un ottimo action movie di quasi attualità e stampo "militaresco", decisamente più profondo di videogioconi come "Black hawk down" e più intrigante di macchinosi polpettoni - in senso buono, s'intenda - come "Syriana".
Lo script è semplice, e giocato su un concetto vecchio come il mondo: protagonista senza macchia scopre falla nel sistema e si trova a recitare la parte dell'outsider, finendo al limite della legge che ha deciso di servire.
E fino a qui si potrebbe obiettare che il cinema di guerra all'americana non ha più nulla da dire, che le pellicole sono tutte uguali, che Green zone è una versione "sporca" di "Nessuna verità", e via dicendo: eppure la sceneggiatura di Helgeland regge bene il colpo, e assolve il suo compito senza colpi d'ala - questo occorre ammetterlo - ma anche senza mancanze o buchi scandalosi; non brillerà per originalità, ma avvince e appassiona, e tiene bene il minutaggio senza far concentrare troppo lo spettatore sul sempre straniante effetto sbronza della camera "stile dogma".
Proprio a proposito del comparto tecnico occorre anche ammettere il lavoro più che buono realizzato sul montaggio, veloce e tesissimo ma mai davvero confuso - come troppo spesso accade, in questi casi -, che fa il paio con la capacità dell'intera pellicola di non risultare piatta come il più classico degli action movies alla Tony Scott ma neppure troppo cervellotico, dato che sempre di fiction, per quanto simile alla realtà, stiamo parlando.
Se si cerca, dunque, una pellicola di denuncia che vada a sviscerare le porcate perpetrate dai governi prima, dopo e durante una guerra si guardi altrove, da "Apocalisse nel deserto" di Herzog al più popolare Michael Moore, ma se si pensa che una sensibilizzazione passa anche da un prodotto "da sala" e non solo nei circoli da radical chic tutti Godard e Cassavetes, allora Green zone è un ottimo modo per calarsi nell'azione e capire che quella stessa azione dovrebbe essere solo fiction, e che i giochi di potere che marciano sulle vite umane, siano essi basati sul male di vivere - come per "Hurt locker" - o sul vivere nel male - "Valzer con Bashir" docet -, dovrebbero riuscire a rimanere chiusi in un proiettore.
Nell'attesa che accada, noi ci gustiamo questa zona verde che tanto verde non sembra - se non per i dollari - e attendiamo che, in un futuro speriamo non troppo lontano giunga Tarantino, con il Cinema a vendicare la Storia.
"Don't take your guns to town, boy.
Don't take your guns to town."
MrFord
Tutti seduti in sala storcendo il naso di fronte all'ennesimo soldato americano duro e puro che si ribella contro il sistema tanto cattivo.
Ebbene, Green zone è un ottimo action movie di quasi attualità e stampo "militaresco", decisamente più profondo di videogioconi come "Black hawk down" e più intrigante di macchinosi polpettoni - in senso buono, s'intenda - come "Syriana".
Lo script è semplice, e giocato su un concetto vecchio come il mondo: protagonista senza macchia scopre falla nel sistema e si trova a recitare la parte dell'outsider, finendo al limite della legge che ha deciso di servire.
E fino a qui si potrebbe obiettare che il cinema di guerra all'americana non ha più nulla da dire, che le pellicole sono tutte uguali, che Green zone è una versione "sporca" di "Nessuna verità", e via dicendo: eppure la sceneggiatura di Helgeland regge bene il colpo, e assolve il suo compito senza colpi d'ala - questo occorre ammetterlo - ma anche senza mancanze o buchi scandalosi; non brillerà per originalità, ma avvince e appassiona, e tiene bene il minutaggio senza far concentrare troppo lo spettatore sul sempre straniante effetto sbronza della camera "stile dogma".
Proprio a proposito del comparto tecnico occorre anche ammettere il lavoro più che buono realizzato sul montaggio, veloce e tesissimo ma mai davvero confuso - come troppo spesso accade, in questi casi -, che fa il paio con la capacità dell'intera pellicola di non risultare piatta come il più classico degli action movies alla Tony Scott ma neppure troppo cervellotico, dato che sempre di fiction, per quanto simile alla realtà, stiamo parlando.
Se si cerca, dunque, una pellicola di denuncia che vada a sviscerare le porcate perpetrate dai governi prima, dopo e durante una guerra si guardi altrove, da "Apocalisse nel deserto" di Herzog al più popolare Michael Moore, ma se si pensa che una sensibilizzazione passa anche da un prodotto "da sala" e non solo nei circoli da radical chic tutti Godard e Cassavetes, allora Green zone è un ottimo modo per calarsi nell'azione e capire che quella stessa azione dovrebbe essere solo fiction, e che i giochi di potere che marciano sulle vite umane, siano essi basati sul male di vivere - come per "Hurt locker" - o sul vivere nel male - "Valzer con Bashir" docet -, dovrebbero riuscire a rimanere chiusi in un proiettore.
Nell'attesa che accada, noi ci gustiamo questa zona verde che tanto verde non sembra - se non per i dollari - e attendiamo che, in un futuro speriamo non troppo lontano giunga Tarantino, con il Cinema a vendicare la Storia.
"Don't take your guns to town, boy.
Don't take your guns to town."
MrFord
Sherlock Holmes
Pochi personaggi hanno resistito a più di un secolo di storia mantenendo la loro attualità, in barba a vette di popolarità e cadute di stile.
Sherlock Holmes - merito, certo, del suo creatore Conan Doyle - è indubbiamente uno di questi.
Genio eclettico, ottimo atleta, ambizioso seduttore, segugio acutissimo, ma anche musicista dal dubbio talento, arrogante primadonna, eroinomane dai lati oscuri: tutto questo, e molto altro, è Holmes, portato sul grande schermo in molteplici occasioni e stili.
Guy Ritchie, fresco fresco del ritorno alle sue origini con Rockenrolla - peraltro non un granchè -, adatta lo stile "pulp" all'Inghilterra vittoriana, concentrandosi più sulle affinità di Downey Jr. con Holmes che non su Holmes stesso. Del resto l'attore americano, divenuto noto per le sue cadute, più che per i suoi trionfi, ha tutto il fascino "maledetto" e quell'arroganza da outsider che ottimamente si adattano alle caratteristiche del protagonista di Conan Doyle, nonostante un'atleticità sicuramente superiore ed un compagno - il fido Watson - che nell'immaginario collettivo è ben lontano dal medico militare, nonchè combattente provetto, Jude Law.
Inoltre, a scapito della tensione e del suo crescendo, occorre dire che tutta la pellicola odora di operazione di marketing, nonchè progetto pensato per un sequel già annunciato dalla Warner.
Un pò una ruffianata, insomma.
Ma tutto sommato, fra rituali satanici - che ricordano Piramide di paura, pur se in minore - e scazzottate vecchio stile, lo humour prende il sopravvento e il canovaccio della sceneggiatura regge, portando al risultato di un vero e autentico prodotto di solo intrattenimento, comunque e certamente di ottima fattura.
Ritchie non si prende troppo sul serio, e così anche i suoi protagonisti, che paiono divertirsi e, di certo, divertono il pubblico, che ha decretato il successo della pellicola probabilmente anche anticipando i tempi di produzione della nuova pellicola, annunciata per il prossimo anno.
Se, poi, all'ironia si aggiunge che al botteghino ha letteralmente mandato al tappeto i vari cinepanettoni, ha tutta la mia stima.
Che dire!? Non siamo di fronte a "La vita privata di Sherlock Holmes" di Wilder - che resta, a mio parere, il miglior film mai realizzato dedicato al detective -, ma di sicuro si tratta un prodotto onesto, divertente, ricco di sequenze d'azione ben confezionate, e pur se prevedibile, ottimo per passarsi un paio d'ore senza pensare che il cinema d'intrattenimento abbia perso del tutto il suo fascino.
Questo, sempre aspettando che Holmes (e Ritchie) sfoderino il loro diretto migliore.
"I soon got out of that, my spirits never failing
I landed on the quay, just as the ship was sailing."
MrFord
Sherlock Holmes - merito, certo, del suo creatore Conan Doyle - è indubbiamente uno di questi.
Genio eclettico, ottimo atleta, ambizioso seduttore, segugio acutissimo, ma anche musicista dal dubbio talento, arrogante primadonna, eroinomane dai lati oscuri: tutto questo, e molto altro, è Holmes, portato sul grande schermo in molteplici occasioni e stili.
Guy Ritchie, fresco fresco del ritorno alle sue origini con Rockenrolla - peraltro non un granchè -, adatta lo stile "pulp" all'Inghilterra vittoriana, concentrandosi più sulle affinità di Downey Jr. con Holmes che non su Holmes stesso. Del resto l'attore americano, divenuto noto per le sue cadute, più che per i suoi trionfi, ha tutto il fascino "maledetto" e quell'arroganza da outsider che ottimamente si adattano alle caratteristiche del protagonista di Conan Doyle, nonostante un'atleticità sicuramente superiore ed un compagno - il fido Watson - che nell'immaginario collettivo è ben lontano dal medico militare, nonchè combattente provetto, Jude Law.
Inoltre, a scapito della tensione e del suo crescendo, occorre dire che tutta la pellicola odora di operazione di marketing, nonchè progetto pensato per un sequel già annunciato dalla Warner.
Un pò una ruffianata, insomma.
Ma tutto sommato, fra rituali satanici - che ricordano Piramide di paura, pur se in minore - e scazzottate vecchio stile, lo humour prende il sopravvento e il canovaccio della sceneggiatura regge, portando al risultato di un vero e autentico prodotto di solo intrattenimento, comunque e certamente di ottima fattura.
Ritchie non si prende troppo sul serio, e così anche i suoi protagonisti, che paiono divertirsi e, di certo, divertono il pubblico, che ha decretato il successo della pellicola probabilmente anche anticipando i tempi di produzione della nuova pellicola, annunciata per il prossimo anno.
Se, poi, all'ironia si aggiunge che al botteghino ha letteralmente mandato al tappeto i vari cinepanettoni, ha tutta la mia stima.
Che dire!? Non siamo di fronte a "La vita privata di Sherlock Holmes" di Wilder - che resta, a mio parere, il miglior film mai realizzato dedicato al detective -, ma di sicuro si tratta un prodotto onesto, divertente, ricco di sequenze d'azione ben confezionate, e pur se prevedibile, ottimo per passarsi un paio d'ore senza pensare che il cinema d'intrattenimento abbia perso del tutto il suo fascino.
Questo, sempre aspettando che Holmes (e Ritchie) sfoderino il loro diretto migliore.
"I soon got out of that, my spirits never failing
I landed on the quay, just as the ship was sailing."
MrFord
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