Pagine

giovedì 15 novembre 2012

Argo

Regia: Ben Affleck
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 120'




La trama (con parole mie): siamo alla fine del 1979 a Teheran quando scoppia una rivolta di proporzioni allarmanti che porta la popolazione locale a prendere d'assedio l'ambasciata statunitense, rappresentante del governo che ha concesso asilo politico all'odiato Scià in fuga.
Quando l'assalto ha inizio tutte le persone all'interno dell'edificio vengono prese in ostaggio - e tali resteranno per più di un anno, sotto gli occhi dei media di tutto il mondo - fatta eccezione di sei americani cui viene concessa ospitalità dall'ambasciatore canadese.
Questa condizione, però, è precaria e mette in allarme i servizi segreti di Canada e States, che non senza qualche dubbio affidano il compito di riportare negli USA gli "ostaggi non ostaggi" a Tony Mendez, esperto del settore: l'uomo ha infatti avuto un'idea particolarmente curiosa che potrebbe trarre in inganno le forze iraniane in modo da permettere la fuga proprio sotto i loro occhi.
Questa idea si chiama Argo, un finto film di fantascienza prodotto con tutti i crismi ad Hollywood e che dovrebbe essere girato proprio a Teheran.





"E chi lo fa il regista?"
"Ascolta, puoi prendere anche una scimmia, metterla dietro la macchina da presa, e potrà farlo benissimo anche lei."
Recita più o meno così lo scambio con protagonista Ben Affleck nelle vesti di Tony Mendez, alle prese con l'organizzazione di quell'Argo che potrebbe valergli la carriera e, soprattutto, sei vite al centro di un vero e proprio caso politico - e storico - che ancora oggi fa pensare.
In effetti, qualche anno, fa, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul bisteccone di Pearl Harbour, in qualità di attore o - figurarsi - di regista: ma evidentemente, a parte una stazza da giocatore di football e lo sguardo un pò spento, il vecchio Ben aveva qualcosa di meglio su cui puntare, e così, tra un siparietto e l'altro di "I'm fucking Matt Damon" e "I'm fucking Ben Affleck" - vi prego, recuperateli su Youtube - con l'inseparabile amico ha tempo di realizzare lo script di un film sottovalutato eppure per me sempre bellissimo come Will Hunting, e senza fretta coltivare il sogno di passare il confine, segnando tra l'altro un percorso in continua crescita in grado di portarlo dal discreto Gone baby gone al solido The town fino a questo buonissimo Argo.
Una cosa simile era capitata, parlando sempre di attori "dalle due espressioni", qualche decennio fa anche ad un signore chiamato Clint Eastwood, autore di alcuni dei più grandi Capolavori made in USA degli ultimi trent'anni - Gli spietati, Million dollar baby, Un mondo perfetto, Mystic river, Lettere da Iwo Jima, Hereafter, Gran Torino tanto per citarne alcuni -: certo, Ben Affleck deve ancora battere parecchia strada prima di potersi considerare ai livelli di quello che è ormai un Maestro, eppure le basi per poter nutrire una grande fiducia in lui sono ormai poste su solidissime fondamenta.
Argo, in particolare, assume un'importanza ancora maggiore per la maturità con la quale è presentato, uno stile classico - che non significa noioso, badate bene - che l'anno scorso aveva già vestito uno dei titoli che più mi colpirono in chiusura dell'anno - Le idi di marzo di George Clooney, qui in veste di produttore -, in grado di richiamare il Cinema impegnato che sul finire dei gloriosi seventies consegnò al pubblico quello che, a mio parere, resta il Capolavoro del genere, Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula.
Ma non c'è soltanto questo, dietro ad una vicenda ispirata ad una missione resa "unclassified" soltanto da Clinton sul finire degli anni novanta: c'è un amore incondizionato per la settima arte, prima di tutto - dagli impagabili John Goodman e Alan Arkin alle reazioni a metà tra l'ebete ed il felice dei soldati iraniani omaggiati del contenuto dell'artbook di Argo -, il gusto per il suddetto Classico e la costruzione quasi geometrica di un climax conclusivo da cuore in gola, ritmo martellante, interpretazioni convincenti di un cast eterogeneo ed in gran forma, e soprattutto molta ironia.
Dalla questione sulle abilità richieste ad un regista che abbiamo già affrontato alla parodia - che poi, a conti fatti, parodia tanto non è - sul mondo dorato di Hollywood in cui vince chi mente e la spara più grossa degli altri, il lavoro del nostro bisteccone viaggia a corrente tutt'altro che alterna, convincendo sia quella parte di audience abituata al blockbusterone confezionato ad arte sia a quella più incline all'autorialità, prendendo tutti quanti per mano in una corsa contro il tempo che tiene incollati alle poltrone fino all'ultimo, liberatorio annuncio sugli alcolici.
Ma ancora non ha finito, il soprendente Affleck: perchè nonostante già tutto quello che ho elencato basterebbe per rendere Argo una delle proposte migliori delle ultime settimane in sala, c'è una singola scena che, a mio parere, è stata in grado di permettere a questo film il vero e proprio salto di qualità senza alcuno spreco di retorica, grandi mezzi, troppe parole.
Proprio mentre i sei fuggitivi e Tony Mendez, infatti, affrontano gli ultimi istanti liberatori prima di lasciare l'Iran - sequenza, tra l'altro, assemblata con un montaggio incrociato che non ha nulla da invidiare a quelli di Thelma Schoonmaker o di The social network -, la giovane domestica fino a poche ore prima alle dipendenze dell'ambasciatore canadese è costretta ad espatriare in Iraq, quasi si buttasse dalla padella alla brace.
Per lei nessuno spenderà parole, missioni non ufficiali di agenti segreti, o inventerà film che non esistono in modo da poterla sottrarre da un destino triste ed amaro: e senza colpo ferire, o la voce troppo alta, il nostro ex bisteccone consegna pronta una piccola perla che mostra tutto il lato oscuro di una politica - estera o interna che sia - da sempre - almeno per quanto riguarda la contemporaneità - votata a scelte economiche o "scenografiche".
Nessun indice puntato sugli USA - lo Scià cui concessero asilo, colpevole di atroci crimini, del resto, era stato insediato proprio da loro -, ma qualcosa di decisamente più potente, seppure sotterraneo.
Una sorta di presa di coscienza di un concorso di colpa in grado di scuotere e, al contempo, di non sminuire l'impresa che Mendez portò a termine senza un'ufficialità riconosciuta ed effettiva e che diviene ora, a distanza di oltre trent'anni, un simbolo che è quasi un atto di fede.
Una cosa di cui il lavoro di Ben Affleck, ormai, non ha più bisogno.
Perchè è diventato una certezza.


MrFord


"Every time I look in the mirror
all these lines on my face getting clearer
the past is gone
it went by, like dusk to dawn
isn't that the way
everybody's got their dues in life to pay
yeah, I know nobody knows
where it comes and where it goes
I know it's everybody's sin
you got to lose to know how to win."
Aerosmith - "Dream on" -


 

26 commenti:

  1. Affleck non deve stupire più, ormai è conferma, dietro la mdp ci sa fare di brutto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lorant, assolutamente d'accordo. Finalmente un giovane regista che riesce ad attualizzare il Classico.

      Elimina
    2. sarà ma più passa il tempo e più la sua regia mi ricorda Spike Lee...

      Elimina
    3. Io lo trovo più simile a Pollack, o almeno al Pollack fatto bene. ;)

      Elimina
  2. Quando Sahar entra in Iraq ho pensato esattamente la stessa cosa...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Secondo me, la scena migliore del film. Una botta.

      Elimina
    2. Io ho trovato parecchio intensa anche quella in cui lui è nella stanza dell'hotel in compagnia della bottiglia di whisky.

      Elimina
    3. Beh, quando c'è di mezzo una bottiglia di whisky non può che esserci intensità! :)

      Elimina
  3. ho visto questo film., e sono rimasta in trepidante attesa del tuo giudizio... beh che dire? estasiata dal cambiamento (già apprezzato in "The Town") del Bisteccone, oggi lo guardo con ancor maggior stima, mischiare fatti reali e pesanti, ad un mood scanzonato ed irriverente... argo vaffanculo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Patalice, Argo vaffanculo anche per me!
      Davvero un film solido e tosto!

      Elimina
  4. domani anche il mio - ben più illuminante - post :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai voluto aspettare che pubblicassi il mio per scopiazzarmi, eh!?!? ;)

      Elimina
  5. Bello, bello, mi è piaciuto molto anche nella parte sborona-hollywoodiana finale, tesissima come lo è in fondo tutto il film. Avanti così :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Simone, concordo in pieno. Affleck è riuscito ad equilibrare sboronaggine e classicismo. Bravo.

      Elimina
  6. non vedo l'ora di vederlo!
    affleck come regista è diventato una garanzia

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Frank, sono sicuro che non ti deluderà. Davvero un film solido e convincente.

      Elimina
  7. Devo vederlo immediatamente, tipo subito. Se riesco domani vado al cinema a vedermelo!
    Anche per me Affleck ormai è sinonimo di garanzia, e ti dirò, Gone baby gone mi è piaciuto un po' di più del cmq ottimo The town.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Fratello, vedrai che ti piacerà parecchio.
      E' un ottimo lavoro davvero, il migliore di Affleck regista.

      Elimina
  8. davvero un bel film, sembra un'egiografia della CIA, ma è un gran bel film

    RispondiElimina
  9. Sì, in effetti è un po' troppo indulgente verso la Cia. E' vero. Però trattandosi di un film fatto da americani, con la collaborazione della Cia stessa... era inevitabile che fosse così. Ma è un peccato veniale, non è quello il punto del film.
    Argo è un film che celebra Hollywood e la sua capacità di stupire. Riuscendoci benissimo!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ismaele, da un lato hai sicuramente ragione, ma come sottolinea anche Kelvin, non credo che la cosa stoni più di tanto.
      E secondo me la sequenza della ragazza che sconfina in Iraq è un atto d'accusa verso una certa politica USA niente male!

      Elimina
    2. vero, la scena della ragazza al confine dell'Iraq è una perla preziosa :)

      Elimina
    3. Secondo me una delle sequenze migliori del film!

      Elimina
  10. Avevo sentito John Goodman parlarne da Letterman, e onestamente non mi aveva convinto. Poi sia la critica d'oltre Oceano, che la nostra l'hanno promosso.
    A questo punto non posso perderlo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non so cosa abbia raccontato Goodman al Letterman, ma ti assicuro che il film vale assolutamente una visione! :)

      Elimina